Il commercio ha fame di spazi
Bernardo Caprotti ricomincia la sua battaglia contro le Coop. Dopo Falce e carrello (Marsilio, 2007), con una serie d'inserzioni a pagamento sui giornali ha denunciato un presunto «patto occulto» fra la Coop Estense e il Comune di Modena. L'accordo nascosto sarebbe stato volto ad impedire la costruzione di un supermercato nel centro della città emiliana, mai realizzato per mancanza dei permessi. Il lotto, acquistato dal gruppo di Caprotti nel 2000 a fronte di un piano di riqualificazione urbana che ne prevedeva l'edificabilità, confina con un terreno acquisito da Coop l’anno successivo: oltre 44mila mq il primo lotto, circa 9mila il secondo.
Vista la coesistenza di due operatori a pochi metri di distanza, il Comune di Modena avrebbe fatto pressioni sulle parti per convincerle ad accordarsi. In nove anni Coop ed Esselunga non hanno mai trovato un punto d'incontro e il Comune ha deciso di modificare la destinazione d'uso: l'area passerà da commerciale a residenziale e a Modena non verrà più costruito un supermercato. Per come ce la raccontano, sembra la storia di quel tale che ci teneva tantissimo a fare dispetto alla moglie.
Il Comune ovviamente contesta la ricostruzione, e così fanno le Coop, che hanno annunciato a loro volta un ricorso all'Antitrust. Situazione un tantino paradossale, dal momento che proprio la campagna di Esselunga brandisce come slogan «concorrenza e libertà». Prescindendo da qualsiasi giudizio sul caso, bisogna riconoscere che Caprotti fa bene a riferirsi all'una e all'altra.
Questa polemica ci costringe a comprendere che anche l'urbanistica è politica: la gestione del territorio è gestione delle relazioni sociali'ed economiche dei cittadini. Come ha notato Gianluca Mengoli, «la disciplina urbanistica è diventata disciplina dell'offerta da parte dell'autorità pubblica, non solo di servizi ma di possibilità di stabilimento e di lavoro». In sostanza, la pianificazione del territorio è già pianificazione dell'attività economica. Come sempre, quando sì ha a che fare con forme di pianificazione, c'è un “knowledge problem”, un problema di distribuzione della conoscenza. Per quanto possano essere ben informati, i pianificatori non posseggono tutti gli elementi necessari per scegliere per tutti.
Pensiamo al caso di Modena. Per una superficie di più di 50mila metri quadrati, la destinazione passa da “commerciale” a “residenziale” con un colpo di penna. I prezzi veicolano informazioni. Se Caprotti avesse ritenuto più profittevole vendere il suo lotto a un'immobiliare per farci degli appartamenti, avremmo potuto dedurne che i modenesi sono convinti di aver più bisogno di case che di centri commerciali. Ma la decisione è calata dall'alto: sia avvenuta per ripicca o per altre ragioni, l'esito è che non potremo testare sul campo l'intuizione di un imprenditore. Il quale voleva scommettere (col suo) che i modenesi avrebbero apprezzato un nuovo supermercato in città. Supermercato che, a sua volta, per la semplice ragione della sua esistenza avrebbe esercitato pressione su quelli già ora attivi, affinché riducessero i prezzi o migliorassero l'offerta.
In qualsiasi città italiana, l'apertura di un centro commerciale non è mai una decisione che venga lasciata al mercato. Se guardiamo all'urbanistica laicamente (come ha evidenziato in diversi saggi Stefano Moroni) ci rendiamo immediatamente conto di quanto vuota possa risultare una parola come concorrenza alla prova dei fatti. Alcuni tentativi diliberalizzazione del commercio sono andati nella direzione di una liberalizzazione degli spazi (l'abolizione delle distanze minime voluta da Bersani) ma ancora non basta. Regioni e Comuni non solo presidiano il territorio, ma lo fanno attraverso regolamenti minuziosi e spesso oscuri, la cui interpretazione è nelle mani della burocrazia. A livello locale, gli intrecci impropri fra economia e politica possono risultare molto più fitti, la relazione fra affari e politica ancora più porosa. Il rischio di cattura da parte d'interessi particolari (quale che sia la coloritura ideologica) è tanto più alto quanto più ci si avvicina al luogo in cuisi esplica la vita economica, per tutti quei settori che non possono prescindere da un via libera politico.
Certo, come sempre ilpotere arbitrario si protegge sempre con un'armatura di simboli. L'ideologia della «priorità dell'inedifìcato», per cui le nuove costruzioni possono essere tollerate solo ad alcune condizioni, fa sì che la discrezionalità possa essere ancora più ampia. L'effetto è il solito: si allarga il perimetro della politica; si riduce lo spazio in cui i Caprotti di questo mondo possono provare a creare ricchezza, andando incontro ai bisogni dei consumatori e, nel caso, anticipandoli.
Da Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2010
"Fuori i profitti dall'acqua" è solo uno slogan per sprecare di più
Meglio di quanto possa fare il sottoscritto, sulle pagine di questa rivista il professor Leonardo Damiani ha presentato un quadro puntuale ed esaustivo del settore idrico italiano, svelando le contraddizioni (e le strumentalizzazioni) dei promotori del referendum sulla statalizzazione dell’acqua. A nome di "Acqualiberitutti", il comitato per il No a questo referendum, invito Damiani ad essere parte attiva della nostra iniziativa politica: abbiamo molto bisogno di esponenti di quel mondo accademico che, per convinzione o appiattimento sulle posizioni di mainstream, è troppo spesso schierato su posizioni anti-mercato.
In fondo, le ragioni del sì al referendum sono la riproposizione idrica dei peggiori riflessi ideologici del nostro tempo. La prova l’ho avuta in un confronto radiofonico con uno degli estensori dei quesiti referendari. Il primo argomento che costui ha usato contro le posizioni che provavo a rappresentare è stato: “La crisi ha evidenziato il fallimento del vostro modello economico, dovete prenderne atto, sottoscrivendo in massa il referendum i cittadini italiani hanno dimostrato di averlo ormai capito”. Per ‘modello economico’ il giurista mio interlocutore si riferiva evidentemente ad una libera economia, a suo giudizio fallita durante la crisi economica degli ultimi anni.
Quella voglia di liquidare come il crepuscolo dell’economia di mercato una recessione sì profonda, ma in realtà frutto dello scoppio di una bolla determinata da nefaste decisioni pubbliche, trova nell’acqua solo un pretesto. Il dramma è che le tesi dei referendari fanno presa in un’opinione pubblica memore degli effetti di privatizzazioni approssimative e sfiduciata per le cattive performance di molti capitalisti nostrani. E allora, agli elettori-utenti dobbiamo saper offrire argomenti di buon senso e pragmatismo.
C’è da parlare dei gravi deficit infrastrutturali del settore idrico, dallo spreco di oltre un terzo dell’acqua all’assenza in buona parte del paese di buoni impianti fognari e di depurazione. E’ opportuno sottolineare come il ‘cuore’ del demonizzato decreto Ronchi sia in realtà l’affermazione del principio della gara pubblica come criterio- base per l’assegnazione dei servizi idrici, per superare lo status quo ante fatto di procedure opache per l’affidamento del servizio, magari a società miste amministrate da politici riciclati.
C’è da dire a voce alta ciò che molti sussurrano e che i promotori del referendum fanno finta di non sapere: in Italia le tariffe per l’acqua sono mediamente troppo basse - frutto di decisioni politiche di sindaci desiderosi di mostrare ai propri cittadini di non aver aumentato le bollette - e questa è la ragione per la quale mancano più di 60 miliardi di euro necessari agli investimenti di ammodernamento delle reti. Con tariffe basse, d’altro canto, slegate dal principio democratico del “chi consuma di più, paga di più”, gli italiani si concedono di lasciare rubinetti aperti o di lavare l’automobile con l’acqua potabile: comportamenti ritenuti irresponsabili altrove, certamente poco efficienti e rispettosi dell’ambiente. Ancora, l’attuale bassa qualità, reale o percepita, dell’acqua del rubinetto porta le famiglie italiane a consumare una quantità di acqua imbottigliata molto superiore al resto d’Europa (una scelta tra l’altro quasi irrinunciabile in alcune zone del Mezzogiorno).
E’ su questi temi che va spostato il piano della discussione. E L’Occidentale, che ha aderito al Comitato per il No, sarà un ottimo strumento per ‘invadere’ la rete di argomenti di buon senso. Non c’è alcuna contrapposizione tra ‘acqua privata’ e ‘acqua pubblica’: il confronto è tra chi si pone il problema di come permettere, anche attraverso l’ingresso di investimenti privati nel settore, il miglioramento qualitativo di un servizio fondamentale per la vita delle famiglie italiane e chi usa il tema dell’acqua per riciclare vecchie battaglie populiste ed ideologiche.
Da L’Occidentale, 28 luglio 2010
How to Fix Italy’s Stagnant Economy
As the world’s seventh-largest exporter, Italy was supposed to emerge from the economic crisis when the rest of the world did. How’s that working out?
In a word, it could be better. In 2009, Italy’s GDP decreased by 5%. It is expected to grow modestly, by 0.8%, this year, and by 1.4% in 2011. In the same years, the euro area’s GDP either decreased less (by -4.1% in 2009) or is expected to grow faster (by 0.9% and 1.5% in 2010 and 2011, respectively). So, during the crisis and immediately after, Italy is doing slightly worse than its peers, and its recovery seems to be lagging.
But these are minor issues compared to what happened in the preceding, crisis-free years. In 2000-2008, the country’s average annual rate of growth was about 1.15%. Meanwhile, the EU’s 27 national economies grew at an average annual rate of 2.2%, while the euro zone grew 1.95% per year. Italy today is part of the global economic bust, but it didn’t experience much of a boom in the first place.
The reason is that Italy’s public enemy No. 1 was never the global recession: It is Italy itself, or at least the structural problems from which the country was suffering well before the crisis. Such problems include, but are not limited to, an unsustainable fiscal burden; unrestrained tax evasion; a large, inefficient public sector that crowds out private investments; and a legal and regulatory environment that is hostile to business and encourages corruption. As a result, Italy has consistently been one of the slowest growing countries in the EU.
Not content with the popular argument that Italians are simply anthropologically ill-suited to economic success, we at Istituto Bruno Leoni have developed two indexes that may help to explain where our major problems lie. Our Index of Freedom of Enterprise (PDF)—which suggests Italy is the least business-friendly country in the European Union—shows that the leading reason things are so bad is the lack of “freedom from regulation.” Compared to its peers, Italian regulation is of poor quality, and enforcement lacks transparency, stability, and effectiveness. Our Index of Liberalizations—which measures the level of legal, regulatory and fiscal barriers to entry in 15 key economic sectors—estimates that our economy is only 49% open, as compared with the best practices in Europe. Given all that, it’s little surprise that 17.5% of Italian business is transacted on the black market.
Where Rome deserves credit in recent years is its refusal to respond to the financial crisis with Keynesian “stimuli” as did so many of its EU partners. Italian Economy Minister Giulio Tremonti-ironically, a staunch critic of free markets-should be especially lauded for resisting still more government spending that would only have squeezed out more private players. But while we initially avoided making our problems worse, we have done little to alleviate the problems themselves.
The package of fiscal reforms currently dominating the attentions of the Italian parliament are not enough: They neither streamline bureaucracy, nor do they open markets, nor do they lower taxes. Indeed they may raise taxes, directly or indirectly. Hence, the overhauls may have little, or even a negative, effect on growth.
True enough, the single most obvious way to gain competitiveness-cutting supply-side taxes-may be very hard to achieve under the current budgetary and political circumstances (although not impossible). There are, though, a number of cost-free reforms that might also stimulate GDP growth.
First, we need to see a major effort in eliminating red tape: Virtually every international survey shows that complying with Italian law is so time- and resource-consuming that it creates a major competitive disadvantage. For instance, it takes some 257 days to settle an Italian construction permit, a full 100 days more than the OECD average, according to the World Bank’s 2010 Doing Business report. Meanwhile, it takes roughly 1,210 days (more than three years and four months) to enforce a contract. It would be naive to try and understand the extent of corruption and black-market dealing in Italy without seriously looking at the government-created incentives for such activities.
Second, the government should aggressively pick up on its privatization and liberalization efforts. Italy made some progress on this front in the late 1990s. But since then little has been done. Mail services should be completely liberalized by Jan. 1, thanks to the EU’s postal directive, but it is not yet clear how seriously Rome is taking this challenge. Next, local public services-particularly water services-need to be reformed, and quickly. Too many consumers and local businesses remain locked out of these markets, and so prices remain artificially high. A recent Bank of Italy paper calculated that “reducing the [public] service sector markups to the levels of the rest of the euro area” would, long-term, boost Italian GDP by 11%, adding that half of those gains would come in the first three years after implementation.
To make liberalization and privatization work, though, the rules must also be fairly implemented. To that end, conflicts of interest must be addressed, particularly those that come up when-as is often the case in Italy-a public body simultaneously serves as regulator and shareholder of some market actors. Privatizing all government-owned companies (including those that are only partially-owned by the government), would not only liberate competition and level the playing field, but also generate extra revenues that might be employed to reduce the public debt.
The failure to address these problems held Italian prosperity back long before the financial and sovereign-debt crises hit. The late writer Giuseppe Prezzolini used to say that “time is the most abundant resource in Italy, given how much of it is wasted.”
But if the last six months of European economics have taught us anything, it’s that Italy, and governments like it, have run out of time to waste.
Mr. Stagnaro is research and studies director of Milan’s Istituto Bruno Leoni.
Da The Wall Street Journal, 28 luglio 2010
L'occasione persa di Berlusconi
Dal 2007 esce in Italia un Indice delle liberalizzazioni realizzato a cura dell’Istituto Bruno Leoni, che si sta affermando come il più vivace foyer italiano di pensiero neo-liberale. L’edizione 2010, appena uscita, è stata recentemente presentata a Milano nel corso di una tavola rotonda che ha visto l’intervento tra gli altri del ministro italiano del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, e del parlamentare del Partito Democratico ed ex ministro del Governo Prodi, Paolo Gentiloni. Prendendo in esame 15 settori dell’economia italiana, dal mercato elettrico fino alla pubblica amministrazione, sulla base di un complesso metodo di calcolo i ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni vanno a determinare il grado di apertura del sistema economico della vicina Repubblica, che nel 2009, anno cui ovviamente si riferisce l’edizione 2010, è risultato pari al 49 per cento. Dal momento che nel 2007 era stato pari al 48 per cento si può concludere che in Italia la libertà economica risulta da alcuni anni in una situazione di sostanziale stallo, il che è tanto più sorprendente se si considera che frattanto è al potere un Governo di conclamata ispirazione liberale. L’indice, il cui “universo” sono i Paesi membri dell’Unione europea, presuppone calcoli ovviamente complessi riguardo ai quali si rimanda in primo luogo al volume stesso, edito da IBL Libri (www.ibl-libri.it). Ci limitiamo qui a indicarne una caratteristica significativa ossia l’elemento di paragone (benchmark) cui ci si riferisce: si tratta per ogni settore del Paese più liberalizzato dell’Unione. Ad esempio, nel campo del trasporto aereo il Paese più liberalizzato è l’Irlanda. Fatto quindi uguale a 100 il mercato irlandese del trasporto aereo quello di tutti gli altri membri dell’UE si dispone nell’ordine come frazione di quel 100.
L’indice complessivo è il risultato delle rispettive sommatorie. Ci sono anche dei settori in cui l’Italia è molto al di sopra del suo risultato complessivo: per esempio nel mercato elettrico, dove il punto di riferimento è la Gran Bretagna, l’Italia è al 71%, in forte crescita rispetto al 63% del 2007. In quello delle telecomunicazioni è però al 41%, in quello dei servizi postali è al 43%. Esaminando la serie cronologica dei dati ciò che più preoccupa è però che, anche laddove la liberalizzazione era stata avviata in modo rilevante poi ha rallentato, in certi casi si è fermata e qualche volta ha fatto anche dei passi indietro. E talvolta ciò è avvenuto a causa dell’introduzione di norme che, essendo a parole volute per facilitare il processo di liberalizzazione del mercato, sono state all’origine di un’ondata di regole formali che di fatto l’hanno reso meno libero di quanto prima fosse.
Negli ultimi quindici anni l’Italia ha fatto registrare tassi di crescita mediamente inferiori di un punto alla media dell’Unione europea. «Evidentemente», scrive Carlo Stagnaro nell’introduzione al volume, «coesistono qui un problema strutturale e uno congiunturale: entrambi devono trovare risposta in misure pro-crescita. Le liberalizzazioni (…) possono da un lato accelerare la ripresa, e dall’altro determinare un allargamento della base imponibile che faccia salire, a sistema fiscale invariato, il gettito delle imposte». Una crisi può essere paradossalmente una buona occasione per fare delle riforme, ma ciò non avviene affatto automaticamente. Si tratta di scegliere se giocare la carta della protezione dei già protetti, che in quanto tali sono anche quelli che meglio riescono a farsi sentire, oppure avventurarsi in riforme effettive, quindi orientate a tutelare interessi più vasti e duraturi, che in quanto tali sono però meno capaci di rappresentarsi. Un Governo forte di grandi consensi, come è stato l’attuale Governo Berlusconi, deve mettere mano alle riforme quando è appena entrato in carica, in modo che i più vasti interessi che le riforme tutelano abbiano il tempo di rendersi conto che si sta lavorando per loro e mentre la spinta che viene dal recente consenso costringe in difensiva i titolari dei vecchi privilegi (che non necessariamente sono di élite, ma possono anche di massa, come sono ad esempio in Italia quelli degli operai e dei pensionati delle grandi industrie). Se si perde tale occasione tutto diventa più difficile. E Berlusconi questa occasione l’ha già persa.
Da Il Giornale del Popolo, 27 luglio 2010
Ma è giusto che le aziende dell' acqua siano private?
C'è questa faccenda dell'acqua, abbastanza clamorosa: un milione e 407.492 italiani hanno firmato in favore di tre referendum che vogliono impedire la privatizzazione del settore (nella foto Ansa, la consegna delle firme), un numero di sostenitori mai raggiunto in nessuna consultazione del passato, neanche in quella relativa al divorzio di quasi 4o anni fa. Risultato tanto più notevole, se si pensa che sono contrari a questa consultazione sia a destra che a sinistra, infatti i quesiti riguardano due provvedimenti, uno approvato dal centro-sinistra, l'altro dal centro-destra.
Non sapevo nemmeno che in Italia l'acqua fosse privata. Ma è possibile?
Piano, piano. Dice l'economista Antonio Massarutto: «L'acqua è un dono di Dio, tuttavia Dio ha donato l'acqua, ma non i tubi e i depuratori: a quelli dobbiamo pensarci da soli». Sia nel decreto legislativo del centro-sinistra (2006) che nella legge Ronchi del centro-destra si afferma infatti che l'acqua è un bene pubblico, ma che la sua gestione è affidata o a società miste pubblico/privato (centro-sinistra) o a società interamente private (centro/destra, cioè la legge Ronchi). I referendari chiedono l'abrogazione integrale della legge Ronchi e la cancellazione degli articoli 150 e, parzialmente, 154 della legge del 2006 (centro-sinistra), in modo che si possa ripubblicizzare la gestione dell'acqua e vietare in ogni caso di far profitti su un bene comune.
Ma perché la gestione dell'acqua è finita in mani private? È questo che mi risulta difficile da capire.
Il legislatore - sia di sinistra che di destra - ha sempre risposto a questa domanda con l'argomento che lo Stato o gli Enti pubblici non hanno mai saputo far funzionare il sistema. Si portano soprattutto gli esempi relativi agli sprechi. Il 37% dell'acqua potabile viene persa nel tragitto dalla fonte al rubinetto (in Germania è il 6%) per un danno economico annuo stimato in due miliardi e mezzo di euro. Dice Alberto Mingardi, economista favorevole alla presenza dei privati e contrario al referendum: «Il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso. Chi infatti abbia un po' di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire ioo litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri zoo. Perché l'acqua sia un "diritto fondamentale", ovvero perché l'accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?». Sul Sole 24 Ore del 7 luglio è apparsa una lettera di frondisti del Pd, contrari al referendum e riuniti sotto la sigla AcquaLiberAtutti: si parla del pericolo di un ritorno al passato e del fatto che rendere di nuovo pubblica la gestione comporterebbe il varo di una tassa per l'acqua che «né i contribuenti né le imprese possono permettersi. La capacità di gestione e di intervento sulle reti sarebbe minimizzata, a causa dell'ingresso delle voci di spesa all'interno del Patto di stabilità ed i comuni non riuscirebbero ben presto ad assicurare un servizio efficiente in tutti i suoi punti».
Che rispondono i referendari?
La tassa sull'acqua la paghiamo già, si chiama «remunerazione del capitale investito», è pari al 7 per cento degli investimenti e nella sola provincia di Roma vale 75 milioni di euro l'anno. La vittoria del sì al terzo quesito l'abolirebbe. Viene ricordato il caso di Aprilia, dove Acqualatina, la cui proprietà è al 49 per cento della multinazionale francese Veolia, ha aumentato le tariffe anche del 300 per cento (le famiglie si difendono con un'autoriduzione di massa). Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: «E assurdo obbligare a privatizzare anche quando la gestione pubblica ha funzionato. E così come siamo messi i privati si prenderebbero solo le cose che vanno già bene, i gioielli di famiglia, lasciando irrisolte situazioni gravi come Agrigento dove bisogna ancora portare l'acqua nelle case degli abitanti». L'Acea, pubblica, fondata dal grande sindaco di Roma Ernesto Nathan nel 1907, realizzò il sistema di acquedotti che ancora oggi garantisce alla capitale la migliore acqua del Paese. L'ha privatizzata Rutelli nel 1997.
I comuni guadagnerebbe qualcosa dall'ingresso dei privati?
Le sole Roma, Torino, Milano, Genova, Bologna porterebbero a casa due miliardi entro il 2013 se la legge Ronchi restasse in vigore.
Non ho capito la posizione del Pd.
Bersani ha dichiarato simpatia per i referendari, ma ha firmato solo il referendum contro la legge Ronchi. Franceschini ha firmato tutte e tre i referendum.
Da La Gazzetta dello Sport, 26 luglio 2010
Se la libera impresa gestisce le strade, i parchi e le dighe
Non c'è nulla da fare: l'idea che "pubblico" alias buono sia ciò che fa lo Stato e che "privato" sia il suo contrario, vale a dire tutto quanto è cattivo e ingiusto, spadroneggio per il mondo e si fa beffe della realtà. Sul fatto che un servizio di utilità pubblica possa essere benissimo, proficuamente ed efficacemente garantito da un soggetto privato esiste del resto una letteratura (cioè una riprova documentale scientifica e descrittiva) enorme che però continua ancora purtroppo a circolare come il samizdat.
Per molti versi tutto parte dal libro, originariamente pubblicato nel 1994, di Fred E. Foldvary, Beni pubblici e comunità private. Come il mercato può gestire i servizi pubblici, ora opportunamente pubblicato a Torino con prefazione di Stefano Moroni da IBL Libri (pp. 388, euro 24,00). Classe 1946, lettore di Economia all'Università californiana di Santa Clara (un ateneo gesuita, il più antico di tutto il vecchio West) e Research Fellow all'Independent Institute di Oakland, in California, Foldvary è un tipo particolare di libertarian che afferisce direttamente al "geoanarchismo": ovvero l'idea, figlia del filosofo americano Henry George (1839-1897), secondo cui tutta la terra è un bene comune a cui hanno eguale diritto tutti gl'individui tale per cui se qualcuno reclama proprietà di una sua parte è tenuto a pagar pigione. Il suo libro tratta delle "comunità contrattuali". In esse le persone che inurbano un determinato territorio avendo la proprietà delle unità immobiliari che compongono detta comunità "artificiale" si accordano per una norma di condotta e di uso (una "costituzione"), e versano contribuiti per acquisire servizi collettivi forniti su aree di proprietà comune. Ogni abitante di quelle comunità è così proprietario unico dei propri beni immobili e assieme copropietario di edifici e di strutture di uso comune: strade, parcheggi, piazze, centri sportivi, parchi, e così via, la gestione venendo affidata a un comitato appositamente scelto per sé dai proprietari/coprietetari. In questo modo i servizi erogati sono dunque pubblici (a disposizione di tutti i contraenti il patto comunitario) ma privati (pagati volontariamente dai singoli in ragione di una regola comune che tutti hanno liberamente sottoscritto).
Inoltre, le rendite provenienti dall'erogazione dei servizi vengono sfruttate al meglio proprio dai cittadini privati che di quei servizi sono i proprietari/fornitori/utenti attraverso meccanismi di scambio determinati sempre e solo dalle condizioni e dalle situazioni locali, ovvero reali e concrete, e hanno ricaduta positiva diretta proprio sulla comunità. Insomma, niente Stato o strutture analoghe. Utopia? Manco per sogno. Foldvary racconta e spiega bene gli esempi virtuosi, tutti da leggere, in atto oggi negli Stati Uniti, dalla "comunità di proprietà" di Disney World alla Virginia dove sorgono l'associazione civica di Reston e il "condominio" di Fort Ellsworth ad Alexandria, dai "luoghi privati" di St. Louis nel Missouri all'Arden Village nel Delaware. È qui che l'individualismo vero si fa comunitarismo autentico.
Da Il Tempo, 25 luglio 2010
Cercare di pagare meno tasse non è scarso spirito civico
Esiste "un grande problema politico della ricchezza e della rappresentanza politica dei ceti abbienti". Ne ha scritto domenica scorsa sul Corriere Ernesto Galli della Loggia. Partendo da temi a lui più congeniali, come lo sfarinamento dell'"identità italiana" e del senso delle istituzioni, Galli della Loggia arriva a focalizzare il tema della sostanziale inadeguatezza della nostra classe dirigente. Vista, per una volta, non sul versante pubblico ma su quello privato: a cominciare da quanti, per disponibilità di mezzi e per ciò che tradizionalmente la disponibilità di mezzi porta con sé (sono le classi agiate ad avere inventato il paternalismo), dovrebbero pensare di più all'interesse generale. E invece, tra l'interesse proprio e quello di tutti «la stragrande maggioranza degli italiani ricchi non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo».
Per Galli della Loggia, è incredibile e dunque impossibile che meno di 76mila italiani abbiano un reddito superiore a 200mila curo, che solo il 20% di questi sarebbero lavoratori autonomi, e che soltanto «6.253 (dicesi 6.253) "percettori di reddito da imprese" avrebbero guadagnato più di 200 mila euro annui».
L'evasione fiscale viene letta allora come un sintomo di una sorta di secessione dei "ricchi" da qualsiasi preoccupazione per i destini del Paese, un vulnus nel patto sociale che ha radici culturali profonde e immiserisce la "destra". Berlusconiana per forza, per così dire, perché costretta a dare voce a "una ricchezza asociale e antistatuale".
Il ragionamento potrebbe anche tenere, se non tralasciasse un semplice dato di fatto. Siamo tutti abituati a pensare che l'evasione fiscale sia appannaggio esclusivo dei signorotti della Brianza, con la Porsche intestata alla moglie, la casa al mare registrata a nome dell'amante, il capannone della fabbrichetta rigorosamente abusivo, e nel portafogli la tessera del Pdl o della Lega. Ma l'evasione fiscale è concentrata al Sud, e non al Nord.
Alcuni mesi fa, una lettura della media cittadina dei redditi Irpef 2008 confermava la tesi di un'assoluta incommensurabilità, dal punto di vista del reddito, fra Nord e Sud. L'hit parade per città vedeva Milano 17esima, con 30mila curo di media, e Roma al108esimo posto (24.500). La città dei più ricchi è Medea, in provincia di Gorizia: 54mila curo di media a contribuente. La prima città al di sotto del Po risulta essere Fiesole, cinquantaduesima. Che il Nord sia più prospero non è una grande scoperta: ma in questi dati conta anche "la lealtà fiscale", come ebbe modo di notare all'epoca Luca Ricolfi.
Sempre Ricolfi, nel suo Il sacco del Nord, ha calcolato un coefficiente di "intensità dell'evasione" (gettito evaso/gettito proveniente da redditi occultabili): in soldoni, per ogni cento euro di tasse quante sono quelle evase. La media delle regioni del Nord era 24,5, quella delle regioni del centro 33,2, quella del Sud 59,3.
È stato Carlo De Benedetti a dire recentemente, con urticante schiettezza, che «se facciamo qualcosa di serio per l'evasione fiscale ci sono regioni dell'Italia del sud che vanno al collasso». Anche lui depositario di una "ricchezza asociale ed antistatuale" che sceglie di farsi rappresentare dalla destra?
Diverse stime ci restituiscono una fotografia analoga, della "distribuzione geografica degli evasori". Che in qualche modo deve per forza a portarci a distinguere fra un'evasione che è un sottoprodotto dell'economia criminale, e un'evasione (o, più spesso, elusione) che semplicemente risponde al legittimo obiettivo individuale di pagare meno imposte possibile in una cornice di regole date. Certo che è una gara che vince chi ha il commercialista più bravo e creativo, e quindi chi si può permettere il commercialista più bravo e creativo. Ma proprio questo dovrebbe suggerirci che gli incentivi contano. Per questo motivo, a differenza di quanto scrive Galli della Loggia, "credere che le tasse verrebbero pagate se solo fossero più basse" non significa credere alle favole. Significa semplicemente ragionare sul fatto che la "lealtà fiscale" come tutte le cose nella vita ha un costo-opportunità. Questo costo-opportunità è la parcella del commercialista. È più oneroso pagare le tasse, o stipendiare qualcuno che mi tamponi l'emorragia di quattrini a vantaggio dello Stato? Tutto qua.
Questo non ha nulla a che fare con l'avere spirito civico o meno. Come che siano allineate le stelle nel cielo della politica, gli individui cercheranno sempre di avere la vita più facile possibile.
Si parva licet, sono convinto anch'io che ci sia un cortocircuito fra mondo dell'impresa e mondo della politica. Ma se si pensa al problema della "rappresentanza dei ceti abbienti", non si può fingere di non vedere che questi ceti sono stati considerati dalla politica come mucche da mungere sul piano fiscale (si sono difesi come hanno potuto), e come avanguardie di una subcultura vanziniana su quello sociale. Se da trent'anni (prima con Craxi, poi con Bossi e Berlusconi) la parte dinamica del Paese non trova una rappresentanza culturalmente attrezzata, forse (dico forse) è anche perché è sempre stata a malapena tollerata, come un fastidioso esercito di parvenu. Un pezzo del Paese con cui convivere: non da valorizzare. E difficile sentirsi parte di un club, se non ti lasciano entrare.
Da Il Riformista, 26 luglio 2010
Contro ì dìktat dei maoisti idrici
Si chiama Acqualiberatutti il neocomitato transpartitico contro la sovietizzazione dell'acqua. Si chiama falsificazione propagandistica quella messa in atto dai referendari l'inesistente privatizzazione dell’acqua. Quattro partitini e la megastruttura di un sindacato confederale (la Cgil) hanno depositato in Cassazione i tre quesiti referendari che, se giudicati ammissibili ed eventualmente approvati, farebbero fare al Paese un salto indietro di trent'anni. Un milione e quattrocentomila cittadini ingannati in nome di slogan popolari e populisti. I quesiti mirano sostanzialmente ad abolire gli effetti del decreto Ronchi adottato per adempiere agli obblighi comunitari e dare esecuzione ad alcune sentenze della Corte di Giustizia europea. In base a questo decreto agitato corne uno spauracchio mostruoso dai maoisti dell'acqua, le gare a evidenza pubblica diventano la regola per l'affidamento dei servizi pubblicí locali. Non vi è alcuna privatizzazione dell'acqua, di cui la legge stessa ribadisce la natura di bene pubblico, ma, come già avviene in altri settori (si pensi alla telefonia o all'energia elettrica), si introduce la possibilità di selezionare un partner privato in una società mista o di esternalizzare la gestione del servizio mediante gare pubbliche; in coerenza cori i principi di pubblicitá e trasparenza affinché il servizio sia fornito da chi è in grado di assicurare la qualità migliore a costi inferiori. In altre parole, l'acqua rimane un bene pubblico e, per ottimizzarne l'utilizzo contro gli sprechi e le inefficienze presenti, si fissano delle regole chiare in linea con gli standard europei per ammettere anche soggetti privati nella gestione del servizio (non nella proprietà della risorsa!). Concorrenza tra pubblico e privato, libertà dì impresa e, soprattutto, la libertà della comunitá locale di scegliere la forma dì organizzazione del settore che preferisce. "Vade retro", insorgono i maoisti dell'acqua.
Concorrenza, libertà, privato? Bestemmie da neocapitalisti liberisti schiavisti. Non importa se oggi abbiamo bisogno di prelevare 165 litri di acqua per erogarne 100. Non importa neanche se, per ammodernare la rete, servono 60 miliardi di euro (dati Federutility) e non si sa dove andare a prenderli. Poi, se per finanziare il sistema interamente pubblico, servirà una nuova tassa slegata dal consumo e ribattezzata "addizionale idrica", ci godranno addirittura un po' i maoisti dell'acqua. Del resto, a loro interessa fare la Rivoluzione, innanzitutto culturale. Riaffermare il "bene comune", difendere la volontà popolare, scardinare il sistema.
Io di una tassa in più farei anche a meno, se permettete. Vorrei addirittura pagare l'acqua in base a quello che consumo. Vorrei pure - sono proprio una matta - che il servizio mi venisse offerto da chi sa farlo al meglio facendomi pagare meno. Vorrei - e qui esagero - che all'affidamento in house si preferisse, ove possibile, la logica della gara aperta e trasparente, che, come spiega Alberto Mingardi sul Sole 24 Ore, introduce un meccanismo di accountability con un miglior controllo sugli affidatari.
Chi ha a cuore la natura dell'acqua come "bene comune", deve mobilitarsi contro la mastodontica campagna di disinformazione orchestrata da quattro nostalgici. È per questo che ho aderito al Comitato promotore per il no alla sovietizzazione dell'acqua. Da oggi mi impegnerò e a te chiedo di fare lo stesso. Per la concorrenza e per la libertà di scelta.
Contro gli sprechi di un bene pubblico, che può salvare una e milioni di vite.
Da L’Opinione, 23 luglio 2010
L’Occidentale aderisce al Comitato per il no
L’Occidentale aderisce al Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua. Piercamillo Falasca e Carlo Stagnaro, due dei promotori dell'iniziativa, spiegano in poche righe il significato del decreto Ronchi e di una campagna pilotata e strumentale che è riuscita a raccogliere un milione e quattrocentomila firme. Vi invitiamo a partecipare al dibattito commentando quella che ai nostri occhi appare come una riforma essenziale, che risponde prima di tutto alla richiesta di efficienza da parte dei cittadini.
“E’ la classica battaglia del buonsenso contro il populismo e l’ideologia. Se avessero spiegato ai firmatari dei quesiti che stavano firmando contro il principio della gara pubblica per l’affidamento dei servizi idrici, in favore della gestione da parte della Casta, moltissimi avrebbero cambiato idea. Nessuno ha mai messo in discussione la proprietà pubblica della risorsa idrica: i firmatari si scagliano contro la 'privatizzazione', in realtà la loro è una guerra ideologica al mercato, alla concorrenza, all’idea democratica del “chi consuma paga”. Spero però che il dibattito referendario possa servire per informare i cittadini delle vere questioni aperte: la gestione pubblica spreca più del 30% di acqua, intere regioni sono afflitte da carenze strutturali, le reti fognarie sono carenti. Mancano all’appello almeno 60 miliardi di investimenti. Solo una modernizzazione del settore idrico che replichi le migliori esperienze dell’energia elettrica può portare a maggiore qualità e minori sprechi”. Piercamillo Falasca, promotore del Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.
“Un milione e quattrocentomila persone sono state ingannate: gli è stato chiesto di firmare contro la 'privatizzazione' dell’acqua e contro gli aumenti tariffari, quando in realtà stavano firmando per consegnare alla casta il controllo delle risorse idriche. In Italia, infatti, l’acqua non è mai stata privatizzata e nessuno propone di privatizzarla: semplicemente, il nostro paese si è parzialmente allineato agli standard europei che prevedono di affidare il servizio idrico tramite gara. Solo in questo modo è possibile costruire una cornice legale e regolatoria favorevoli agli investimenti necessari in tutto il ciclo idrico, dalla captazione delle acque fino alla depurazione. L’alternativa, naturale conseguenza dell’eventuale vittoria dei sì ai referendum, è la gestione politicizzata, clientelare e sprecone che ci ha portato nell’attuale situazione in cui più di un terzo dell’acqua va sprecata e troppi comuni sono ancora privi di impianti di depurazione decenti. La normativa esistente è per molti versi inadeguata, ma occorre farle fare dei passi avanti verso una maggiore apertura al mercato, non un balzo indietro verso un passato partitocratico che nessuno rimpiange”. Carlo Stagnaro, promotore del Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.
Da L’Occidentale, 22 luglio 2010
Il mercato è meglio degli euroburocrati
In questi ultimi mesi, drammaticamente segnati dalla crisi greca e dalle sue ripercussioni, ha acquisito ancor più forza la tesi secondo cui, dopo essersi data una sola moneta, l’Europa dovrebbe unirsi politicamente. L’idea di fondo è che un ordine giuridico comune esige un’armonizzazione istituzionale, poiché se - come molti pensano - le uniche regole possibili sono le leggi prodotte dai governanti, è impensabile una società europea priva di una compiuta democrazia a base continentale. Vi sono però buone ragioni per contestare simile prospettiva. In primo luogo, è necessaria una maggiore consapevolezza dei problemi connessi a un diritto a vocazione globale. In questo senso il recente volume di Mauro Bussani (Il diritto dell’Occidente. Geopolitica delle regole globali, Einaudi, pagg. 351, euro 19,50) aiuta a capire come il contrarsi delle distanze s’accompagni a un’accresciuta importanza delle differenze. La stessa globalizzazione economica non implica alcuna unità politica, poiché trae beneficio proprio dalla concorrenza fiscale e regolamentare di distinte giurisdizioni chiamate a competere. Bussani mostra bene le difficoltà di un diritto contemporaneo di fatto ancorato a culture locali, ma al tempo stesso proiettato a definire uno spazio legale universale: per affermare la democrazia, proteggere i diritti dei minori e delle donne, ridurre le diseguaglianze. L’analisi è nutrita di realismo ed evidenzia come gli appelli ai valori universali scadano spesso nella peggiore retorica: non solo perché non si sa trarre le dovute conseguenze da quei principi, ma anche perché essi sono a più riprese utilizzati a fini di dominio. Qui non si tratta solo di denunciare l’interventismo umanitario, ma anche di svelare come le campagne contro il cosiddetto «social dumping» (le produzioni a basso costo dei Paesi poveri) celino la difesa europea e americana dei propri interessi, assai più che la preoccupazione per economie che - proprio grazie ai bassi salari - soltanto ora riescono a crescere. Benché avverta con chiarezza l’utilizzo ideologico dei diritti umani, l’autore non rinuncia a ritenere necessaria la loro promozione e certo qui si avvertono le difficoltà di un’integrazione pensata comunque a partire dai dogmi della tradizione statuale e da un netto rigetto della concorrenza capitalistica. La critica verso larga parte delle politiche prevalenti è quindi focalizzata sui metodi, e non già sugli obiettivi. Per individuare uno sguardo in parte diverso - in un quadro non già teorico, ma storico - può essere utile un corposo volume tradotto di recente: Il lauto scambio. Come il commercio ha rivoluzionato il mondo di William J. Bernstein (Tropea, pagg. 511, euro 24,90). Come Bussani, anche l’economista americano si colloca sul fronte progressista, ma nel raccontare lo sviluppo delle relazioni mercantili (dalle seti cinesi indossate dagli imperatori romani fino alla globalizzazione odierna) egli ne enfatizza il ruolo civilizzatore. Sono interessanti, ad esempio, le pagine su Richard Cobden, campione del liberalismo «manchesteriano» e promotore dell’abrogazione delle norme protezioniste che impedivano l’importazione dei cereali. Purtroppo a Bernstein manca consapevolezza delle ragioni morali che militano a favore del mercato: non gli è insomma chiaro che protezionismo e welfare sono figli della convinzione che il potere possa e debba «regolare» la vita sociale, anche violando i diritti dei singoli. Ne Il lauto scambio si afferma che il capitalismo in genere favorisce l’integrazione sociale e la crescita: il che è già tanto, ma non basta. Gli esiti quasi «miracolosi» dello scambio globale sono infatti da collegare al fatto che nel commercio si consolidano rapporti umani, s’intreccino relazioni, si costruiscano pratiche, si radicano norme. Al riguardo, va sempre ricordato come già in età medievale gli operatori del commercio avessero sviluppato un loro diritto del tutto autonomo (la lex mercatoria) e come tale rete continui a rivelarsi essenziale per la realizzazione di quel giusto equilibrio tra «globale» e «locale» di cui l’Europa stessa ha bisogno. Nelle relazioni che attraversano i confini, il diritto condiviso che emerge è un artefatto specifico, delineato in contesti particolari e per scopi molto limitati. Ma fuori da tale ambito i sistemi normativi restano in larga misura legati alle peculiarità storiche. In questo senso qualora gli Stati e le loro proiezioni globali si mettessero un po’ da parte e lasciassero più spazio alla libertà umana, una qualche ragionevole conciliazione tra universalismo e particolarismo, tra regole comuni e norme separate, potrebbe insomma trovare spazio più agevolmente. Invece che mostrarsi debole e remissiva dinanzi alle ambizioni egemoniche dei burocrati di Bruxelles, l’Europa farebbe allora bene a valorizzare il dinamismo degli europei e le ragioni del libero mercato.
Da Il Giornale, 22 luglio 2010
Come marcia la mela
Più 78 per cento. Se un numero può dire molte cose, nel caso di Steve Jobs il fondatore della Apple debole e malato e dato per spacciato - il balzo dei profitti nel terzo trimestre dell'anno fiscale 2010 è la conferma di intuizioni, coraggio, fatica. Trainata dal successo travolgente di iPhone4, iPhone 3GS e iPad, l'azienda di Cupertino ha segnato l'ennesimo record: in soli tre mesi ha avuto ricavi (sopra le aspettative più ottimistiche) per 15,7 miliardi di dollari. Ma fa ancora più impressione la tempistica in cui il successo si è materializzato. Il 24 giugno, Apple lancia sul mercato il suo "prodotto di maggior successo". Il 27 giugno si chiude il trimestre. In tre giorni, ne vende 1,7 milioni di esemplari, 566 mila al giorno, 24 mila all'ora, 393 al minuto, 6,5 ogni maledetto secondo. Il profitto operativo di 3,25 miliardi di dollari ha anche altri numeri: 3,47 milioni di Mac (record assoluto per il trimestre, in crescita del 33 per cento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso), 8,4 milioni di iPhone (il 61 per cento in più del 2009), e "solo" 9,41 milioni di iPod (in contrazione dell'8 per cento), più che bilanciati da 3,27 milioni di iPad. Tutto ciò nonostante qualche danno, d'immagine ma non solo, per i malfunzionamenti dell'antenna di iPhone4 e le accuse di attacco alla privacy che, ormai, sono la croce di qualunque produttore di beni o servizi tecnologici. A stupire non è che la società abbia superato le attese - il consenso si aggirava attorno a 14,75 miliardi, inferiore di oltre il 6 per cento al risultato effettivo - e neppure l'ennesima scommessa vinta dall'uomo che, nel 1976, avviò la sua piccola e scalcagnata software house nel garage di mum `n' dad (ventiquattro anni e svariati miliardi dopo, Jobs è primo nella classifica Fortune degli uomini d'affari più potenti del mondo). Tutto sommato impressiona, ma non così tanto, l'andamento del valore delle azioni Apple, in continua salita da sempre (al netto delle normali oscillazioni), che in un anno - l'anno della crisi - hanno guadagnato il 60 per cento. Quel che meraviglia di più è la sua persistente capacità di giocare e vincere la partita del mercato: "Essere l'uomo più ricco al cimitero non mi interessa - disse una volta - Andare a letto la notte sapendo che abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso... questo mi interessa". E, nel 2007, alla presentazione dell'iPhone: "Oggi stiamo per fare assieme un pezzo di storia". Nel 78 per cento di profitti aggiuntivi dichiarati ieri non c'è pudore, vergogna o umiltà. C'è il giusto orgoglio per una storia di vittorie imprenditoriali che si misura con l'unico metro che valga sul mercato: i quattrini. Produrre un dollaro significa offrire al prossimo qualcosa che, ai suoi occhi, vale più di un dollaro - tant'è che ha accettato lo scambio. In filigrana, c'è una lezione importante e troppo spesso negletta o trascurata: se il mercato premia il merito, il merito è figlio delle idee. Jobs è, in questo senso, la quintessenza dell'imprenditore dipinto dall'economista Israel Kirzner, cioè uno scopritore dell'ignoto, un individuo pronto a rischiare scrutando tra le nebbie del futuro (speculando) per catturare i bisogni altrui e tentare di soddisfarli, a suo rischio (se non ci riesce) oppure con suo profitto. I grandi imprenditori sono anzitutto grandi inventori, detentori di un talento prometeico che gli consente di scoprire idee originali e condividerle con noi poveri cristi. Non solo Jobs e la sua mela ma anche Bill Gates e i suoi sistemi operativi, Sergey Brin e Larry Page con Google, Michele Ferrero con la Nutella, Thomas Edison con l'elettricità, e - andando alle origini selvagge e gloriose del capitalismo moderno - John Rockefeller col petrolio, Andrew Carnegie con le ferrovie e poi l'acciaio, JP Morgan con le banche e la finanza. Il loro eroismo forse sbruffone, forse avido, forse semplicemente visionario ha plasmato la società e il benessere attuali, e senza questo eroismo - e senza il sistema sociale che lo consente e lo valorizza - noi oggi staremmo come stavamo. Stavamo peggio, quando si stava peggio.
Da Il Foglio, 22 luglio 2010
Siae, l'inefficienza vale 13,5 mln
La concorrenza fa bene, anche quando si tratta di tutelare i diritti d'autore. Al contrario, il monopolio legale sulla gestione collettiva dei copyright comporta costi d'esercizio superiori, che difficilmente scenderanno, proprio perché manca il pungolo della concorrenza. E' quanto emerge da «L'intermediazione dei diritti d'autore. Perché il monopolio è costoso e inefficiente», lo studio realizzato da Diego Menegon per l'Istituto Bruno Leoni. Sotto esame sono finiti i conti della Siae, la Società italiana degli autori ed editori, che mostra costi d'esercizio molto più elevati di quelli dichiarati, per esempio, dalle corrispettive società inglesi che tutelano i diritti d'autore, ma che operano in regime di concorrenza. Una differenza che Menegon ha quantificato, per il solo 2008, in 13,5 milioni di euro. Traduzione: i consumatori sono costretti a pagare di più lo sfruttamento dei diritti, mentre gli autori non possono ricevere una parte consistente dei compensi introitati in relazione alle proprie opere. Che invece finiscono in costi di gestione rappresentati soprattutto dai costi del personale Siae, arrivati a incidere per 91,2 milioni di euro nel 2008 e cresciuti di un ulteriore 5,1% l'anno seguente.Confrontando il settore della musica, emerge come nel 2008 la Siae abbia registrato incassi per 474,7 milioni di euro, a cui bisogna sommare 9,64 milioni di euro provenienti dalla lirica. Ma in Gran Bretagna la Prs for Music, che più si avvicina all'ente italiano per numeri e servizi, ha raccolto 620 milioni di euro. Dal confronto fra ricavi e costi operativi, si deduce che l'incidenza dei costi per la società inglese è stata del 12%, contro il 14,8 della Siae, che ha sostenuto costi operativi per 71,76 milioni di euro. La difesa della società presieduta da Giorgio Assumma punta sulla maggior attenzione (e quindi costi più alti) imposta ai propri agenti sull'effettiva corresponsione dei diritti d'autore, ma Menegon ribatte che anche le società straniere hanno tutto l'interesse a far rispettare le regole. Oltretutto, Prs far Music opera in posizione dominante, ma il suo monopolio non è sancito per legge e dunque i concorrenti possono sempre farsi avanti. Lo studio passa anche in rassegna i costi sostenuti dagli iscritti, nettamente più favorevoli sul mercato inglese. Ma la questione riguarda anche i giovani autori, poco incentivati a registrare le proprie opere, visti gli alti costi da sostenere. Le differenze si colgono anche all'atto pratico: una discoteca inglese pagherà a Prs circa 117 euro per la musica diffusa durante una serata, cioè un importo nove volte inferiore a quanto dovrebbe corrispondere alla Siae un locale italiano simile a quello inglese per dimensioni e frequentazioni. Idem nell'ambito delle radio commerciali: un'emittente italiana con ricavi pari a 500 mila euro che trasmette in tutta la Penisola, deve alla Siae il 6% degli incassi. La corrispettiva inglese verserebbe nel complesso un punto percentuale in meno agli enti preposti alla tutela dei diritti. Fin qui, lo stato ha continuato a preservare il monopolio pubblico legale nel settore dei servizi di intermediazione, ma un nuovo scenario potrebbe prendere forma oggi, qualora cadesse il dominio Siae, grazie a una serie di soggetti capaci di sostituirsi al monopolista, replicando simili economie di scala. Qui entrerebbero in gioco editori affermati e grandi associazioni, operanti su scala transnazionale, con mezzi adeguati per sfidare il monopolio. O perlomeno, questa è la strada suggerita.
Da Italia Oggi, 21 luglio 2010
E ora finalmente si dia spazio ai privati
L'intellighenzia parastatale è in lutto. I tagli di bilancio che già lo scorso anno avevano costretto a ridimensionare il Fus (che finanzia lo spettacolo), obbligano ora a ridurre di 58 milioni di euro le risorse a disposizione del ministero della Cultura per i prossimi due anni. Chi nel mondo intellettuale si lamenta e straccia le vesti non coglie, però, le opportunità della nuova situazione. Nessuna nega che la cultura sia importante e che investire nell'arte, nella formazione intellettuale dei giovani e in attività ad altissima qualificazione (come nel caso del cinema), favorisca una crescita complessiva della società. Questo è vero in generale, ma lo è ancor più per un Paese come l'Italia, il cui patrimonio storico e monumentale ha pochi eguali al mondo. C'è però da chiedersi se per avere investimenti in questi ambiti si debba per forza di cose ricorrere al denaro pubblico e se per avere attività culturali sia necessario puntare su burocrati e gruppi «sponsorizzati». L'esperienza ci dice esattamente l'opposto, poiché essa obbliga a riconoscere che se si vogliono siti archeologici curati, musei all'avanguardia, produzioni cinematografiche di livello internazionale e via dicendo è necessario che i funzionari lascino spazio agli imprenditori, e che gli amici degli assessori siano sostituiti da soggetti di mercato. Da troppo tempo il nostro Paese si caratterizza per una gestione sciatta delle proprie ricchezze artistiche, spesso abbandonate negli scantinati dei musei proprio perché lo Stato ha preteso di agire in prima persona e ha messo fuori gioco i privati: che pure esistono e chiedono solo più spazio. Per giunta, quando lo Stato finanzia la cultura, quest'ultima diventa fatalmente un'ancella dei potenti di turno, così che l'intellettuale si mette a ripetere quanto piace a chi gestisce i cordoni della spesa. La vecchia regola «chi paga, comanda» vale in questo caso come in ogni altro.Va aggiunto che il ritrarsi dello Stato può favorire una cultura più attenta al pubblico, facendo sì che ognuno si sforzi di soddisfare le attese dei cittadini, che non sempre sono il «popolo bue» disprezzato dai radical-chic. Due fenomeni italiani tanto popolari quanto di alto livello, la lirica ottocentesca e il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, si sono affermati senza sussidi pubblici. Molto semplicemente, furono frutto dell'intraprendenza di imprese e artisti. Un ridimensionamento della spesa statale, anche se imposto da difficoltà di bilancio, può allora riequilibrare la situazione e ridare dinamismo al settore, dato che i tagli possono regalare una chance a quelle imprese che fino a oggi hanno dovuto competere con soggetti
lautamente sovvenzionati - si pensi al teatro di prosa - e quindi ben poco interessati a guadagnarsi il favore della gente (tanto più che i finanziamenti sono spesso sganciati da ogni riscontro di mercato). E' comprensibile che vi siano registi, attori e danzatori che oggi versano calde lacrime. In fondo all'animo di ogni uomo si nasconde il sogno di un'esistenza sottratta alla competizione. Ma anche nel mondo della cultura «stare sul mercato» significa saper soddisfare le attese altrui: farsi apprezzare, realizzare qualcosa che gli altri gradiscono, mettersi al servizio del prossimo.
Da Il Giornale, 21 luglio 2010
Il referendum che fa acqua
Un milione e quattrocento mila persone hanno messo firma e faccia dietro tre quesiti referendari che mirano ad annullare gli effetti del cosiddetto Decreto Ronchi, con cui l’attuale governo ha provato a introdurre elementi di concorrenza nei servizi pubblici locali. Sono firme che spiegano almeno in parte le straordinarie difficoltà che aveva incontrato il ddl Lanzilotta nella passata legislatura. Anche allora, proprio sull’acqua il centro-sinistra andò ad arenarsi.
Per l’acqua “bene comune”, si è sviluppato un consenso vastissimo e spontaneo: una partecipazione così impressionante non si spiega solamente con l’efficienza della macchina organizzativa di chi, essendo fuori dal Parlamento, deve inventarsi campagne per restare vivo. Il lessico politico degli anti-liberalizzatori è accattivante. Chi difende il Decreto Ronchi lo fa sulla base di ragioni di efficienza. Loro parlano di un diritto umano fondamentale. È facile fare le barricate “per il bene comune”. Ma ogni tanto, il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso.
Chi infatti abbia un po’ di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune Regioni del Sud, dove per distribuire cento litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri cento. Perché l’acqua sia un “diritto fondamentale”, ovvero perché l’accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?
Il ciclo dell’acqua è un ciclo chiuso: quanti si aggiudicheranno il servizio tramite gara, si impegneranno a raccogliere l’acqua, renderla potabile, portarla ai rubinetti e smaltirla dopo averla depurata. La logica della gara rispetto all’affidamento in house introduce logiche di trasparenza e di accountability che dovrebbero consentire un miglior controllo sugli affidatari. Ai privati starebbe fare profitto sulla riduzione dello spreco, ponendo in essere nuovi investimenti, rendendo più solide le reti, assicurando una gestione più imprenditoriale ed oculata: tutto questo, “gestendo” pro tempore una risorsa pubblica.
Il Decreto Ronchi, coerentemente con i principi comunitari, generalizza l’obbligo di utilizzare procedure competitive a evidenza pubblica per l’esternalizzazione dei servizi idrici o per la selezione di un partner privato in una società mista, andando a limitare la possibilità del ricorso alla gestione in house. Il fatto che un servizio sia assegnabile tramite gara non significa affatto che esso venga privatizzato. Nell’Indice delle liberalizzazione 2010, Rosamaria Bitetti nota come, per “contratti così lunghi, complessi e di conseguenza incompleti”, è improbabile si avrà una valutazione basata solamente su parametri economici. La gara di assegnazione somiglierà a un “beauty contest” ed è piuttosto scontato che l’incumbent partirà avvantaggiato, in virtù dei solidi legami con le amministrazioni locali. È vero che il Decreto Ronchi parallelamente mira a una progressiva riduzione del peso degli enti locali nelle società a partecipazione pubblica già quotate in borsa, ma (a) la quota pubblica massima, anche nel 2016, potrebbe assestarsi comunque al 30% del capitale e (b) le amministrazioni locali sono obbligate a vendere un pezzo delle partecipate solo nel caso in cui vogliano mantenere l’affidamento diretto.
Di “privatizzazione”, insomma, davvero non si può parlare: tanto rumore per nulla.
È del tutto evidente che una campagna di sensibilizzazione contro la messa a gara dei servizi pubblici locali avrebbe suscitato meno clamore. Ma, proprio per la forza delle parole d’ordine utilizzate per raccogliere le firme per il referendum, è chiaro che il decreto Ronchi è solo un pretesto: lo scopo è riaffermare la forza di culture politiche desuete ed elettoralmente sconfitte, a sinistra come a destra.
Contro di esse, dovrebbe mobilitarsi quel pezzo del Paese che cerca a fatica di costruire un dibattito pubblico più razionale. Ma da una parte perché il decreto Ronchi è “di destra”, dall'altra perché Ronchi appartiene alla minoranza della maggioranza, è probabile che nessuno s’incaricherà dello sforzo. La vittoria del bene comune sul buon senso può riportare indietro di trent'anni l'orologio della politica.
Da Il Sole 24 Ore, 21 luglio 2010
Acqua, IBL aderisce al comitato per il no
L’Istituto Bruno Leoni aderisce al Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.
Dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL: “un milione e quattrocentomila persone sono state ingannate: gli è stato chiesto di firmare contro la ‘privatizzazione’ dell’acqua e contro gli aumenti tariffari, quando in realtà stavano firmando per consegnare alla casta il controllo delle risorse idriche. In Italia, infatti, l’acqua non è mai stata privatizzata e nessuno propone di privatizzarla: semplicemente, il nostro paese si è parzialmente allineato agli standard europei che prevedono di affidare il servizio idrico tramite gara.
Solo in questo modo è possibile costruire una cornice legale e regolatoria favorevoli agli investimenti necessari in tutto il ciclo idrico, dalla captazione delle acque fino alla depurazione. L’alternativa, naturale conseguenza dell’eventuale vittoria dei sì ai referendum, è la gestione politicizzata, clientelare e sprecone che ci ha portato nell’attuale situazione in cui più di un terzo dell’acqua va sprecata e troppi comuni sono ancora privi di impianti di depurazione decenti. La normativa esistente è per molti versi inadeguata, ma occorre farle fare dei passi avanti verso una maggiore apertura al mercato, non un balzo indietro verso un passato partitocratico che nessuno rimpiange”.
La prima conseguenza di Pomigliano? La monovolume che passa in Serbia
Lo scontro di Pomigliano d’Arco ha portato le prime conseguenze. E non poteva essere diversamente. Fiat ha deciso di non seguire le linee del piano “Fabbrica Italia” e di togliere un pezzo di produzione dallo stabilimento di Mirafiori. L’annuncio è arrivato dall’amministratore delegato Sergio Marchionne durante la presentazione dei dati del primo semestre del 2010.
In particolare, il segmento delle piccole monovolume, il cosiddetto LO, non vedrà luce nella fabbrica torinese, ma sarà spostato in Serbia.
Fiat Idea, Fiat Multipla e Lancia Musa nel progetto di sviluppo della produzione italiana dovevano nascere da una piattaforma italiana, ma dopo lo scontro di Pomigliano d’Arco il management della casa automobilistica ha deciso di compiere un cambiamento, non senza conseguenze.
La dura battaglia della Fiom ha dunque lasciato il segno. La decisione di Fiat di portare la nuova Panda in Italia dallo stabilimento polacco di Tichy era un successo per l’industria italiana. Infatti, la fabbrica polacca era più efficiente di quella campana, ma l’azienda torinese aveva deciso di puntare su quest’ultima con investimenti pari a 700 milioni di euro. E centinaia di milioni di euro dovevano essere investiti anche nello stabilimento di Mirafiori, per sviluppare la nuova piattaforma delle monovolume.
Sergio Marchionne ha invece annunciato che tale investimento non sarà fatto e l’azienda invece porterà tali modelli in Serbia, dove non solo i costi di produzione sono più bassi, ma Fiat riceverà aiuti governativi per circa 250 milioni di euro e finanziamenti agevolati dalla Banca Europea degli Investimenti.
Si può dire che Fiat abbia preso la palla al balzo e abbia approfittato dell’errore strategico della Fiom. La produzione in Serbia è sicuramente più conveniente di quella italiana, non solo per il costo del lavoro e per gli oneri sociali, ma soprattutto perché il governo serbo ha deciso di aiutare la casa automobilistica italiana.
In “Fabbrica Italia” tuttavia tale investimento era una parte importante del piano di sviluppo della produzione italiana e dunque lo scontro è già arrivato al livello politico.
Da un punto di vista semplicemente industriale è comprensibile la mossa di Marchionne, che vuole andare a produrre laddove i costi sono inferiori. La conflittualità sindacale italiana, come ha dimostrato Pomigliano d’Arco, è effettivamente elevata, ma non alza una barriera tale da spingere a tornare indietro da una decisione di investimento.
Ma quale è la differenza tra Pomigliano d’Arco e Mirafiori? E quale sará il futuro di Mirafiori senza la piattaforma LO che prevedeva circa 190 mila veicoli l’anno? Nello stabilimento campano l’azienda torinese aveva già cominciato ad investire nel rinnovo dell’impianto e nella formazione del personale e dunque un ritiro dell’investimento provocherebbe un grave perdita per l’azienda. A Mirafiori invece vi era un progetto d’investimento e dunque un cambiamento non avrebbe dei costi, se non quelli politici. La decisione di spostare la produzione in Serbia è sicuramente un vantaggio industriale per la casa automobilistica torinese, ma da un punto di vista politico potrebbe essere un grave errore.
Certo è che l’azienda giustamente guarda al proprio profitto, come dimostra l’utile del primo semestre del 2010, ma uno dei punti di forza dell’amministratore delegato di Fiat è sempre stato la capacità di rapportarsi con la politica. L’entrata in Chrysler da parte di Fiat non è stato un successo di mercato, ma deriva dall’accordo tra l’azienda italiana e il Governo Americano. Senza il sì di Barack Obama, Fiat non avrebbe mai potuto conquistare il 20 per cento di Chrysler senza utilizzare un euro di liquidità e con il solo scambio di tecnologie. E il progetto “Fabbrica Italia” aveva ricevuto il grande appoggio del Governo Italiano, poiché riportava una parte della produzione in Italia.
Lo stabilimento di Mirafiori, senza la piattaforma LO, è destinato a scomparire. Infatti dovrebbe rimanere la produzione di un solo modello di Alfa Romeo, che significa, di fatto, la morte della fabbrica torinese. Se l’azienda non tornerà indietro nelle proprie decisioni, a Torino non si faranno piú automobili.
Senza questo investimento a Mirafiori, viene meno anche il piano “Fabbrica Italia”. La produzione di automobili Fiat in Italia è destinata a rimanere stabile ad un livello inferiore a quello della Repubblica Ceca.
L’errore italiano è stato quello di volersi legare ad un solo produttore e di non avere mai fatto nulla per attrarre investimenti stranieri. Al contrario di Regno Unito e Spagna, che non hanno grandi produttori nazionali, l’Italia non è stata mai in grado di fare arrivare le case automobilistiche straniere sul territorio a causa delle nostre debolezze strutturali.
Questa decisione di Fiat scatenerà solo polemiche o forse fará aprire gli occhi alla politica e la indurrà a fare le necessarie riforme strutturali?
Da L’Occidentale, 23 luglio 2010
Marchionne sacrificherà l’Alfa Romeo sull’altare di Detroit?
Dopo Pomigliano d’Arco non sembra esserci tregua tra Fiat e Fiom. Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di fuoco. Le motivazioni degli ultimi scontri sono il licenziamento di cinque lavoratori tra Melfi, Torino e Tremoli e il mancato pagamento del premio variabile di produzione.
Nello stabilimento campano, l’azienda torinese ha deciso di andare avanti comunque nel suo progetto “Fabbrica Italia” e dunque di portare in Italia la produzione della nuova Panda. Questa decisione avviene dopo un periodo di scontro molto intenso tra il sindacato legato alla Cgil e la casa automobilistica. Le condizioni per aumentare l’efficienza produttiva non sono state accettate da questo sindacato, che si ritrova isolato, durante una guerra di successione all’interno della stessa Cgil.
Queste proteste e scioperi, che stanno lentamente coinvolgendo tutti gli stabilimenti produttivi di Fiat, arrivano forse nel momento peggiore per la casa automobilistica. Mentre l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha presentato a fine aprile un piano fino al 2014 che prevede un raddoppio della produzione, il mercato continua a soffrire e Fiat ha un andamento molto peggiore rispetto al mercato.
I dati di giugno a livello europeo confermano le difficoltà della casa automobilistica italiana. La quota di mercato mensile è scesa al 7,4%, con una caduta di oltre il 20% delle vendite. In Europa, la situazione complessiva non è affatto facile, ma la contrazione delle vendite si è limitata nello stesso mese al 6%. Nel primo semestre del 2010, mentre il mercato europeo ha registrato una sostanziale stabilità con una crescita dello 0,2%, Fiat ha perso il 10%. Se dovesse continuare questa tendenza, alla fine dell’anno, la casa automobilistica torinese scenderà al di sotto dell’8% della quota di mercato. Chrysler, controllata di Fiat, ha visto in Europa una contrazione del 22% a giugno e del 20% nel primo semestre.
I dati della casa di Detroit sono migliori Oltreoceano; infatti il gruppo nel quale Fiat detiene il 20% delle azioni, continua a crescere nel mercato americano. Nel mese di giugno le vendite sono aumentate del 35%, in un mercato in espansione, mentre nel primo semestre il risultato non è stato altrettanto brillante. A fronte di una crescita del mercato del 14,3%, Chrysler ha visto aumentare il numero di veicoli venduti del 12%. Nel complesso la quota di mercato nel primo semestre è scesa dal 9,8% del 2009 al 9,4% del 2010.
La fusione tra Chrysler e Fiat è indubbiamente una grande sfida per la casa automobilistica torinese e non sarà facile vincerla. Le risorse necessarie per salire dal 20% del capitale di Chrysler, alla maggioranza assoluta, sono molto elevate e superano certamente i cinque miliardi di euro.
Al fine di migliorare la valorizzazione nei due settori presenziati sul mercato da Fiat, è stata decisa una scissione all’interno del gruppo. In questo modo si arriverà nei prossimi mesi a una quotazione separata tra il settore dei veicoli industriali e il settore auto. In questo modo il gruppo riuscirà a trovare nuove risorse dal mercato.
Quasi certamente queste nuove risorse non saranno sufficienti per “salire” in Chrysler e non è fuori discussione quello che da diversi mesi è un rumors del mercato: Fiat potrebbe decidere di vendere Alfa Romeo a qualche competitor europeo. Solo in questo modo l’azienda torinese potrebbe trovare quelle risorse necessarie per crescere nel mercato americano.
Anche se il rilancio di Chrysler e il contemporaneo lancio della 500 negli Stati Uniti dovessero avere successo, difficilmente nel 2010 e nel 2011 Fiat produrrà utili operativi molto importanti. La crescita nel mercato americano è necessaria e le condizioni del mercato evidenziano una ripresa del mercato stesso. In Europa la situazione invece è opposta, poiché le vendite stanno crollando, dopo un 2009 drogato dagli incentivi.
In particolare in Germania si sta realizzando il “crollo post-elettorale”. Nel 2009, per spingere un settore essenziale dell’economia tedesca, il governo guidato da Angela Merkel e appoggiato dai socialdemocratici aveva immesso risorse pubbliche al fine di migliorare il risultato elettorale. Il 2009 del mercato auto tedesco ha registrato un boom delle vendite, ma nel 2010, quando gli incentivi sono terminati, ha cominciato a sgonfiarsi la “bolla delle automobili elettorali”. La caduta nel primo semestre del 2010 è del 28,7% e tale dato non ha bisogno di ulteriori commenti.
Nel mercato europeo sostenuto dagli incentivi, Fiat era stata in grado di sfruttare al meglio l’occasione. Spesso gli incentivi, per essere giustificati, venivano accompagnati dalla “scusa” delle riduzioni delle emissioni e la casa automobilistica torinese, producendo veicoli “piccoli”, era stata particolarmente avvantaggiata.
Finiti i sussidi pubblici, Fiat ha cominciato a soffrire più degli altri produttori e la caduta della quota di mercato in Europa, non può non preoccupare i vertici della casa automobilistica. Fiat si trova di fronte a un periodo particolarmente delicato e la tensione sociale italiana non aiuterà a risolvere la situazione.
Da ilsussidiario.net, 21 luglio 2010
Il monopolio della SIAE e il confronto con l'Europa
Diritti d'autore e concorrenza. Per la tutela è meglio il monopolio o il libero mercato? La vexata quaestio ritorna. E a rilanciarla è uno studio (PDF) dell'Istituto Bruno Leoni (IBL), che ha messo a confronto l'efficienza dei diversi sistemi in Europa, per arrivare alla conclusione che «il monopolio è costoso e inefficiente».
In Italia l'attività di intermediazione per la gestione dei diritti d'autore è affidata in via esclusiva alla Siae, che è un ente pubblico. In Europa, invece, la situazione è più diversificata e si va dalla Gran Bretagna, che ha il modello più aperto di mercato, passando attraverso la Francia dove esistono diverse copyright collecting society, per arrivare ai monopoli legali di Italia, Danimarca e Paesi Bassi.La Siae concede le autorizzazioni per l'utilizzazione delle opere protette, riscuote i compensi per il diritto d'autore e ripartisce i proventi che ne derivano. Scrittori e musicisti, architetti e registi, non possono che affidarsi ai servigi della Siae.
Ma dallo studio dell’IBL emerge che il nostro ente è più inefficiente rispetto alle società britanniche (anche in confronto all'unica collecting society autorizzata svizzera) e più caro per quote di iscrizione e licenze rilasciate: pesa su autori, discografici e consumatori per 13,5 milioni di euro. E solo nel settore delle opere letterarie e figurative, l'incidenza dei costi amministrativi è pari al 26414 degli incassi contro il 10,4% di quello registrato in Gran Bretagna. Una fotografia che evidenzia anche i problemi di bilancio della Siae, nonostante detenga in Europa una quota di mercato del 15%.
La via d'uscita, forse, arriva dall'Europa, che mira a riconoscere ad autori e fruitori di opere d'ingegno la libertà di scegliere la collecting society a cui affidare la tutela dei propri diritti. Intanto in Italia la creatività resta nei confini del monopolio.
Da Corriere della sera, 17 luglio 2010
Lettera di sfida
Ci penseranno le vedove scozzesi a creare la vera concorrenza postale in Italia? Lo spera Luca Palermo, il boss del gruppo olandese Tnt per l'Italia. Tnt, public company quotata ad Amsterdam, tra i cui soci principali c'è il famoso fondo pensioni Scottish Widows, è un colosso attivo in 200 paesi, con 10,4 miliardi di curo di ricavi e 160 mila addetti, ma in Italia è un piccolo Davide in confronto al Golia delle Poste Italiane. Con 1.600 dipendenti e 147 filiali, Tnt Post è comunque il più importante operatore privato. Finora s'è rivolto alla clientela business interessata a spedire raccomandate, comunicazioni ai clienti, atti amministrativi, e a fare del direct marketing. Fattura 200 milioni e ha poco più del 5 per cento del mercato ma, nel giro di 5-6 anni, vuole arrivare al 20.
«Con che armi? Apparentemente banali: prezzi competitivi e qualità del servizio», sostiene Palermo. Per mettersi a fare sul serio, il manager di Ivrea deve aspettare che parta davvero la privatizzazione dei servizi di recapito, il primo gennaio 2011. Quando l'Italia dovrà completare il processo di liberalizzazione. La posta cartacea, però, da noi è in forte declino, molto più che altrove. I pezzi annui recapitati per abitante sono scesi a 90 nel 2009: meno della metà del dato medio dell'Unione e un terzo rispetto a diverse nazioni dell'Europa centro-settentrionale. Dove il direct marketing e il "non indirizzato" (i volantini della grande distribuzione) sono in ascesa e considerati alle stregua di un media. «Il contributo del mercato postale italiano rispetto al Pil e all'occupazione non arriva alla metà della media europea. Persino gli sloveni spendono in un anno più degli italiani in servizi di recapito», sottolinea Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze a Milano Bicocca, nello studio "Indice delle liberalizzazioni 2010", realizzato dall'Istituto Bruno Leoni.
Secondo Arrigo, dal 1999 a oggi in Italia non vi è più stato né pluralismo né concorrenza, nonostante nel 2003 e nel 2005, la seconda direttiva postale dell'Unione europea abbia aperto segmenti consistenti del settore. «Oggi, circa metà del mercato è legalmente libera, ma Poste Italiane vi permane come attore solitario e incontrastato, non essendovi operatori autonomi in grado di competervi. Tuttavia, in assenza di concorrenza, il mercato è rimasto asfittico e sottosviluppato». Non potendo competere nelle buste di peso inferiore ai 50 grammi, a meno che il servizio non abbia un particolare valore aggiunto, parecchi potenziali giocatori sono rimasti alla finestra. Ecco perché, quando scatteranno le nuove regole che il ministero dello Sviluppo economico sta predisponendo, non dovrebbero essere in troppi ad andare all'assalto del monopolio delle Poste Italiane guidate da Massimo Sarmi. L'unico certo di farlo è proprio Palermo. «D'altronde, Tnt è presente in Italia da dieci anni e non può tirarsi indietro, se vuole salvaguardare tutti gli investimenti fatti finora», spiega il manager. Dopo una carriera nel marketing e nel comparto commerciale, snodatasi tra Johnson & Johnson, Bosch e Vodafone, Palermo è entrato in Tnt nel 2005 e ne è il capo italiano dal 2009. È lui che ha lanciato Formula certa, il servizio che fattura cento milioni ed è stato un primo esempio di concorrenza a Poste Italiane. Formula certa si basa su una soluzione studiata insieme agli esperti della Scuola Sant'Anna di Pisa. Grazie alla tecnologia satellitare e al codice a barre piazzato su ogni busta, che viene letto dal palmare in dotazione ai postini di Tnt, vengono registrati luoghi, data e ora di consegna del plico, il cuì viaggio può essere controllato su Internet. Un prodotto di successo che ha scatenato una querelle all'esame dell'Autorità per la concorrenza.
L'anno scorso, Poste Italiane ha cominciato a offrire un servizio simile, PostaTime. «Proponendolo ad alcuni dei più importanti clienti di Tnt e a prezzi estremamente bassi, sostenibili solo grazie alla rete integrata di Poste Italiane. Per noi, si tratta di un caso di comportamento lesivo della concorrenza», dice Palermo. L'istruttoria dell'Antitrust deve concludersi entro metà novembre, a pochi giorni dal via libera alla competizione totale. Scrive ancora Arrigo: «A pochi mesi dalla piena liberalizzazione, l'Italia non ha ancora definito le regole comuni, individuato un arbitro indipendente del mercato. E non ha ancora dimostrato di voler abbandonare lo storico protezionismo verso l'azienda pubblica». Sposato, due bambini, una passione per la moto, corsa e arrimpicate in montagna, Palermo racconta che nello sport il suo punto di forza è la resistenza, più che la velocità. Ne avrà bisogno, per rosicchiare quote a Poste Italiane.
Da L’Espresso, 16 luglio 2010
Il governo fa bene a mediare ma no a un'altra Alitalia
Telecom dovrà confrontarsi col governo sul piano di licenziamenti annunciato nei giorni scorsi. Lo ha annunciato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «La nostra intenzione è quella di chiedere all'azienda di dare la propria disponibilità ad un ulteriore approfondimento del piano e circa investimenti relativi alla manutenzione della rete tradizionale e allo sviluppo alla rete di nuova generazione per la quale è in atto un tavolo negoziale anche con gli altri gestori».
L'intervento dell'esecutivo è comprensibile di fronte a un programma di tagli che, pur non avendo dimensioni epocali, è comunque importante: circa 6800 licenziamenti entro il 2012, di cui 3.700 entro l'anno prossimo. Bisogna però prestare estrema attenzione a non trasformare un ragionevole interessamento - che può rispondere anche all'esigenza di agevolare una mediazione tra l'impresa e i sindacati - in una forma di ingerenza vecchio stile, come succedeva per esempio con la vecchia Alitalia. Negli ultimi mesi, Sacconi ha caratterizzato la sua azione in senso opposto. Lo si è visto molto bene nel caso di Pomigliano, che chiaramente il ministero ha seguito da vicino senza, però, impicciarsene. E segno di una maturazione nelle relazioni industriali del nostro paese, che vedono contemporaneamente l'assunzione di responsabilità da parte di gran parte del mondo sindacale, una giusta propensione al dialogo dal lato datoriale, e il governo che si preoccupa principalmente di questioni emergenziali ma, per il resto, lascia fare.
Contemporaneamente, la crisi dell'ex monopolista telefonica è sintomatica dei nodi di una privatizzazione mal fatta, che oggi vengono al pettine. I lettori di Libero conoscono bene la vicenda e le magagne grazie alle inchieste di Davide Giacalone. Il punto è che, nel caso di Telecom come in altri, la politica ha ceduto (a malincuore) le vecchie partecipazioni statali, senza però avere in mente un chiaro progetto di liberalizzazione.
Nel caso delle tlc, l'Istituto Bruno Leoni stima un grado di apertura appena del 41 per cento: troppo poco per innescare vere dinamiche concorrenziali, specie nel segmento più legato al passato monopolistico, cioè la telefonia fissa. Così mancano gli investimenti, così si distruggono valore e occupazione. In breve, è utile che Sacconi segua da vicino l'evolversi dalla vicenda, restando coerente col suo approccio.
Il mestiere della politica è fare regole giuste, e nel caso delle telecomunicazioni ce n'è un fottutissimo bisogno. Non tanto per il futuro di Telecom, che è di relativo interesse nell'ottica del paese, maper il bene di un settore cruciale per la nostra competitività.
Da Libero Mercato, 15 luglio 2010
Concorrenza, Italia liberalizzata a metà
L'economia italiana è liberalizzata al 49%, un punto percentuale in meno dei 2009, con un ribasso causato dal peggioramento dei grado di apertura dei mercato nei settori dei trasporto, ferroviario e aereo, e dei servizi idrici, mentre il mercato elettrico rimane il più liberalizzato. Lo sottolinea l’Indice delle liberalizzazioni 2010, realizzato dall'istituto Bruno Leoni. L'indice, che analizza la percentuale di apertura dei mercato rispetto al paese più liberalizzato d'Europa in quindici settori, è stato presentato ieri da Carlo Stagnaro, capo dell'Ufficio studi dell'Ib1, con il ministro dei Lavoro, Maurizio Sacconi e il commissario Antitrust, Antonio Pilati. «La variazione - spiega il rapporto dell'istituto - non è significativa per il modo in cui è costruito l'indice. Di fatto, nel 2010, sono proseguite le tendenze in atto negli anni precedenti, e in particolare si è osservato un trend verso il miglioramento nei settori che hanno gradi di liberalizzazione relativamente alti e possono contare sulla presenza di un regolatore indipendente». Il settore più liberalizzato è l'energia elettrica (7 1%), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. II settore meno liberalizzato è quello dei servizi idrici (17%), nonostante l'effetto positivo dei decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osserva il mercato dei lavoro (dal 55 al 60%).
Da Avvenire, 13 luglio 2010
Un'agenda liberista per il Cav
Per tornare a crescere, l'Italia deve liberare i suoi spiriti animali. Secondo l'Indice delle liberalizzazioni, presentato ieri dall'Istituto Bruno Leoni, il grado di apertura complessivo del nostro paese è del 49 per cento. In questo numero - e soprattutto nel 51 per cento che resta da fare - si nasconde un'agenda liberista con cui il Cav. e Tremonti potrebbero contemporaneamente stimolare la crescita economica e, grazie all'allargamento della base imponibile, tendere verso l'equilibrio fiscale. L'esperienza parla da sé: i settori che hanno conosciuto riforme di mercato, come l'elettricità e la telefonia mobile, hanno attratto investimenti e prodotto benefici per i consumatori, l'occupazione e l'economia in generale. Per il resto, abbiamo solo l'imbarazzo della scelta: se il governo vuole creare le condizioni per una ripresa più sostenuta, non deve far altro che darsi delle priorità (magari approfittando dell'attesa legge annuale sulla concorrenza).
Suggeriamo tre interventi urgenti. Il primo, inderogabile, sul mercato postale: secondo l'Ibl è liberalizzato al 43 per cento, troppo poco se si considera che il l° gennaio 2011 scatta la piena liberalizzazione europea. Qui bisogna muoversi in fretta - a partire dal conferimento delle competenze al Garante delle comunicazioni - se non altro per schivare la possibile apertura di una procedura di infrazione comunitaria. Secondo: i servizi idrici. Il decreto Ronchi-Fitto, oggetto di una campagna referendaria disinformante e denigratoria contro l'inesistente "privatizzazione" dell'acqua, introduce il principio dell'affidamento tramite gara, ma ancora mancano i regolamenti attuativi, e va sistemata la faccenda della regolazione indipendente. Terzo: a livello locale, troppi servizi sono presidiati da aziende municipalizzate che si muovono nella penombra di un conflitto d'interessi permanente in capo ai comuni, azionisti e regolatori al tempo stesso. Specie in un momento di austerity come questo, i comuni dovrebbero essere indotti a privatizzare, in assenza di carote, col bastone di ulteriori tagli ai trasferimenti per i comuni che non lo fanno. Così si coniugano rigore e sviluppo.
Da Il Foglio, 13 luglio 2010
Mercato del lavoro, cresce la soglia di libertà
Meno lacciuoli sul mercato dei lavoro. Il grado di libertà infatti è cresciuto, dal 2009 al 2010, dal 55 al 60%. Un incremento dovuto, prevalentemente, alle misure contenute nella Legge finanziaria 2010, con il ripristino di alcuni istituti della riforma Biagi (il digs n. 27612003). Secondo la ricerca presentata dall'Istituto Bruno Leoni, in particolare, il 2009 ha visto il governo impegnato soprattutto a contrastare gli effetti della crisi economica che, sul piano del lavoro, si sono concretizzati in un aumento considerevole della disoccupazione (a pagarne di più le spese sono stati i giovani).
Così, il quadro normativo che regola i rapporti di lavoro non ha visto particolari riforme. Eppure, quei pochi interventi realizzati, racchiusi nella Finanziaria 2010 e che hanno interessato il fronte contrattuale, hanno contribuito a elevare il grado di libertà del mercato del lavoro. ira l'altro, è stato reintrodotto l'istituto della somministrazione di lavoro a tempo indeterminato (staff leasing); è stata modificata la disciplina della somministrazione di lavoro a tempo determinato; ed è stato ampliato il lavoro accessorio (i voucher). Il capitolo più importante è stato quello degli ammortizzatori sociali. Ma anche in tal caso, secondo la ricerca, si è trattato di iniziative che hanno comunque inciso sul funzionamento del mercato del lavoro.
Non si è trattato, infatti, di semplici politiche passive di sostegno al reddito o di indennità di disoccupazione, ma sono stati previsti vari incentivi, soprattutto a carattere economico, per favorire il collocamento di categorie svantaggiate di lavoratori.
Da Italia Oggi, 13 luglio 2010
Concorrenza, ordini aperti a metà
Ordini professionali aperti al mercato solo per metà. Ma in linea con gli altri anni. Quello delle professioni si conferma come un settore statico; con l'unica vera minaccia della crescita degli iscritti agli albi che spingono verso una proletarizzazione dei professionisti. Il che non vuol dire che bisogna spingere sulle liberalizzazioni in maniera unilaterale.
Le prime lenzuolate di Bersani, in questo senso, hanno rappresentato un modo di operare che ha portato a scarsissimi risultati. La percentuale di apertura al mercato da parte degli ordini era del 46% nel 2006 è del 470f nel 2010. Meglio quindi procedere con una riforma del comparto che coinvolga i diretti interessati. A suggerirlo è l'Istituto Bruno Leoni. Che ieri a Milano ha presentato l'indice delle liberalizzazioni, edizione 2010. Il report, che comprende anche altri settori, fa il punto sugli effetti delle norme nei singoli settori. Quello che riguarda le professioni, anche per quest'anno, si è confermato statico. «In realtà», spiega il centro studi, «il mondo delle professioni ha vissuto tutto l'anno in una strana atmosfera di attesa dell'imminente cambiamento. Ciò deriva dal fermo intendimento del ministro della giustizia, Angelino Alfano, di riorganizzare l'intero settore.
Sotto un primo profilo, ciò va valutato favorevolmente: procedere a una riforma in modo unilaterale, senza alcuna forma di rapporto con i diretti interessati rischierebbe di condurre a un quadro normativo non conforme alla realtà e, ancor peggio, coscientemente e volutamente boicottato dagli operatori (in buona parte accadde proprio così nel 2006/2007, dopo la miniriforma Bersani). Inoltre, dalle dichiarazioni del ministro Alfano, l'idea di una legge quadro in grado di dettare le norme generali in materia di professioni sembra essersi finalmente fatta largo nel dibattito politico: meglio ancora sarebbe se la disciplina generale fosse nuovamente integrata nel corpo del codice civile. Nondimeno», continua il report, «permangono molte e gravi perplessità in relazione ai plausibili sviluppi futuri: discutere approfonditamente con i professionisti non può e non deve trasformare il parlamento e il governo in meri recettori delle istanze corporative provenienti dai rispettivi ordini e collegi».
È chiara l'esigenza però di riformare il comparto. «Il mondo dei professionisti», si legge, «si è sempre distinto per la presenza di notevolissime competenze individuali e soprattutto per una particolare preparazione culturale: negli ultimi decenni tali caratteristiche si sono pressoché annullate e si è potuto constatare un vero e proprio crollo della professionalità in contemporanea con un incremento spropositato di iscritti a ordini e albi, molto spesso poco qualificati e destinati a una sorta di «proletarizzazione» intellettuale. Rendersi conto di questo fenomeno, e realizzare anche che i professionisti stanno sostenendo la crisi solo con le loro forze, senza alcun aiuto o ammortizzatore sociale, sono constatazioni importanti: le risposte e le soluzioni, però, non possono perseguire la difesa a oltranza dei privilegi di chi «è già dentro» né possono cercare di riportare l'orologio della storia al periodo d'oro del professionista individuale, ormai archiviato da alcuni decenni».
Si auspica, dunque, una marcata apertura al mercato, in modo da conferire al professionista italiano gli strumenti giuridici necessari per competere con i propri pari, con organizzazioni cooperativeimprenditoriali e con professionisti stranieri. Continuare a negare a ogni costo l'esistenza stessa del concetto di concorrenza nella realtà delle professioni non porterà ad altro se non all'ulteriore impoverimento (non solo culturale) del settore».
Da Italia Oggi, 13 luglio 2010
Concorrenza in gabbia
Che fine ha fatto la stagione delle liberalizzazioni? Stando ai dati sembrerebbe se non morta quanto meno in coma vegetale. Secondo l'indice annuale che misura il grado di "libertà" dell'economia italiana, elaborato dall'istituto Bruno Leoni, nel nostro Paese siamo fermi al 49%, un punto in meno rispetto al 2009 ma soprattutto il primo stop dopo un trend positivo cominciato quindici anni fa. Nel 2007 ci trovavamo al 47%, nel 2008 al 48%, nel 2009 al 50%.
L'indice prende a riferimento del mercato italiano i quindici settori più importanti come l'energia, il trasporto aereo, quello pubblico locale, gas, acqua e telecomunicazioni, e li mette a confronto con il paese leader su questo piano rappresentato dalla Gran Bretagna. Stando alle conclusioni del rapporto, presentato ieri da Carlo Stagnaro, capo dell'Ufficio studi dell'Ibl, con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi e il commissario Antitrust, Antonio Pilati. Sul tema siamo in piena stagnazione confermando i maggiori progressi per i settori più aperti e con la presenza di un regolatore indipendente ína registrando nel complesso una battuta di arresto «dovuta sicuramente alla crisi economica», che ha spostato l'attenzione del governo sulla libertà di fare impresa rispetto alla liberalizzazione del mercato in cui essa è inserita e che lo vede in assoluto ritardo rispetto alla presentazione dell'annunciata legge annuale sulle liberalizzazione (doveva essere presentata entro giugno).
«Nel complesso - dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto e curatore dell'Indice - l'Italia si trova in un equilibrio instabile, reso precario dalla crisi. L'assenza di un contesto concorrenziale inibisce le nostre speranze di ripresa». Come lo scorso anno, il settore più liberalizzato è quello dell'energia, (71 per cento), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. Il settore meno liberalizzato sono i servizi idrici (17 per cento), nonostante l'effetto positivo del decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osservano il mercato del lavoro (dal 55 al 60 per cento). Oltre ai servizi idrici, che peggiorano solo in termini relativi in virtù dei grandi passi avanti compiuti in Gran Bretagna, i settori con l'arretramento più significativo sono il trasporto ferroviario (dal 49 al 41 per cento) e il trasporto aereo (dal 68 al 60 per cento). Un dato molto rilevante è l'assenza di liberalizzazione nei servizi postali (43 per cento), che teoricamente a partire dal 1 gennaio 2011 dovrebbero adeguarsi alla piena apertura del mercato imposta dalle direttive comunitarie. C'è poi la televisione (65%) i mercati finanziari (63%), il trasporto aereo (60 per cento); mercato del lavoro (60 per cento); gas naturale (55 per cento); fisco (54 per cento); Ordini professionali (47 per cento); pubblica amministrazione (46 per cento); trasporto pubblico locale (43 per-cento)'sérvizi postali (43 per cento); telecomunicazioni (41 per cento); trasporto ferroviario (41 per cento); infrastrutture autostradali (29 per cento); servizi idrici (17 per cento).
Il settore più liberalizzato é quello dell'energia (71 per cento). Quello meno sono I servizi idrici (17%) . L'arretramento più significativo si registra per il trasporto ferroviario (dal 49 al 41%) e il trasporto aereo.
Da Terra, 13 luglio 2010
Perchè nessuno vuole liberalizzare l’Italia? Alcuni numeri lo spiegano bene
Per quanto riguarda le liberalizzazioni, l’Italia resta ancora al palo. È questo quanto emerge dall’Indice delle Liberalizzazioni 2010, presentato ieri dall’Istituto Bruno Leoni. Per il quarto anno consecutivo è stato studiato il grado di apertura a nuovi concorrenti di alcuni settori chiave dell’economia italiana, in comparazione con quelli dei paesi europei considerati come veri e propri riferimenti. Fatta 100 l’eccellenza, l’Italia si attesta a 49, con una picco di 71 nel mercato elettrico e un crollo a 17 nei servizi idrici. Il risultato complessivo è in linea con le rilevazioni degli anni precedenti (48 nel 2007, 47 nel 2009 e 50 nel 2009). Per meglio comprendere i risultati di questo rapporto sulla nostra economia (al passo coi tempi, dato che da quest’anno è fruibile anche su iPad e Kindle), abbiamo intervistato Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni.
L’indice complessivo di liberalizzazione dell’Italia sembra essere stabile da quando è iniziata la vostra misurazione. Questo dato va letto come immobilismo completo oppure qualcosa si è comunque mosso?
Distinguiamo. Il dato aggregato dell’insieme dei settori passati in rassegna sembra restituirci un’impressione di immobilismo. Questo è la conseguenza del fatto che non c’è stata, da che il nostro Istituto ha aperto il cantiere perenne del suo Indice delle Liberalizzazioni, una scelta politica forte a favore delle liberalizzazioni: non si sono messi in moto processi che potessero aprire in modo significativo il mercato alla concorrenza, sulla base di un approccio unitario e convinto da parte del governo. È mancata “l’esplosione atomica”, ma non sono mancati i cambiamenti. Talora in meglio, talora in peggio. Alcuni settori, come il mercato elettrico, hanno conosciuto un progressivo miglioramento; altri sono stabili e altri ancora, come il trasporto ferroviario, hanno avuto un deciso peggioramento.
Il settore più promettente resta quello del mercato elettrico. Come mai?
Per quel che riguarda il settore elettrico, il miglioramento è ancora figlio delle buone scelte compiute dieci anni fa, all’inizio del percorso di liberalizzazione, e poi più avanti con la completa separazione della rete di trasmissione nazionale dall’ex monopolista. Nel nostro Indice si osserva come la definizione di regole appropriate e la loro relativa stabilità abbiano spinto gli attori economici a “prendere confidenza”col contesto liberalizzato e, dunque, ad accrescere l’efficacia delle istituzioni.
Perché invece un calo così improvviso nel settore dei servizi idrici (tra l’altro nell’anno del Decreto Ronchi e della raccolta firma per il referendum abrogativo)?
In questo caso siamo più che altro in presenza di un’illusione ottica: il nostro indice confronta l’Italia col paese più liberalizzato d’Europa, che nel caso dell’acqua è il Regno Unito. Quel Paese ha messo in atto una serie di riforme quasi rivoluzionarie, che - in termini relativi - “schiacciano” verso il basso la realtà italiana. Va detto, comunque, che il decreto Ronchi è stato approvato alla fine del 2009, e ancora mancano i regolamenti attuativi, quindi è impossibile, per ora, coglierne le conseguenze concrete, sebbene esso si muova indubbiamente nella direzione giusta.
La crisi economica si è fatta risentire anche sul grado di liberalizzazione?
Nell’edizione 2010 non risentiamo ancora, in maniera sostanziale, dell’effetto crisi. Infatti, i dati su cui il nostro team di ricerca lavora diventano disponibili generalmente con uno o due anni di ritardo, e quindi spesso si riferiscono al 2008. In un solo caso la crisi si è “vista”, nel nostro indice, ma paradossalmente in senso favorevole all’Italia: l’impatto delle misure anticrisi sul fisco, in Gran Bretagna, è stato assai pronunciato che da noi, determinando un aumento apparente del nostro grado di libertà fiscale. Si tratta di un fenomeno uguale e contrario a quello dei servizi idrici.
L’Italia sta perdendo terreno, nel campo delle liberalizzazioni, rispetto agli altri paesi europei? E l’Europa può aiutarci ad avere più mercato?
Non stiamo perdendo terreno in senso assoluto: tant’è che il livello di liberalizzazione totale è sostanzialmente costante. In alcuni casi la situazione migliora, in altri peggiora. Credo che questo sia il classico caso in cui non dovremmo aspettare Godot o l’Europa, ma rimboccarci le maniche da soli.
Sono trascorsi più di due anni dall’insediamento dell’attuale governo, che sembrava promettere più mercato. È stato poi così?
Non mi sembra che l’attuale governo abbia disatteso grandi promesse, in fatto di liberalizzazione dell’economia. È anzi stato eletto su una piattaforma che era a tratti schiettamente protezionista: pensiamo solo al salvataggio di Alitalia. In due ambiti, il governo si è sicuramente mosso nella direzione di un alleggerimento del peso dello Stato e della regolamentazione: il mercato del lavoro (dove si è rimediato alla “contro-riforma” della legge Biagi attuata dall’esecutivo precedente) e la riforma della pubblica amministrazione. Il Decreto Ronchi va nella direzione giusta, ed è andato ad incidere su una questione che pareva destinata a rimanere eternamente irrisolta come quella dei servizi pubblici locali. Su altri dossier (la privatizzazione di Tirrenia), ad esempio, il governo sicuramente non ha preso una posizione “mercatista”. Rispetto al vocabolario politico di questo esecutivo, le cose poi sono molto cambiate, in appena pochi mesi.
In che senso?
Alcuni Ministri sono passati dalla difesa acritica di alcuni dei settori più impermeabili alla competizione dell’economia italiana (esaltati come bastione di una “sana diversità” rispetto alle economie “anglosassoni” finite nel baratro della crisi), a una serie di promesse importanti in fatto di semplificazione della vita economica. In un quadro politico così instabile come quello in cui siamo, non stupisce che anche le posizioni in fatto di politica economica si scoprano così fluide.
Il Partito democratico ha recentemente presentato un pacchetto di liberalizzazioni. Come le giudicate?
Alcune delle proposte del Pd andrebbero davvero nella direzione giusta, come la separazione proprietaria della rete gas dall’Eni o l’ulteriore liberalizzazione delle professioni. Altre - come gli interventi sulle banche o sulla distribuzione dei carburanti - si ispirano a una visione molto comune a sinistra, per cui anziché investire sulla libertà economica bisognerebbe colpire i “produttori” a vantaggio dei “consumatori”. Di liberalizzatori coerenti, oggi, nella politica italiana non ve ne sono. A sinistra come a destra.
Parliamo un attimo di privatizzazioni. In Italia se ne potrebbero fare ancora, ma sembra esserci la possibilità che avvengano solo con un passaggio di proprietà “patriottico”. Questo è un bene o un male?
Il senso di una privatizzazione è mettere un’azienda nelle mani di chi è più bravo a sfruttarne gli asset, per produrre valore. Questo va non solo a beneficio delle casse dello Stato, ma soprattutto dell’innovazione imprenditoriale e dei consumatori tutti, nel medio periodo. Privatizzare guardando al passaporto ci ha portato spesso a creare soluzioni disfunzionali, oltre che paradossali.
Ha in mente qualche esempio?
Pensiamo a un’azienda come Telecom, privata ma in qualche maniera non cedibile a compratori stranieri: e anche per questo ancor oggi impropriamente sottoposta alle interferenze della politica e impossibilitata a fare scelte di rottura. Per tornare alla domanda precedente, in linea di massima, il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie. E questo vale anche per il patriottismo economico. Quando si parla di aziende, le scelte “colbertiste” finiscono per unire in modo sorprendentemente puntuale “amor di patria” e interessi di imprenditori contigui al potere politico.
Da ilsussidiario.net, 13 luglio 2010
Liberalizzazioni, l’energia migliora
A fronte di un’Italia nel suo complesso che resta “liberalizzata a metà”, i settori dell’energia elettrica e del gas fanno ancora qualche passo avanti sulla strada del mercato. È quanto emerge dall’ultimo Indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, che a fronte di un valore medio nazionale che tra 2008 e 2009 scende dal 50 al 49% (era al 48% nel 2007), vede l’elettricità guadagnare due punti al 71%, confermandosi il settore più “aperto” dei quindici analizzati da Ibl (il secondo è la televisione seguita dai mercati finanziari), e il gas di tre punti al 55%, sesto nella classifica.
Nell’introduzione al volume, presentato oggi a Milano, il direttore Studi, Carlo Stagnaro, evidenzia come nell’andamento complessivo dell’Indice negli ultimi quattro anni non si individui alcuna vera tendenza al progresso. A livello di singoli settori, poi, se sono di più (otto) quelli che crescono, gli effetti negativi di quelli che regrediscono sono peggiori. In generale, rileva Stagnaro, nonostante proprio la crisi offra un’opportunità “di fare cose che non si potevano fare prima” – come recita la frase in epigrafe del capo dello staff di Barack Obama, Rahm Emanuel – l’attuale contesto sembra aver scalzato le liberalizzazioni dall’agenda delle istituzioni Ue, spuntando quello che era stato finora il principale pungolo delle politiche nazionali. Permane inoltre l’approccio da “transizione permanente”, in cui – come già rilevato nell’edizione 2009 – a un eccesso di regolamentazione dei monopoli di rete si accompagna un’indebita lentezza nei settori potenzialmente concorrenziali.
I due capitoli sull’energia, a cura di Massimo Beccarello e Daniela Floro, si basano sulla situazione fino al 2008 e non prendono pertanto in considerazione le novità introdotte nel mercato elettrico e del gas dai provvedimenti più recenti, come la Legge Sviluppo 99/09.
Riguardo al gas, gli autori evidenziano alcuni punti di miglioramento – in primo luogo una riduzione di tutti gli indici di concentrazione e i programmi di miglioramento della rete messi in campo dal Tso. Nel contempo, però restano “preoccupanti ritardi” nella creazione di una domanda attiva che sia in grado di cogliere le opportunità create dalla liberalizzazione. Il tasso di switching, nonostante, mostri un aumento del tasso medio di switching dall’0,8% del 2007 al 1,2% del 2008, coinvolge soltanto il 34% dei volumi scambiati sul mercato.
Quanto all’elettricità, il settore ha mostrato ulteriori segni di miglioramento in tutte le fasi della filiera. Non mancano però anche qui segnali preoccupanti per il futuro. In primo luogo, il Sistema Italia necessita di miglioramenti, non solo nella fase di generazione, ma anche nella fase di trasporto. Per questa ragione gli autori sospendono la valutazione in attesa di verificare gli effetti della riforma del mercato prevista dal decreto di riforma del ministro dello Sviluppo economico del 30 aprile 2009. In particolare, dai dati che si renderanno disponibili sarà possibile valutare le relazioni tra funzionamento dei mercati e gestioni dei servizi ancillari di sistema, strettamente collegati allo sviluppo delle infrastrutture di dispacciamento. Infine, i confronti europei mettono in luce che l’Italia dovrà affrontare la questione del mix di combustibili impiegati per la generazione elettrica e gli effetti dello sviluppo delle rinnovabili.
Da Staffetta Quotidiana, 12 luglio 2010
Liberalizzazioni, equilibrio instabile
L’Italia è liberalizzata al 49 per cento. Lo sostiene l’Indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, il rapporto annuale che rileva il grado di apertura di quindici diversi settori dell’economia italiana rispetto ai paesi più liberalizzati d’Europa. L’Indice, giunto alla sua quarta edizione, è stato presentato oggi a Milano alla presenza del commissario dell’Antitrust, Antonio Pilati, dell’ex ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, e del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.
Rispetto agli scorsi anni non si registrano cambiamenti significativi: il paese era liberalizzato al 48 per cento nel 2007, 47 per cento nel 2008, 50 per cento nel 2009. Cambiamenti che, secondo gli autori, non sono significativi, dato l’approccio necessariamente qualitativo. Due capitoli, entrambi a cura di Massimo Beccarello e Daniela Floro, riguardano, rispettivamente, l’energia elettrica e il gas.
Quello elettrico risulta, in particolare, il settore più liberalizzato tra quelli considerati: 71 per cento, due punti in più rispetto al 2009. Sebbene il cambiamento sia poco significativo, acquista significato se messo in prospettiva: dal 2007, infatti, è in costante miglioramento, e ha guadagnato otto punti rispetto al benchmark britannico. La ragione sta, probabilmente, nelle scelte compiute alle origini della liberalizzazione, e nell’indipendenza ed efficacia della regolazione, che ha consentito agli operatori del mercato di prendere confidenza col nuovo contesto concorrenziale.
Più arretrato, ma anch’esso in lieve miglioramento, è il mercato del gas naturale: 55 per cento, tre punti in più del 2009. Sebbene anche in questo caso si osservi un crescente atteggiamento orientato alla concorrenza, pesa ancora, sul panorama italiano, la quota di mercato controllata dall’ex monopolista. Inoltre, a differenza del mercato elettrico, il gas è penalizzato da un minor grado di separazione della rete (e degli stoccaggi), tuttora controllati dall’Eni. Infine, è ancora alto il grado di concentrazione sia nella produzione nazionale di gas, sia nell’importazione. E’ probabilmente anche a causa di questa minore propensione alla concorrenza che la tendenza di medio termine, pur positiva, non ha avuto lo stesso, deciso andamento del mercato elettrico: si è infatti cresciuti dal 48 per cento dal 2007 al 55 per cento del 2010, ma con un andamento altalenante (54 per cento nel 2008 e 52 per cento nel 2009).
“L’evoluzione del settore elettrico mostra che la certezza del diritto è fondamentale per il buon funzionamento del mercato. In assenza di riforme, il settore ha guadagnato in apertura proprio perché nessuno ha messo in dubbio, negli ultimi anni, i fondamenti della liberalizzazione - dice a QE Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL e curatore dell’Indice. “Nel caso del gas, è invece evidente che restano irrisolti i problemi strutturali, che per ragioni puramente politiche non è stato possibile, finora, affrontare. Eppure, se non si interviene la situazione rischia di deteriorarsi”.
Infine, il settore dei servizi idrici risulta il meno liberalizzato in assoluto tra quelli censiti, con solo il 17 per cento, in crollo verticale rispetto al 32 per cento del 2009. Il caso, spiegano gli autori, non è dovuto a un deterioramento in senso assoluto della situazione italiana – che anzi è migliorata grazie al decreto Ronchi – ma a un deciso miglioramento del quadro di riferimento britannico, dove le riforme più recenti hanno fatto fare significativi passi avanti. In Italia, restano problematiche le modalità di affidamento del servizio, oltre che il conflitto di interessi all’interno dei comuni azionisti e regolatori al tempo stesso e la regolazione politicizzata.
“Nel complesso - conclude Stagnaro - l’Italia si trova in un equilibrio instabile, reso precario dalla crisi. L’assenza di un contesto concorrenziale inibisce le nostre speranze di ripresa. Solo con decisi interventi riformatori sarà possibile portare il paese sul sentiero della crescita economica”
Da Quotidiano Energia, 12 luglio 2010
Perché è il momento di rilanciare le liberalizzazioni, ecco l'indice 2010 dell'IBL
Un omino avvolto e immobilizzato da una serie di lacci sull'orlo del precipizio. L'immagine sulla copertina del rapporto sulle liberalizzazioni appena pubblicato dall'Istituto Bruno Leoni, i cui contenuti sono stati anticipati dal Sole 24 Ore, è efficace nel descrivere la situazione italiana: il nostro Paese è ancora frenato da monopoli e rendite di posizione.
Una situazione che occorre sbloccare al più presto secondo Carlo Stagnaro direttore ricerche e studi dell'istituto Bruno Leoni. «Nonostante la crisi abbia reso fuori moda il tema delle liberalizzazioni - ha detto alla presentazione della ricerca - è proprio in questa fase che occorre accelerare».
Per dirla con le parole del capo di gabinetto americano Rahm Emanuel, citato nel rapporto, è importante «non sprecare una seria crisi» perché una fase in cui «è possibile fare cose che non si potevano fare prima». In tempi di crisi il potere delle lobby è decisamente ridimensionato. Aprire nuovi mercati - secondo l'istituto - aiuterebbe poi a far crescere il Pil, senza l'impatto sui conti pubblici di grandi piani di stimolo.
Il quadro dipinto dall'indagine dell'istituto Bruno Leoni è a macchia di leopardo. Se infatti alcuni mercati, come quello dell'elettricità, hanno subito un notevole apertura alla concorrenza altri appaiono ancora molto immobilizzati. Come, ad esempio quello dei servizi pubblici locali.
«In questi ultimi anni - ha ricordato a questo proposito Antonio Pilati, membro dell'Antitrust - c'è stata un'eccessiva proliferazione di aziende municipalizzate». Su questo fronte il decreto Ronchi, approvato alla fine 2009, che introduce l'obbligatorietà del bando di gara per l'assegnazione dell'appalto, ha rappresentato un buon passo in avanti. Ma la legge, di cui si attendono ancora i decreti attuativi, «non interviene su aspetti fondamentali per la concorrenza nel settore, quali la frammentarietà del quadro regolatorio e il contenuto delle gare».
Sul fronte del mercato del lavoro l'istituto premia l'operato del ministro Maurizio Sacconi, intervenuto alla presentazione della ricerca. L'indice sulla liberalizzazione del mercato del lavoro cresce dal 55 al 60% soprattutto per la «reintroduzione di fattispecie contrattuali precedentemente cancellate (lo staff leasing, cioè la somministrazione di lavoro a tempo indeterminato tramite agenzie ndr.) e da altri interventi di natura normativa». A questo proposito il ministro ha detto di voler continuare sulla strada della deregolamentazione per aumentare la flessibilità del mercato del lavoro.
Alla presentazione ha participato anche l'ex ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni (Pd) che ha voluto commentare la situazione del mercato televisivo. Un settore che l'indagine dell'istituto Leoni giudica relativamente aperto, anche per effetto del passaggio al digitale. «Non si può dimenticare - ha ricordato Gentiloni - che il mercato pubblicitario resta dominato dal duopolio Rai Mediaset. In Italia il secondo operatore privato ha appena il 5% del mercato. Un evidente effetto del conflitto di interessi»
Da Il Sole 24 Ore, 12 luglio 2010
L'Italia di Tremonti, meno Stato e meno mercato
Meno Stato, e più che cosa? La manovra tremontiana con cui in questi giorni i presidenti di regione stanno giocando al piattello avrà tanti difetti, ma ha pure un indubbio pregio. Riduce sensibilmente la spesa pubblica. Per carità, in modo arbitrario ed emergenziale: non rappresenta l’esito di una riflessione consapevole, nasce dalla disperazione di doversi adattare a circostanza disperate.
Il piccolissimo problema, e lo diciamo da riformisti, è che alla spesa pubblica va sostituito qualcosa d’altro. Se non è più allo Stato che può essere ricondotta la speranza di un miglioramento delle condizioni di vita della società nel suo complesso, a qualche cosa d’altro questo carro va comunque aggiogato.
Il nostro governo, sull’ipotesi del “meno Stato” che ha elettoralmente consacrato per tre volte le ambizioni elettorali berlusconiane, ci sta riottosamente tornando. Ma il “meno Stato” sarà anche più mercato e più concorrenza? All’endemica inefficienza della spesa pubblica nel soddisfare fini socialmente condivisi, saranno sostituiti meccanismi di cooperazione spontanea fra cittadini?
L’Indice delle Liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, che con cadenza annuale monitora il grado di apertura al mercato (ovvero l’assenza di barriere legali all’entrata) in quindici settori-chiave della nostra economia, suggerisce che la risposta è no. L’Istituto Bruno Leoni documenta come solo rispetto al mercato del lavoro l’attuale esecutivo si sia dato da fare per rimuovere lacci e lacciuoli. Merito forse del pressing di Confindustria, e più probabilmente dell’ossessione per un ammodernamento delle relazioni industriali che Maurizio Sacconi porta con sé da prima di diventare ministro.
Per il resto, il centro-destra di governo è tremontianamente conservatore. La sua visione dell’economia si rifà al “quieta non movere”: meglio non stanare le rendite di posizione, meglio non ridurre le barriere all’entrata, meglio non aprire alla concorrenza. Nella convinzione che solo nella convivenza con i più radicati gruppi d’interessi che soffocano l’Italia, si possa indurre il Paese a dimenticare il conflitto d’interessi del Capo.
Una sorta di menefreghismo economico che può andare bene in tempi di vacche grasse, ma che risulta devastante in una crisi che potrebbe paradossalmente produrre meno Stato, e se possibile ancor meno mercato.
Da Il Riformista, 11 luglio 2010
Kill climate bill
“Dovevo prendere una decisione. Ecco la mia decisione. Sappiamo di non avere i voti”. Con poche e fredde parole, il capogruppo democratico al Senato Usa, Harry Reid, ha alzato la bandiera bianca sul “cap and trade” per ridurre le emissioni di gas serra. Dopo 18 mesi di confronto durissimo al Senato, e nonostante la norma abbia già ricevuto da più di un anno il via libera della Camera, è arrivato il momento della resa. I numeri sono inequivocabili: ci vogliono 60 voti. I senatori democratici sono 59. Non è stato possibile trovare un solo dissidente repubblicano. In compenso, non mancano i franchi tiratori nel partito dell’Asinello: lo scorso 10 giugno il Senato ha respinto di strettissima misura un emendamento della repubblicana Lisa Murkowski che puntava a limitare la facoltà dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente di regolamentare la CO2 come un gas inquinante. In quell’occasione, tre democratici erano tra i firmatari della mozione, e altri tre l’hanno supportata.
Dietro il fallimento democratico ci sono varie componenti. Una è, ovviamente, il peso della crisi, che fin dalle promesse elettorali di Barack Obama il Foglio aveva individuato come l’iceberg contro cui il l’eco Titanic si sarebbe sfasciato: di fronte ai primi germogli di ripresa, gli avversari hanno avuto gioco facile a bollare il “climate bill” come “a job-killing energy tax” o “the greatest tax increase in American history”. Mettere un tetto alle emissioni in un paese dove il carbone soddisfa metà della produzione elettrica e impiega 174.000 addetti avrebbe l’effetto di far crescere i prezzi dell’energia e indebolire la crescita economica. A nulla è servita la retorica sul “green deal”, né quella sui posti di lavoro verdi in cambio di quelli “sporchi”: del resto, il Congressional budget office – il centro studi del Congresso – ha certificato che il provvedimento avrebbe ridotto, seppur lievemente, sia l’occupazione, sia il livello medio dei salari. Né l’evidenza dall’Europa, che ha documentato la potenziale distruzione di posti di lavoro in Spagna, Germania, Danimarca e Italia ha aiutato il mondo ambientalista americano a tenere il punto. Cruciale è stato pure l’inatteso successo dei tea parties, che hanno costretto i repubblicani alle barricate contro i principali provvedimenti obamiani, dal clima all’immigrazione, dalla riforma sanitaria a quella della finanza: senza le pressioni della società civile, è probabile che alcuni repubblicani moderati avrebbero fornito il loro aiuto.
Questa sconfitta avrà ripercussioni pesanti. Negli Usa, nonostante i democratici della Camera ancora ci sperino, e a dispetto del tentativo dello stesso Reid di fare proposte meno ambiziose ma comunque significative, si tratta di un’oggettiva sconfitta del presidente, proprio alla vigilia delle elezioni di mid term. A livello globale, la battuta d’arresto americana sancisce l’assoluta inutilità del vertice delle Nazioni unite in programma a dicembre a Cancun. Senza il voto del Senato su una manovra puramente domestica, è impensabile che l’amministrazione possa negoziare alcunché a livello internazionale. E il 2012, anno di scadenza del protocollo di Kyoto, si fa sempre più vicino. Ciò potrebbe sancire il fallimento di un processo negoziale iniziato nel 1992, culminato nel 1997 a Kyoto, e poi segnato da una progressiva disillusione – tranne per la speranza che Obama potesse invertire la rotta fissata dall’odiatissimo George W. Bush, da cui in verità Washington non si è discostata.
Ma, soprattutto, quello che resta è il sapore acre della sconfitta per chi ha assistito impotente al crepuscolo degli dei: a Copenhagen è svanito il sogno di una comunità internazionale eco entusiasta, poi lo scandalo del Climategate ha segnato la credibilità dell’Ipcc (il comitato dell’Onu sul clima), oggi si sciolgono le residue aspettative su Obama. Nel silenzio e nello sconforto, resta l’eco del discorso – a suo modo illuminante – del venezuelano Hugo Chávez a Copenhagen: “Se il clima fosse una banca, l’avrebbero salvato”. Nelle intenzioni, stava accusando le élite occidentali di disinteresse per l’ambiente. Le sue parole, però, si possono leggere anche in un altro senso: a differenza delle banche, forse sta crescendo semplicemente la convinzione che il clima non è in pericolo.
Da Il Foglio, 24 luglio 2010
Ecco perché la legge delega sul nucleare non tradisce la nostra Carta
La Corte Costituzionale ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha respinto i ricorsi delle regioni contro la legge delega sul nucleare (legge 99/09). Secondo la Consulta, la delega conferita al Governo per disciplinare il processo che porta alla realizzazione di nuove centrali nucleari è conforme alla Costituzione perché non lede direttamente la sfera di competenze delle amministrazioni regionali. Queste lamentavano il loro insufficiente coinvolgimento sia nel procedimento normativo (ove si prevede il solo parere della Conferenza di servizi per l’adozione dei decreti d’attuazione) che in quello amministrativo di autorizzazione degli impianti.
Quanto al primo aspetto, la sentenza ricorda che “le procedure di cooperazione o di concertazione possono rilevare ai fini dello scrutinio di legittimità di atti legislativi, solo in quanto l’osservanza delle stesse sia imposta, direttamente o indirettamente, dalla Costituzione, il che nella specie non si verifica”.
Per chiarire il secondo punto, il giudice delle leggi fa un richiamo al “fondamentale canone dell’interpretazione costituzionalmente conforme (sentenza n. 292 del 2000), la cui osservanza si impone allo stesso Governo, sicché a radicare l’interesse regionale al ricorso non sarà sufficiente che essa si presti ad una lettura lesiva dell’autonomia regionale, ma occorrerà che tale lettura sia l’unica possibile, pur impegnando ogni strumento interpretativo utile”. Insomma, una delega legislativa è conforme alla costituzione se può esser interpretata in modo ad essa coerente. Nella fattispecie, la delega in materia nucleare detta criteri direttivi e principi non in contrasto con la Costituzione; piuttosto, manca di dire qualcosa già previsto dalla Costituzione.
Le regioni lamentavano la mancata previsione di strumenti di leale collaborazione, ovvero l’intesa regionale, cui deve essere subordinata la chiamata in sussidiarietà per l’esercizio accentrato delle funzioni amministrative da parte dello Stato in una materia di competenza legislativa concorrente come quella relativa alla produzione di energia. È tuttavia da rimarcare che l’intesa regionale, se non è espressamente prevista dalla delega, non è nemmeno preclusa dalla stessa.
Ricorda la Consulta che “non determinano illegittimità costituzionale della delega eventuali omissioni, da parte del legislatore delegante, nella configurazione dei princìpi e dei criteri direttivi, pur in sé suscettibili di evolvere in un vulnus costituzionale, ove le carenze di idonei riferimenti ai princìpi costituzionali non siano colmate dalla successiva attività di “coerente sviluppo e, se del caso, di completamento”. Pertanto, è scontato che il Governo debba sempre rispettare la Costituzione, oltre che i criteri fissati nella delega al parlamento; non è quindi necessario che nella delega siano ripetuti principi e limiti che si evincono dal dettato costituzionale. Quello che conta, allora, è il modo in cui la delega è esercitata, ossia quanto previsto dal decreto legislativo 31/10, con cui il Governo ha dettato la disciplina del procedimento di autorizzazione degli impianti nucleari.
L’obbiettivo si sposta quindi sulle norme d’attuazione. La delega e la scelta di fondo operata con quest’ultima, ossia il ritorno al nucleare, non è in discussione. Pezzi della nuova disciplina rimangono però in bilico. Il citato decreto è, infatti, oggetto di un ulteriore ricorso da parte delle Regioni, su cui la Corte costituzionale dovrà prossimamente pronunciarsi. Va comunque detto che nel testo del decreto sono previste sia forme di intesa con le regioni, che con le altre amministrazioni coinvolte. Nemmeno se riferite al decreto attuativo, sembrano quindi fondate le predette censure delle regioni.
Fatta salva la delega e la struttura portante della normativa in materia di energia nucleare, l’unico elemento che rischia di cedere sotto il peso di una futura pronuncia della Consulta riguarda il potere sostitutivo del Governo in caso di mancata intesa regionale. La delega ha previsto la possibilità per lo Stato di ricorrervi in caso di mancata intesa degli enti locali. Le Regioni vi si oppongono nella misura in cui il potere sostitutivo può essere esercitato anche nei confronti dell’intesa regionale.
Secondo la Corte, l’argomentazione “si basa sull’erroneo presupposto interpretativo, per il quale la disposizione impugnata si applicherebbe alle intese con le Regioni: infatti, nel vigente assetto istituzionale della Repubblica, la Regione gode di una particolare posizione di autonomia, costituzionalmente protetta, che la distingue dagli enti locali (art. 114 Cost.), sicché si deve escludere che il legislatore delegato abbia potuto includere le Regioni nella espressione censurata (sentenza n. 20 del 2010)”.
Sulle modalità di superamento della mancata intesa regionale previste dal decreto legislativo 31/10 si scontreranno quindi le tesi delle regioni ricorrenti e quelle difese dall’avvocatura dello Stato. Per la localizzazione degli impianti, in caso di mancato rilascio dell’intesa, si prevede la costituzione di un comitato interistituzionale e, se i lavori di questo non si concludono con un accordo, si procede con una delibera del Consiglio dei Ministri in composizione allargata al presidente della Regione. La localizzazione di tutti gli impianti viene poi ratificata dall’intesa della Conferenza unificata.
Nel successivo iter di autorizzazione dell’impianto (momento separato dalla sua localizzazione), il potere sostitutivo del Governo è, invece, previsto solo per la mancata intesa di un ente locale. Su queste disposizioni si attende ora il giudizio della Corte Costituzionale, che dovrà dire se sono sufficienti o meno le garanzie di autonomia così riconosciute alla regioni. Ma la sentenza depositata la scorsa settimana dà indicazioni sull’orientamento della Corte Costituzionale in materia di energia nucleare utili per pronosticare l’esito degli altri ricorsi che vedranno le regioni sul banco degli imputati, anziché lo stato. Nelle motivazioni, infatti, la Corte afferma che non può essere in discussione “la scelta operata dal legislatore nazionale di rilancio della fonte nucleare, la quale esprime con ogni evidenza un princìpio fondamentale della produzione dell’energia”.
Per quanto sia quasi lapalissiana l’appartenenza delle norme che consentono la produzione di energia nucleare al rango dei principi fondamentali che lo Stato è chiamato a fissare nell’ambito delle materie a competenza concorrente, è significativo che la Corte si esprima al riguardo, quando si attende un suo giudizio sulle interdizioni poste per legge da alcune regioni alla realizzazione di centrali nel proprio territorio. Insomma, un’anticipazione del probabile esito dei ricorsi presentati contro le leggi regionali che, di fatto, si pongono in contrasto con quello che ora possiamo chiamare senza tema un principio fissato dallo Stato in una materia concorrente, ossia la libera produzione di energia da fonte nucleare.
Da L’Occidentale, 26 luglio 2010
Ortis e la buona novella: l'energia oggi è mercato, non più parastato
Testone come solo i friulani (è nato a Udine), quadrato come un militare (ha studiato alla Nunziatella), tosto come un ingegnere (è ing. nucleare): ieri Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia, ci ha messo tutto se stesso, nell'ultima relazione annuale del suo mandato. L'appuntamento istituzionale gli ha fornito l'occasione per trarre un bilancio del suo settennato. E togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Sul mercato elettrico, a suo avviso, la concorrenza è un fatto ormai metabolizzato. Dal 1999, anno della liberalizzazione, si è avuta "una riduzione di oneri stimabile in più di 4,5 miliardi di euro all'anno. A questo dato ha contribuito, per il 40 per cento, la riduzione di componenti tariffarie regolate e, per il 60 per cento, la pressione competitiva che ha indotto investimenti per impianti nuovi e più efficienti". Non significa che tutto vada bene. Le interconnessioni di rete sono ancora precarie, e dentro il paese convivono zone che faticano a comunicare: da qui la necessità di ulteriori investimenti nelle reti, nonostante siano raddoppiati rispetto al 2003, quando Ortis prese la guida dell'Autorità assieme a Tullio Fanelli (e Fabio Pistella, dimissionario pochi mesi dopo e mai sostituito per incapacità decisionale dei nostri politici). Altro anello debole è il sostegno alle fonti rinnovabili: 3 miliardi di euro nel 2010, che - in assenza di correttivi - potrebbero nel 2020 arrivare ad assorbire un quinto della spesa per elettricità. Nel mirino del presidente ci sono l'inefficienza e la confusione degli strumenti di incentivazione, che andrebbero unificati e ricondotti alle competenze dell'Aeeg. La bocciatura delle politiche italiane si accompagna a quella dello schema europeo di "cap and trade", di cui il regolatore sollecita l'abbandono "per considerare invece un approccio integrato (a livello internazionale) di politiche ambientali e commerciali". Si può (si dovrebbe) discutere sui dettagli: il punto è, però, sostituire le disarticolate politiche europee con un approccio organico e orientato all'efficienza. Più complessa è la situazione del gas, che - pur avendo fatto dei progressi - è segnato dalla posizione dominante del l'ex monopolista. La tensione tra Ortis e l'Eni è un leitmotiv della relazione annuale, ma quest'anno - forse proprio per l'intenzione di lasciare un messaggio duraturo - cresce di volume. C'è la consueta richiesta di separazione proprietaria della rete, ma è soprattutto un attacco frontale: "Si deve recuperare un grave ritardo, legato sì a lente autorizzazioni ma anche a omissioni dell'Eni, che controlla quasi tutte le capacità nazionali di stoccaggio, attive e potenziali". Difficilmente il recente decreto risolverà la situazione: infatti, per aumentare la capacità di stoccaggio senza colpire i grandi consumatori, rischia di sacrificare la concorrenza e le prospettive di quegli attori privati che si sono mossi per entrare in un mercato ostico e iper-regolamentato. Il dato generale, comunque, è che l'energia oggi è un mercato - non più una provincia del parastato. E' in quest'ottica che va letta l'ultima rivendicazione, periferica nell'economia del discorso ma baricentrica nella sostanza: le direttive europee tendono a "rafforzare autonomia, indipendenza e sindacabilità (dei regolatori), con soluzioni molto simili a quelle già fissate proattivamente per l'Autorità italiana". Un modo elegante per difendere, senza polemica esplicita, l'attuale assetto, più volte messo in discussione negli scorsi mesi. Il giudizio di Ortis sul mercato si sovrappone, fatalmente, a un giudizio del mercato su Ortis e la sua gestione. Se si guarda ai risultati, non può che essere positivo, proprio per la determinazione con cui l'indipendenza dell'Autorità è stata difesa, dando un messaggio di stabilità, credibilità e autorevolezza. La controprova sta nella spontanea sollevazione dei soggetti regolati, coi quali pure non è mancata una dialettica concitata, ogni volta che il ruolo del regolatore è stato messo in discussione. Questo patrimonio di indipendenza Ortis non l'ha solo ereditato, ma ha saputo proteggerlo e farlo crescere, rischiando spesso e non poco, con la stessa allegra spensieratezza di Jim Malone negli "Intoccabili": "Diavolo, si deve pur morire di qualcosa!".
Da Il Foglio, 16 luglio 2010
Istituto Bruno Leoni: gli investimenti nelle rinnovabili sono efficienti?
Gli investimenti in sussidi alle rinnovabili possono avere impatti macroeconomici ed occupazionali negativi e non sono efficienti, in quanto un posto di lavoro nel settore delle fonti di energia rinnovabile costa poco meno di cinque posti di lavoro nell'economia generale ed è pari a quello di sette posti di lavoro nel settore industriale.
È quanto afferma uno studio elaborato dall'Istituto Bruno Leoni, illustrato dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, nel corso di un'audizione presso la Commissione Territorio, ambiente e beni ambientali del Senato nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative e rinnovabili.
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Certificati verdi, la manovra tiene col fiato sospeso il settore delle rinnovabili
Nessun passo indietro dalla maggioranza. L’abolizione dell’obbligo di ritiro dei certificati verdi da parte del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) disposto dall’articolo 45 della manovra finanziaria rimane. Sembra questa la linea tracciata con la presentazione dell’emendamento del relatore, Antonio Azzolini, che la commissione bilancio del Senato voterà tra oggi e domani.
Un duro colpo per il settore delle rinnovabili, che l’anno scorso ha riscosso 630 milioni di euro dalla cessione al GSE dei certificati verdi eccedenti la domanda. Fino ad ora, la crescita del comparto ha potuto contare sulla certezza di poter cedere qualsiasi quantitativo di certificati verdi ai produttori e importatori di energia da fonti tradizionali, tenuti al loro acquisto in proporzione all’energia immessa sul sistema elettrico o, per la parte eccedente la domanda, al GSE. Il futuro offre ora meno certezze.
Per questo, la manovra ha allarmato e mobilitato il settore, che chiede l’immediato ripristino dell’obbligo di ritiro o, in alternativa, un rinvio dell’abolizione a dicembre. Entro la fine dell’anno, infatti, il Governo dovrà metter mano alla normativa di settore ed in quella sede si potranno discutere le soluzioni possibili e trovare un compromesso che soddisfi tutte le parti coinvolte. Gli operatori delle rinnovabili temono che l’effetto della norma abrogatrice non si limiti ai mancati introiti derivanti dalla cessione dei certificati verdi eccedenti, ma intacchi anche il valore dei certificati verdi richiesti dai grandi produttori per adempiere agli obblighi di quota verde.
Il ragionamento fila: è plausibile, infatti, che dinanzi ad una domanda rigida, il lato dell’offerta si avventuri in una corsa al ribasso con la vendita a prezzi infimi dei titoli che altrimenti, di lì a pochi mesi, non varrebbero nulla. I produttori da fonte rinnovabile si troverebbero in mano poco più che carta straccia, anziché i costosi titoli ora loro riconosciuti.
Ma vediamo chi ci guadagna dall’operazione. I costi sostenuti dalla società pubblica per il ritiro dei certificati verdi hanno sinora trovato copertura nella componente A3 della tariffa elettriche che la generalità dei consumatori paga. Con l’abolizione dell’obbligo di ritiro dei certificati verdi da parte del GSE restituirebbero quindi 630 milioni di euro agli utenti. In media equivale a oltre 10 euro all’anno per abitante, abitate che oggi nella più parte dei casi, non sa di contribuire con i propri soldi allo sviluppo delle rinnovabili.
L’emendamento del relatore Azzolini, tuttavia, devia i benefici della norma dai consumatori al mondo della ricerca. La proposta, infatti, interviene per destinare due terzi delle minori spese del GSE alle attività di ricerca, lasciando solo un terzo dei risparmi conseguiti agli utenti del servizio elettrico.
Non è ancora chiaro l’orientamento del Governo, se è vero che Stefania Prestigiacomo si aspettava la presentazione in commissione di una ben diversa proposta e spera ancora che venga ripristinato l’obbligo di ritiro che mette al riparo il comparto delle rinnovabili. A suo avviso, un taglio così deciso agli incentivi al comparto mal si combina con gli obiettivi nazionali e comunitari in materia e crea imbarazzo tra i titolari dei dicasteri dello sviluppo economico, della ricerca e dell’ambiente. Di buon senso le parole del sottosegretario Stefano Saglia: “Usare le risorse che derivano dai CV e dalle fonti rinnovabili per fare altro non mi sembra giusto. Se non vogliamo più darle alle rinnovabili abbassiamo la bolletta ai cittadini”. Senza il consenso dai ministeri dello sviluppo economico e dell’ambiente difficile andare lontani e forzare una proposta. Insomma, per quel che si può intuire, il porto d’attracco non dà ancora segni di sé.
Di sicuro l’abolizione dell’obbligo di ritiro, se confermata, avrà conseguenze drammatiche su chi ha fatto affidamento sui sistemi incentivanti vigenti. L’abolizione dell’obbligo di ritiro metterebbe probabilmente in ginocchio una parte del settore delle rinnovabili che passerebbe da una comoda posizione di rentier alla bancarotta.
D’altra parte, è oggi una priorità raggiungere, magari in modo meno traumatico, un nuovo equilibrio che superi gli effetti distorsivi del meccanismo incentivante sino ad ora operante; ma ciò deve avvenire in primo luogo a vantaggio della trasparenza e del minor aggravio possibile sulle spalle dei consumatori, che oggi pagano troppo, spesso senza nemmeno saperlo.
Da L’Occidentale, 5 luglio 2010
L'IBL in Senato
Questa mattina l'Istituto Bruno Leoni è stato audito (link) dalla Tredicesima Commissione ("Territorio, ambiente e beni ambientali") del Senato, presieduta dal Sen. Antonio D'Alì, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative rinnovabili (link).
La delegazione dell'IBL - composta dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, e da un nostro fellow, Diego Menegon - ha illustrato I risultati dello studio sui green jobs (PDF) e fornito alcune indicazioni di policy in relazione alla complessità e incertezza delle procedure autorizzative (PDF).
Le slide utilizzate da Menegon e Stagnaro sono disponibili qui (PDF).
Editorial: Wind, solar can leave you broke, in the dark
When the sun doesn't shine, and the wind doesn't blow, solar and wind energy producers don't produce, making them highly unreliable. When government subsidies come to their inevitable end, such alternative energy sources no longer are economically viable.
…
"If green sources are really cheaper than fossil fuels, there is no need to subsidize them because households and businesses would have a built-in economic incentive to rely on (renewable energy sources) rather than on supposedly dirty, more expensive energies," writes Carlo Stagnaro, co-author of a study revealing the hidden, exorbitant costs of Italy's subsidized energy.
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Chaque emploi « vert » détruit 4,8 autres emplois en Italie
Le résultat de l’étude italienne pourrait également être étendue de la même manière au reste des pays qui, pour obéir aux diktats de Bruxelles, ont décidé d’appuyer ce type d’énergie au travers d’aides et de subventions publiques, arguant faussement, comme le démontrent maintenant les chiffres, des avantages de l’énergie verte dans la création artificielle de postes d’emplois dans ce secteur au détriment de l’économie globale du pays.
Après les fraudes aux crédits de carbone en Allemagne (et qui s’élèvent à 5 milliards d’euros pour l’ensemble de l’Union européenne) et après la faillite de l’économie verte en Espagne – où chaque emploi « vert » coûte près de 600.000 euros aux contribuables, selon une étude qui a fait grand bruit, jusqu’au Sénat des États-Unis –, une nouvelle étude confirme le fiasco des énergies renouvelables. Cette fois-ci, c’est l’Instituto Bruno Leoni qui a publié un rapport (« Are Green Jobs Real Jobs ? The Case of Italy ») sur l’impact des subventions publiques au secteur de l’énergie éolienne et solaire en Italie, en prenant comme référence l’étude sur les emplois « verts » réalisé par l’Université Juan Carlos et les analystes de l’Instituto Juan de Mariana en Espagne. Et les résultats sont encore pires que ceux enregistrés dans le cas espagnol.
Les chercheurs Carlo Stagnaro et Luciano Lavecchia montrent que chaque emploi « vert » qui se crée en Italie détruit 6,9 postes de travail dans l’industrie et 4,8 pour l’ensemble des secteurs économiques. Un résultat pire qu’en Espagne où chaque emploi « vert » a nécessité en moyenne des subventions pour un montant de 571.138 euros depuis l’année 2000 – de sorte que, pour chaque poste de travail créé dans le secteur des énergies renouvelables, a été détruit en moyenne 2,2 emplois dans le reste de l’économie espagnole.
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Tasse occulte
La cosa sta passando un po’ in sordina ma, tra le norme della manovra, il governo ha inserito due prelievi a dir poco anomali, a esclusivo carico dei consumatori e delle imprese dell’energia. Il primo si trova nell’ultima stesura del contestato articolo 45 sui certificati verdi e rappresenta il coronamento di una norma nata male e finita peggio. Se infatti esisteva un solo argomento a favore del taglio secco degli incentivi alle rinnovabili, era che almeno avrebbe alleggerito le bollette. Bene, ora neppure questo succederà: l’ultimo emendamento del relatore Azzollini, infatti, stabilisce che i consumatori continueranno a pagare per due terzi i costi di ritiro di CV invenduti, anche se il Gse quei costi non li sosterrà. Il ricavato, invece, andrà a un Fondo per l’università e la ricerca, a compensazione dei tagli che lì si preparano con la prossima riforma.
Quale sarà la spesa evitata del Gse lo calcoleranno i ministeri Mse e Mef, sentita l’Autorità. Peraltro con qualche incognita: se infatti per i certificati 2009 (che però non sono toccati dalla norma) la stessa Aeeg ha stimato un onere in bolletta di 540 mln - che ridotto a due terzi farebbe 360 mln - per il 2010, e soprattutto per gli anni successivi, la cifra dipenderà dall’offerta di CV. Che col crollo dei prezzi dovuto all’art. 45 potrebbe anche ridursi significativamente. Tuttavia, qualunque sarà l’importo finale, saranno soldi che famiglie e imprese consumatrici di elettricità pagheranno per scopi che nulla hanno più a che fare con l’energia. Di fatto una tassa occulta (”nuova e poco trasparente imposta” la chiama l’Autorità per l’energia in una segnalazione inviata sabato a Parlamento e Governo e pubblicata mentre scriviamo, ndr).
Un’identica anomalia, poi, si trova nel secondo prelievo, quello a scapito dell’Autorità per l’energia. Osservatori autorevoli – da ultimo Carlo Stagnaro sul Sole24Ore di domenica – e lo stesso Regolatore hanno già messo in rilievo l’impatto negativo che il taglio alle spese per circa 3 mln di euro avrebbe su attività vitali per il mercato. Nonché l’irrituale invasione di campo con cui, intervenendo nei suoi bilanci, il governo influenza di fatto l’operatività di un’autorità indipendente. Oltre a questo, però, è difficile non notare che in tal modo si dirottano sul Bilancio dello Stato risorse che non gli appartengono. L’Autorità si finanzia infatti col contributo annuale delle imprese del settore, senza gravare sulla spesa pubblica. Un meccanismo, pensato appunto a garanzia dell’autonomia all’authority, in cui il settore sostiene una funzione di cui è anche il beneficiario. In base a quale principio quelle risorse devono andare nel contenitore indifferenziato del Bilancio?
Da Staffetta Quotidiana, lunedì 5 luglio 2010
Girandola di azioni Eni-Enel. Perché non sana il conflitto di interessi
Cambiare tutto perché nulla cambi è, forse, la frase più citata della politica italiana. Ma è, spesso, anche quella più tristemente appropriata. La girandola di azioni delle maggiori imprese partecipate dallo Stato – Enel, Eni, Poste e St Microelectronics – tra Cassa depositi e prestiti e ministero dell'Economia è una dimostrazione efficace di come, di fronte a un problema, la tentazione di nascondere la polvere sotto il tappeto sia irresistibile.
Cdp ha deliberato di cedere al Tesoro il 17 per cento di Enel, il 35 per cento di Poste e il 50 per cento di St in cambio di circa il 7 per cento di Eni – di cui oggi via XX Settembre detiene il 20 per cento, una parte del quale andrà a sommarsi al 10 per cento già in pancia a Cdp. A monte dello swap sta un provvedimento del Garante della concorrenza, che il 4 agosto 2005, aveva chiesto alla Cdp di uscire dal capitale di Viale Regina Margherita “a decorrere dal 1° luglio 2007 ed entro i 24 mesi successivi”. Il problema era il potenziale conflitto di interesse in campo all'istituto, azionista di controllo sia del maggiore operatore elettrico nazionale, sia del gestore della rete di trasmissione. A dire il vero si tratta di un intervento molto zelante, perché, pur essendo Cdp azionista di entrambe le società, nell'operatività non esercita un controllo così stretto. Poiché, però, il rischio esiste, l'intervento dell'Antitrust è positivo e induce ulteriore trasparenza in un mercato già liberalizzato.
Ora, la risposta del governo è quanto meno bizzarra. Il riordino delle partecipazioni, infatti, risolve solo formalmente il conflitto di interessi. Cdp è per il 70 per cento in mano al Tesoro. Quindi, se è vero che Cdp avrebbe potuto influire su Terna allo scopo di proteggere Enel, si può argomentare che, allo stesso, modo, il Tesoro – azionista di Enel – può intervenire su Cdp perché intervenga su Terna. Il percorso è solo apparentemente più accidentato: Cdp è chiaramente un organismo che risponde a logiche politiche, e sarebbe stupefacente se non fosse così, vista la composizione dell'azionariato (il 30 per cento che non è direttamente in mano allo Stato è suddiviso tra 66 fondazioni di origine bancaria).
Dunque, se anche l'operazione può essere sufficiente alla luce delle richieste formali dell'Antitrust, essa è insufficiente sul piano sostanziale. Appare piuttosto come una presa in giro. Con una potenziale ricaduta che potrebbe creare più grane di quante ne risolva. Alla fine dei giochi, Cdp sarà il maggiore azionista di Eni (anche se l'azionista di controllo “vero” resterà comunque l'Economia). Se c'è conflitto di interessi tra il possedere titoli di Enel e di Terna, perché lo stesso problema non dovrebbe verificarsi per Eni? Ciò è vero in almeno due sensi. Il primo riguarda l'assetto concorrenziale nazionale, dove l'Eni controlla tutte le infrastrutture essenziali (rete e stoccaggi), nonostante l'opposizione dichiarata dell'Autorità per l'energia e nonostante la legge imponga la separazione proprietaria (purtroppo gli estensori della norma si sono dimenticati di dire a decorrere da quale data, e tutti i tentativi di colmare la lacuna sono stati sconfitti). Dunque, il conflitto c'è a prescindere dall'azionista, e la situazione è ben più grave.
L'aspetto più controverso, però, è un altro. Nei mesi scorsi, San Donato ha dovuto rispondere all'Antitrust Ue di abuso di posizione dominante sul gasdotto Tag. Per sanare l'accusa, Eni si è impegnata a cedere la pipeline a un “soggetto italiano”, che dovrebbe essere proprio la Cdp. Ma, a questo punto, il conflitto di interessi appena sanato, si fa per dire, sul mercato elettrico, non si ripresenterebbe identico in Europa in quello, più concentrato e meno competitivo, del gas? Spetta a Bruxelles valutare se la crescita di Cdp in Eni potrebbe cambiare gli equilibri in misura tale da pregiudicare l'accordo, che peraltro deve ancora essere approvato dal “market test” iniziato quando, ovviamente, Cdp era “solo” un azionista tra i tanti. Ma la stessa esistenza di questo rischio dimostra come la pezza sia sovente peggiore del buco. Il mercato non ha bisogno di essere rappezzato, ma di essere lasciato libero da escamotage post-monopolistici.
Da La Staffetta Quotidiana, 2 luglio 2010
Storia di due disastri
Sotto molti aspetti il disastro della piattaforma Deepwater Horizon e le devastazioni dell’uragano Katrina sono speculari. I danni inferti da Katrina si sono abbattuti su un territorio soggetto alla giurisdizione statale, principalmente della Louisiana, ma anche della Florida, l’Alabama e il Mississippi. Di conseguenza, la libertà d’azione del presidente George W. Bush e delle autorità federali era relativamente limitata. Ad esempio, Michael Chertoff, Segretario della Sicurezza Interna (Homeland Security), avrebbe voluto assumere il controllo delle operazioni di soccorso già il giorno prima che l’uragano toccasse le coste americane, ma Kathleen Blanco, governatore della Louisiana, si oppose. La risposta delle autorità federali venne ostacolata dal fatto che la legge attribuisce l’autorità sui soccorsi in primo luogo agli stati e agli enti locali.
Le operazioni a questi due livelli (in particolare a New Orleans e più in generale in Louisiana) hanno interferito con le operazioni che le agenzie federali avrebbero voluto intraprendere. Ray Nagin, sindaco di New Orleans, ordinò con grande ritardo l’evacuazione della popolazione e non concesse l’autorizzazione ad utilizzare a tale scopo gli autobus scolastici, che probabilmente avrebbero permesso di salvare centinaia di vite. Il presidente Bush non aveva il potere di impartire un contrordine.
Il disastro della piattaforma Deepwater Horizon si è verificato al largo delle coste, vale a dire in territorio soggetto alla giurisdizione federale. La responsabilità primaria di affrontare la situazione ricade sulle autorità federali, mentre l’ambito di azione dei governi statali e locali è molto limitato. Ad esempio, l’Environmental Protection Agency, l’ente federale incaricato della tutela ambientale, ha ripetutamente cambiato idea in merito ai composti chimici da impiegare per disperdere la macchia di petrolio. Nella “Panhandle” della Florida le autorità della Okaloosa County hanno deciso di ignorare bellamente tutte le limitazioni imposte dai livelli superiori di governo e di autorizzare le proprie unità d’emergenza ad attuare qualsiasi operazione ritengano necessaria, come la creazione di una “cortina” subacquea di bolle d’aria al fine di spingere il petrolio in superficie e il ricorso a chiatte per bloccarne lo spostamento una volta giunto a galla. I governanti della contea sono evidentemente convinti che le autorità federali stiano danneggiando i loro sforzi di porre rimedio al disastro.
Al contrario di quanto avvenuto per Katrina, i tentativi a livello statale e locale di affrontare la marea nera sono stati ostacolati da una risposta federale inefficace e caotica. La Guardia Costiera ha svolto un ruolo importante in entrambi i disastri: durante Katrina ha soccorso oltre 33.000 persone rimaste isolate e ha ricevuto le lodi del presidente e del Congresso. Nel disastro di queste settimane, invece, la Guardia Costiera è stata criticata per aver proibito a 16 chiatte di aspirare il petrolio dalla superficie del mare perché non erano state ispezionate per accertare la presenza di un numero adeguato di salvagenti. Bobby Jindal, il governatore della Louisiana, ha cercato di sbloccare la situazione, ma per lungo tempo non è riuscito a convincere la Guardia Costiera a concedere il permesso di fare entrare in azione le chiatte.
Due giorni dopo che Katrina aveva toccato terra, il presidente Bush sospese il Jones Act (la legge che limita la possibilità di operare in acque americane da parte di vascelli battenti bandiera di altri paesi), in modo da permettere che le vittime di Katrina potessero ottenere tutta l’assistenza possibile. Nella situazione attuale il presidente Obama non ha sospeso la legge: in tal modo numerosi paesi, come l’Olanda, che vorrebbero aiutare e che dispongono delle competenze necessarie ad affrontare la macchia di petrolio, potranno offrire solo un aiuto limitato. Questa mancanza sta ritardando in modo significativo la ripulitura delle acque del Golfo. Il Jones Act, che impone la presenza di equipaggi americani a bordo delle imbarcazioni, è una delle leggi volute dai sindacati, che a loro volta sono grandi sostenitori del presidente Obama.
Bush era un Repubblicano, mentre i governi della Louisiana e di New Orleans, le vere vittime di Katrina, erano controllati da Democratici. Molti commentatori insinuarono il dubbio che Bush abbia ignorato New Orleans proprio per questa ragione. Il presidente Obama è un Democratico, mentre gli stati colpiti dal disastro della Deepwater Horizon (la Louisiana, l’Alabama, il Mississippi e la Florida) hanno governatori Repubblicani. Eppure non ho sentito nessuno, neanche da destra, affermare che l’inefficacia della risposta dell’Amministrazione Obama sia dovuta a calcoli politici di parte. L’ultima differenza consiste nel modo in cui la stampa ha affrontato le due questioni.
Bush reagì prontamente a Katrina, ma venne ostacolato dalle normative che attribuivano i poteri operativi agli stati. Nondimeno la risposta federale ebbe una buona coordinazione e nel complesso fu utile. Ma Bush venne subito incolpato degli effetti di Katrina e delle mancanze che in realtà si erano prodotte ad altri livelli di governo.
Oggi Obama ha molti più poteri di quanti ne avesse Bush, ma la risposta federale al disastro è inefficace e spesso ostacola chi si trova nella posizione di sapere cosa bisogna fare. È solo da una settimana o due che la stampa ha iniziato a muovere le prime critiche a Obama. Il motivo è che la posizione pregiudiziale dei media era “Bush sbaglia” e la stampa ha pubblicato qualsiasi articolo che potesse corroborare questa tesi. Nel caso di Obama, la posizione standard dei media è “Obama ha ragione”: quindi è necessario disporre di una serie di fatti incontrovertibili per scardinare questo assunto. Mentre il petrolio continua a fuoriuscire dal fondo del mare, disgraziatamente questi fatti sono davanti agli occhi di tutti.
Paul H. Rubin è docente di economia presso la Emory University e negli anni Ottanta ha rivestito svariati incarichi pubblici di rilievo. Ha una casa al mare sulla costa nord della Florida, dove sta aspettando con apprensione l’arrivo della marea nera. In italiano ha pubblicato La politica secondo darwin. L’origine evolutiva della libertà (IBL Libri 2009).
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 23 giugno 2010 del Wall Street Journal, che ringraziamo, insieme a Milano Finanza, per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione in Italia.
Alla ricerca del tempo perduto
La Consulta ha respinto il ricorso presentato dalle 10 regioni che hanno impugnato lo scorso autunno la delega al Governo in materia nucleare. Le censure sono state dichiarate in parte inammissibili, in parte infondate. Proprio qualche giorno fa, una bufala vagava per la rete annunciando una pronuncia della corte costituzionale contro il nucleare. Nulla di tutto ciò: la sentenza inopportunamente richiamata dichiarava l’illegittimità di una norma che consentiva la nomina di commissari per accelerare l’iter di autorizzazione di infrastrutture elettriche la cui realizzazione fosse ritenuta urgente (come può essere ad esempio, un impianto di produzione, anche a gas, in un’isola a rischio black out).
Il contenzioso sul nucleare non si chiude qui. La Corte Costituzionale sarà chiamata ad esprimersi anche sulla legittimità del decreto che attua la delega oggetto della sentenza di ieri. Ma se ieri il rischio di veder travolto l’intero impianto normativo era molto remoto, ora le probabilità di un duro stop alla corsa verso il nucleare sono sull’ordine degli infinitesimi. Il Governo può e deve quindi procedere lungo il cammino tracciato. Il rammarico è aver perso sin troppo tempo. Ieri scadeva il termine previsto dal decreto 31/10 per l’adozione della strategia nucleare, il documento programmatico che dovrà dettare gli obiettivi e tracciare le linee di sviluppo del settore.
L’ennesimo termine disatteso, dopo quelli relativi alle delibere del CIPE sulle tipologie di impianto realizzabili e quelli previsti per la costituzione e alla regolamentazione delle attività dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Su quest’ultimo fronte il momento sembra essere propizio per un recupero del tempo perduto. I ritardi fin qui protrattisi sono dovuti, infatti, ad un braccio di ferro tra il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell’ambiente. L’assenza di uno dei due duellanti dovrebbe favorire una l’emergere di una soluzione.
Proprio il Ministro Prestigiacomo si distingue in questi giorni per un certo attivismo: a Flamanville, nel Nord della Francia, in visita ad una centrale nucleare, ha fatto intendere che per la fine dell’estate il nodo dell’Agenzia potrebbe essere sciolto e ha chiarito che il cammino sulla strada tracciata con la legge delega del luglio 2009 continua. Il suo porsi come punto di riferimento della politica nuclearista del Governo ha attirato su di sé le ire degli ambientalisti. Verdi e Greenpeace fanno ancora leva sull’impropria contrapposizione rinnovabili-nucleare, come se le prime potessero sostituire nel medio termine le altre fonti di energia. Fanno bene a mettere in guardia il contribuente dal pericolo che si usi denaro pubblico per finanziare il nucleare; ma l’ipotesi non sembra essersi affacciata sul dibattito in corso. Piuttosto, il dicastero di Stefania Prestigiacomo può scommettere sulla complementarietà tra le fonti rinnovabili e il nucleare nel conseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.
Al Ministero dell’ambiente non sarà tuttavia possibile porsi a lungo alla guida solitaria della politica nucleare. Di qui l’urgenza di un nuovo inquilino per il Ministero dello sviluppo economico. Si fa il nome di Giancarlo Galan, nominato Ministro per le politiche agricole e forestali dopo la consegna alla Lega del governo del Veneto avvenuta con le scorse elezioni regionali. Il benestare dato da Umberto Bossi, che oggi lo ha descritto come un “uomo pratico” e quindi adatto al ruolo, è un segnale significativo. In passato girava la voce che la Lega potesse avanzare qualche pretesa sul dicastero, proponendo il nome di Calderoli. D’altronde, in un ruolo così strategico e delicato, difficilmente il premier può rinunciare ad un uomo di fiducia. Ecco che il “pratico” Galan sembra avere tutte le carte in regola: ex uomo Publitalia, espressione di un’area che lavora e produce, liberale da sempre e, soprattutto, politico apprezzato per il suo operato nella regione che ha amministrato negli ultimi quindici anni.
Aggiungiamoci che alla vigilia della campagna elettorale, quando ancora non era chiaro se sarebbe stato ricandidato a presidente del Veneto, è stato tra i pochi a dirsi disponibile a discutere sulla realizzazione di un impianto nucleare nelle sua regione.
Da L’Occidentale, 24 giugno 2010
Via libera della Consulta al nucleare (nonostante le bufale in Rete). Ora tocca al Governo
Una buona notizia: la Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi di dieci regioni contro la delega conferita al Governo per dettare le nuove norme che spianano il ritorno al nucleare. La Consulta ha dichiarato le censure proposte in parte infondate, in parte inammissibili.
Ad esser contestata dalle regioni era la mancata previsione di un adeguato coinvolgimento delle stesse nel processo di normazione del settore e di autorizzazione degli impianti. Messa in salvo la delega, il contenzioso ora si sposta sulle norme emanate in attuazione della stessa e contenute nel decreto legislativo 31/10.
Ma se gli argomenti addotti per affossare la legge delega erano deboli, quelli portati a fondamento del ricorso contro il decreto dello scorso febbraio paiono ancor più flebili e inadatti a mettere in discussione l’impianto normativo costruito dal Governo per il ritorno all’atomo. La debolezza delle tesi deriva dal fatto che il decreto attuativo prevede la costante partecipazione di regioni ed enti locali alle decisioni in materia nucleare; le stesse argomentazioni sono poi inadeguate a sconvolgere il quadro legislativo esistente perché le eventuali dichiarazioni di incostituzionalità possono al limite scalfire alcune disposizioni di contorno, senza per questo intaccare l’ossatura della disciplina vigente.
Il disappunto tra quanti si oppongono al nucleare è grande. La sentenza interviene dopo che per alcuni giorni è circolata la voce di una bocciatura delle norme sul nucleare. L’equivoco è sorto quando la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità delle disposizioni contenute nel decreto legge anticrisi dell’estate scorsa (d.l. 78/09) che consentivano al Governo la nomina di commissari straordinari dotati dei poteri necessari ad accelerare l’iter autorizzativo di infrastrutture energetiche la cui realizzazione fosse stata considerata urgente per il paese. La Consulta, con una sentenza opinabile nel merito, ha ritenuto inconciliabile la realizzazione di infrastrutture con capitali privati (definiti incerti per natura) con la loro urgenza. Come se l’intervento diretto dello Stato nella realizzazione delle grandi opere fosse una garanzia di maggiore efficacia e prontezza.
Ad ogni modo, ci interessa qui sapere che la pronuncia del 6 giugno riguardava una norma che non era congegnata per essere applicata specificatamente agli impianti nucleari, ma serviva a superare l’inerzia delle amministrazioni coinvolte nei procedimenti di autorizzazione di opere necessarie per garantire la sicurezza del sistema elettrico. Poteva trattarsi, ad esempio, della realizzazione di una centrale a gas in un’isola a rischio black-out, come è accaduto per il progetto di modernizzazione della centrale termoelettrica di Capri [1], oppure delle linee elettriche indispensabili ad approvvigionare di energia aree di consumo deficitarie: questi gli interventi per i quali il Governo aveva pensato ad una corsia preferenziale. Nulla a che vedere con le norme che consentiranno il ritorno dell’atomo in Italia.
I tanti blog che si erano spinti [2] ad intonare il requiem del nucleare o a denunciare il silenzio dei media di fronte al grande supposto fallimento del Governo [3] dovranno fare i conti con una realtà ben diversa. Il Parlamento ed il Governo, ha ragione Saglia [4], hanno agito e legiferato nel rispetto della Costituzione.
Sgombrato il campo dalle polemiche pretestuose sulla legittimità delle norme sul nucleare, l’obiettivo è ora riprendere le fila di un cammino finora troppo lento. Proprio ieri scadeva il termine per l’elaborazione della strategia nucleare del Governo. Si attendono ancora le delibere del CIPE sulle tipologie di impianto realizzabili in Italia, lo statuto dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare (approvato dal Consiglio dei Ministri e poi dato per disperso nella via che porta alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale) e le nomine dei suoi componenti.
Qualcosa, tuttavia, si sta movendo. Il ministro Prestigiacomo ha annunciato la volontà di discutere della composizione e dell’avvio dei lavori dell’Agenzia durante il Consiglio dei Ministri di oggi. Fugati i dubbi di costituzionalità, per riprendere il cammino e recuperare il troppo tempo perso è ancora necessario riempire la casella del Ministero dello sviluppo economico, in cabina di regia con il Ministero dell’ambiente nella conduzione della politica nucleare.
Da Libertiamo, 24 giugno 2010
L'atomo rilancia la scienza made in Italy
L'Italia è l'unico grande paese europeo privo di energia nucleare. Se si allarga lo sguardo al mondo industrializzato, il risultato non cambia: nelle statistiche, difficilmente l'occhio non viene attirato dalla colonnina dedicata all'Italia. Che dice: zero. Quando la differenza tra le scelte di un soggetto e quelle di, virtualmente, tutti gli altri è così clamorosa, bisogna interrogarsi sulle ragioni. E questa domanda è tanto più importante in una nazione che non solo ha dato i natali a Enrico Fermi e agli altri padri dell'atomo, ma - fino al referendum del 1987 - è stata tra i protagonisti della ricerca e dell'impiego commerciale di questa tecnologia. Il contrasto tra il passato e il presente non potrebbe essere più stridente: fino agli anni Ottanta, eravamo un paese d'avanguardia. Poi, improvvisamente, più nulla: anzi, indietro tutta. La passione con cui, durante la fase eroica dell'atomo italiano, l'intero Paese guardava al nucleare trova testimonianza nei dettagli di vita vissuta, come Atomino, il personaggio positivo e fiducioso nelle potenzialità del progresso che intratteneva i bambini dalle pagine del Pioniere, supplemento settimanale per ragazzi che veniva distribuito negli anni Settanta con l'Unità. O dal fatto che diverse acque minerali si facevano vanto, nelle etichette sulle bottiglie, di vendere un liquido «leggermente radioattivo». E' quasi un contrappasso, il successivo proliferare di «comuni denuclearizzati». Ma non c'è solo nostalgia, nel fronte pro-atomo. C'è la consapevolezza che, proprio nel momento in cui l'attenzione per questa tecnologia torna prepotentemente d'attualità in tutto il mondo, dall'Europa agli Usa alle grandi economie emergenti, tagliarsene fuori significa perdere un'altra occasione per essere tecnologicamente avanzati. Anche sul piano più strettamente energetico, il ritorno al nucleare - promesso dal governo e, oggi, apparentemente passato in secondo piano con le dimissioni di Claudio Scajola - nasconde una serie di vantaggi che, altrimenti, non potrebbero essere colti. Dal punto di vista economico-finanziario, l'atomo ha la caratteristica di avere alti costi fissi e bassi costi variabili, come le rinnovabili e al contrario del gas: questo ne fa uno strumento importante di stabilizzazione dei prezzi elettrici nel tempo. Sotto il profilo ambientale, l'atomo è probabilmente la più competitiva tra le fonti a basso e nullo tasso di emissioni, e - a differenza di eolico e solare - non dipende dalla volubilità atmosferica ma può erogare energia con continuità per tutto l'anno. Infine, tornare al nucleare significa rimettere in moto una filiera tecnologica mai del tutto abbandonata, ma mai più perseguita con determinazione dai tempi del referendum. Si tratta, dunque, di una formidabile occasione di riqualificazione industriale, con ricadute pure sulla pubblica amministrazione e la sua organizzazione. Gestire il nucleare, per chi ha il ruolo del regolatore e deve sorvegliare sulla correttezza delle operazioni, significa affrontare una sfida importante. Richiede, cioè, di riscoprire la capacità di gestire sistemi complessi, una capacità che il nostro paese sembra aver perso. Il ritorno all'atomo può essere, anche simbolicamente, quella discontinuità di cui l'Italia ha bisogno per pensare a se stessa come a una importante economia industriale. Implicitamente, il nucleare è la punta di diamante di un necessario processo di riscoperta delle radici capitalistiche e industriali della nostra economia. Saremo capaci?
Da Il Tempo, 24 giugno 2010
John Kerry, ‘green jobs’ mystic
One should hold deeply mitigated expectations for a senator who, as lead author of a cap-and-trade bill, admits he doesn’t know what cap-and-trade means. But Sen. John Kerry (D-Mass.) is tempting me to think that, if he is merely uninformed, it must be willfully so. Or else he’s got an uncomfortable relationship with the truth and, it would seem particularly given the absence of specifics or examples, is making stuff up
(…)
Italy? As Carlo Stagnaro and a colleague summarized in the Wall Street Journal:
“The “green economy” is supposed to be a win-win situation, as massive subsidies for renewable energy sources and other “clean” technologies would help both the environment and the economic recovery. The facts on the ground tell a different story, though. In Italy, for example, we calculated that each green job comes at the expense of 4.8 “dirty” jobs. That’s an awful lot of waste for a movement that’s meant to be all about efficient resource use.”
Continua su The Daily Caller
Fisco: nell'inferno italiano uno scampolo di paradiso?
Far pagare alle imprese tasse col regime fiscale più conveniente? Per l’Istituto Bruno Leoni, l’art.41 della manovra finanziaria - che consente alle imprese straniere che investono in Italia di usufruire, temporaneamente, del regime fiscale per loro preferibile tra quelli esistenti in Europa - istituisce un principio giusto e condivisibile. Se ne occupa Silvio Boccalatte, fellow dell’IBL, nel Focus “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?” (PDF).
Per Boccalatte, tuttavia, l’attuale formulazione dell’art.41 rischia di essere considerata incostituzionale in quanto “Se lo scopo della norma è quello di favorire l’apertura di nuove imprese sul territorio italiano, infatti, si fatica a comprendere per quale motivo siano da preferire nuove imprese straniere a nuove imprese italiane. Dunque non si capisce perché un soggetto straniero, già imprenditore all’estero, dovrebbe godere di un regime fiscale vistosamente favorevole per l’esordio della sua impresa in Italia, rispetto a un qualunque italiano, sia egli già imprenditore o meno”. Per superare questo dubbio, occorre ampliare lo spettro di applicazione della norma: “si permetta a ogni nuova attività imprenditoriale (e professionale) di optare, per un determinato periodo di tempo, a favore del sistema fiscale comunitario che preferisce”.
Il Focus di Silvio Boccalatte, “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Al Sud una chance federalista
Il consenso è ormai ampio e diffuso. Autorevoli commentatori, illustri saggisti, istituzioni importanti, meridionalisti pensosi, e per ultima la Cei, insomma tutti – nessuno escluso – non esitano a indicare in una «inadeguata classe dirigente» il tallone d'Achille del Sud d'Italia. È questo il "motore primo", se così si può dire, di un Mezzogiorno eternamente fermo ai blocchi di partenza. Come dar loro torto? In questo senso, chi voleva, solo qualche anno fa, «abolire il Mezzogiorno» è arrivato tardi.
Ci avevano già pensato, prima di lui, i ministri del Mezzogiorno che hanno gestito l'intervento straordinario fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Novanta, e dopo di loro, gli architetti e i fautori della Nuova Programmazione, sia che agissero da soli sia che agissero al seguito di quei ministri che stavolta venivano più pudicamente chiamati dello Sviluppo e della Coesione territoriale. Non possiamo negare che la loro sia stata una "missione compiuta" (la quale, ora, aspetta solo il "partito del Sud" per compiersi in modo definitivo e irreparabile). Forse per alcuni si è trattato addirittura di un omicidio preterintenzionale, ma questo, dal punto di vista della vittima, non cambia la sostanza delle cose.
In altre parole, 50 anni di politiche economiche profondamente sbagliate e potenzialmente corruttive (nel senso non del codice penale, ma della cultura civica e politica) che nell'ultimo quindicennio hanno trovato la loro espressione più sofisticata, più compiuta e forse inconsapevolmente, anche più alta, sono stati in grado non solo di non risolvere la "questione meridionale" (e questo va da sé, visto non era il loro vero obiettivo), ma anche di impedire che il Mezzogiorno potesse pensare a se stesso e pensare se stesso alla guida dell'intero paese.
Invertire questa tendenza è tutt'altro che semplice, è certamente questione non di breve periodo ma non è impossibile, ma è dalla logica che informa le attuali politiche per il Mezzogiorno che bisogna partire e non dalla vuota invocazione di una nuova classe dirigente. Per azzerarle, semplicemente. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi vedrà la luce un nuovo Piano per il Mezzogiorno – l'ennesimo progetto, prodotto (guarda caso) da quelle stesse burocrazie che hanno sfornato i precedenti. E nei prossimi mesi verranno alla luce i primi provvedimenti relativi al cosiddetto federalismo fiscale. Ora, questi provvedimenti dovranno misurarsi in base alla logica complessiva di tutto l'impianto, in base alla sua capacità di annullare (senza accontentarsi di limature) l'intermediazione politica e burocratica che è rimasta l'unica, vera, autentica scelta politica assolutamente bipartisan che ha interessato il Mezzogiorno in modo ininterrotto sin dagli anni Sessanta.
Sulla carta, soprattutto per quanto riguarda il federalismo fiscale, l'inversione di rotta rispetto alle scelte degli ultimi decenni dovrebbe essere netta. La struttura di incentivi proposta alle classi dirigenti e alla società meridionale dovrebbe essere radicalmente innovata. Il principio di responsabilità affermato in maniera inequivoca. Ma il diavolo si cela, come sappiamo, nei dettagli, e le pieghe della normativa, forse anche troppo condivisa, che ha introdotto in Italia il federalismo fiscale sono talmente vaste e numerose da non consentire soverchie illusioni.
Lo stesso percorso di attuazione della legge delega n. 42/2009 («Delega al governo in materia di federalismo fiscale») lascia non pochi dubbi circa l'esito del processo stesso. A oggi, le informazioni quantitative di cui si dispone sono, numero più numero meno, non dissimili da quelle di cui si disponeva negli anni Novanta, quando si cominciò a dare forma concreta al tema del federalismo. I vincoli di finanza pubblica sono tali da consigliare questa strada: in altre parole, solo avendo ben chiaro il quadro contabile di riferimento si potrebbe procedere al computo dei costi standard e alla definizione dei livelli essenziali di assistenza, e dunque alla disseminazione della relativa informazione.
Ora, pur apprezzando la prudenza di questa impostazione, è difficile condividerla. L'essenza del messaggio federalista richiederebbe, infatti, un percorso pressoché opposto: calcolo dei costi standard (standard e non, in qualche maniera surrettizia, storici) e individuazione dei livelli essenziali (essenziali e non, in qualche maniera furbesca, desiderabili) di assistenza, in modo tale da garantire comunque il rispetto dei vincoli di finanza pubblica e la loro eventuale revisione in presenza di vincoli meno stringenti del previsto (evento improbabile ma non impossibile).
Per dirla diversamente – e contrariamente all'opinione di molti – il federalismo fiscale è oggi una straordinaria opportunità per il Mezzogiorno. Anche rischiosa, certo, ma l'unica forse in grado di rovesciare i valori e le priorità che quarant'anni ininterrotti di sciagurate politiche meridionalistiche hanno imposto al Mezzogiorno. E l'unica, forse, in grado di riattivare meccanismi di selezione della classe dirigente e dunque restituire una voce al Mezzogiorno ormai afono.
Da Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2010
Contro la tirannia fiscale
Nel focus del primo luglio n. 164 (PDF) “Solve et repete: Verso lo Stato di polizia tributaria”, abbiamo segnalato il pericolo che la manovra finanziaria reintroduca l’ingiusto e incostituzionale principio del “prima paghi e poi contesti”, che obbligherebbe i contribuenti a pagare debiti provenienti da contributi previdenziali, imposta sui redditi e IVA prima che siano verificati e che si possano contestare, sulla base della notifica dell’avviso di accertamento.
Rispetto alla situazione attuale (avviso di accertamento – possibilità per il cittadino di contestazione – iscrizione a ruolo esaurita la possibilità di ricorso – emissione della cartella esattoriale – valore esecutivo della cartella), la manovra salta i passaggi intermedi e rende immediatamente esecutivo l’avviso di accertamento, che, come spiegato nel focus, non è un “reale” accertamento, ma solo una valutazione dell’amministrazione che i conti non tornano, valutazione che il contribuente ha il sacrosanto diritto di contestare davanti all’autorità giudiziaria (art. 24 Cost: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”).
Sulla natura vessatoria di questo furto di Stato si è già detto nel focus.
Il sacrificio del diritto di difesa e del diritto di godimento dei propri beni (i quali dovrebbero restare appunto tali finché non se ne accerti davvero l’indebita proprietà) ci spaventava tanto più considerando che la posizione presuntivamente debitoria fosse aggravata, nel decreto legge, dalla circostanza che il giudice, a cui il presunto debitore deve fare ricorso contro un avviso di accertamento che ora costituisce già titolo esecutivo) non potesse concedere una sospensione dell’atto impugnato superiore a 150 giorni. E 150 giorni sono sicuramente un termine inferiore rispetto alla conclusione del procedimento giurisdizionale contro la pretesa creditoria dell’amministrazione (la durata media di un procedimento di merito davanti alle commissioni tributarie è di 3 anni e 10 mesi, fonte: “Più cause nei tribunali del fisco”, Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2010). Dunque, le possibilità che davvero il presunto debitore dovesse pagare nelle more del giudizio di accertamento sarebbero state altissime.
Il brevissimo e surreale termine dei 150 giorni era motivato dalla finalità di pungolare le commissioni tributarie a essere veloci nel trattare le cause. L’idea che il giudice, solo perché stimolato da un sano spirito civico e solidale nei confronti del contribuente, potesse per ciò solo ridurre di mesi e mesi la durata del procedimento ci sembrava quanto meno irresponsabile.
Alcuni emendamenti proposti in Commissione bilancio al Senato temperano timidamente ma significativamente le disposizioni criticate.
Al di là di un emendamento soppressivo dell’art. 30 presentato dal Sen. Musso sulla riscossione dei contributi previdenziali, sembra verosimile che i tempi della sospensione verranno raddoppiati.
Numerosi emendamenti vanno in tal senso chiedendo persino l’abrogazione del termine. Ma è soprattutto l’emendamento proposto dal relatore del disegno di legge (e dunque condiviso dal governo) a far sperare che i termini per la sospensione siano portati da 150 a 300 giorni, termine derivante dalla possibilità per il giudice, allo scadere dei primi 150 giorni, di confermare la sospensione per una durata massima di ulteriori 150 giorni.
Il Governo non può fallire
A suo modo, il governo ha mantenuto le promesse: non metterà le mani nelle tasche degli italiani. Non direttamente. Infatti, spingerà altri a farlo al posto suo. Il rincaro delle tariffe autostradali a scopo parafiscale è una delle mosse più ipocrite che si potessero concepire.
Infatti, con una mano è stato aumentato il canone che i concessionari devono versare ad Anas per fare il proprio mestiere, con l'altra gli si è detto: se i conti non vi tornano, aumentate pure il pedaggio. Come dire: l'esecutivo neppure si prende la briga di riscuotere le imposte. Taglieggia un gruppo ristretto di grandi imprese - come già aveva fatto con la cosiddetta Robin Tax su compagnie petrolifere, banche e assicurazioni - e lascia che siano queste a sbrigarsela coi consumatori. Il risultato netto è che tutti saranno più poveri, tranne l'erario. Come dimostrano i dati. L'Italia - l'abbiamo scoperto negli scorsi giorni - è il paese europeo con la più alta tassazione sui redditi da lavoro, e il quinto dell'Ue per livello della pressione fiscale. Purtroppo, non è il quinto, ma il tredicesimo, per Pil pro capite. In breve, abbiamo un reddito un pelo superiore alla media europea - nel 2009, a parità di potere d'acquisto 24.000 euro contro 23.600 - ma paghiamo più imposte. La pressione fiscale è del 43,2 per cento (0,3 punti percentuali in più del 2008), contro una media europea del 39,5 per cento. Quelli che sono più masochisti di noi (Danimarca, Svezia, Belgio e Austria) sono anche più ricchi: fatto 100 il Pil pro capite europeo nel 2009, gli italiani stavano a 101,6, i danesi a 117,3, gli svedesi a 120,3, i belgi a 114,9 e gli austriaci a 124.
Morale: noi siamo i più fessi. L'aspetto più paradossale è che, almeno dalla fine della prima repubblica, c'è virtualmente consenso - tranne forse i comunisti più inveterati - che il paese soffre di troppe tasse, troppo debito e troppa spesa pubblica. Questi tre parametri vanno mossi in parallelo. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha posto tutta l'enfasi sul debito, e ha tentato di contenere la spesa attraverso espedienti più o meno efficaci, ma generalmente orientati o al breve termine, oppure a scaricare il compito di alzare le tasse su altri soggetti dai concessionari autostradali agli enti locali, la cui mano è stata prontamente armata con la nuova imposta sugli immobili. Ë evidente che non se ne esce in questa maniera, ed è evidente soprattutto che, proprio quando l'economia dà qualche segnale di ripresa, lo sguardo truce del fisco e la promessa che la parte produttiva del paese sarà sempre più colpita e sempre più sfruttata ammazzano ogni speranza. Il governo oggi ha un compito difficilissimo. Guidare la nave durante una tempesta impone degli obblighi e delle responsabilità che, nei momenti di bonaccia, sono meno gravosi. Tanto più con una nave, come quella italiana, zavorrata da una regolamentazione eccessiva, da un fisco pesante e inefficiente e da un debito pubblico mostruoso. Eppure, se ci troviamo in queste condizioni è anche perché chi ha governato negli scorsi anni - sia il centrodestra sia il centrosinistra non ha saputo o voluto intervenire. Questo rende tutto più complicato e più urgente. Ma, forse, senza il pungolo della crisi staremmo ancora a cullarci nell'illusione che il paese possa stare assieme con lo scotch. L'Italia ha bisogno di essere rifondata su basi nuove e moderne. Guai se il governo fallisce nella missione. E vergogna se neppure ci prova, o se rema nella direzione opposta.
Da Il Tempo, 2 luglio 2010
Oggi brindiamo al Tax freedom day ma restiamo un Paese malato di Stato
Cin cin. Da oggi smettiamo di pagare le tasse, e cominciamo a guadagnare. E’ il 23 giugno, giorno della liberazione fiscale. Un giorno che, anno dopo anno, è sempre andato avanti, quasi mai indietro, sia coi governi che “le tasse sono bellissime”, sia con quelli che “mai metteremo le tasche negli italiani”. E’ una costante e forse è giusto così.
Il governo non è un’entità astratta, è un gruppo di persone che ha come scopo ultimo quello di massimizzare il proprio potere e la propria influenza. Sono solo due le condizioni che possono remare contro questa tendenza naturale alla bulimia pubblica: il passaggio di un “cigno nero” positivo, cioè di una leadership politica fortemente determinata ad affamare la bestia, come fu per Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Oppure, l’esistenza di oggettivi vincoli esterni per cui non si può fare altrimenti: sul fronte della spesa pubblica, Giulio Tremonti cerca di tagliare perché non può fare altrimenti (che poi lo faccia in modo efficiente o convincente, è un altro discorso).
La seconda condizione è quasi verificata, in Italia. L’invadenza dello stato – invadenza nel prelievo, nella spesa, nella regolamentazione – ha raggiunto livelli ormai insostenibili. Le scelte che, quotidianamente, le imprese sono costrette a compiere ne sono testimonianza. L’Italia, dicono le classifiche internazionali e lo dicono tutte, da qualunque fonte provengano e qualunque cosa misurino, è uno dei peggiori posti al mondo dove fare affari. Se il settore pubblico vive parassitariamente alle spalle di quello privato, il nostro paese è arrivato al punto di massima sopportazione, il punto in cui una crescita ulteriore ucciderebbe l’organismo ospite e, con esso, i parassiti stessi.
La competitività della nostra economia, la produttività del nostro lavoro, hanno bisogno di una riduzione drastica e immediata del peso dello Stato: un credibile e improvviso taglio di spesa, tasse e complicazioni normative varie. La transizione fa sempre degli scontenti, specie tra coloro che campano all’ombra dell’inefficienza: ma non si può pensare di chiudere gli occhi e tirare avanti perché il paese è stremato, finito, kaputt.
Quello che manca è una leadership politica convinta e capace, con poche e lodevoli eccezioni (tra i ministri, l’unico che pare veramente determinato a perseguire questa via è Renato Brunetta). E’ difficile spiegare perché, ma almeno due motivi è possibile rintracciarli. Primo: gli accidenti del caso, che agli americani ha dato Reagan, agli inglesi la Thatcher, a molti Stati ex sovietici ha regalato dei leader coraggiosi e illuminati, e a noi ha dato... bé, ha dato quello che abbiamo e che ci meritiamo. Secondo: appunto, abbiamo quello che ci meritiamo. L’elettorato italiano è fondamentalmente populista: pronto a chiedere meno tasse, meno pronto a chiedere meno regole (anzi, felice di chiederne di più, come nel caso degli ordini professionali), per nulla pronto ad accettare riduzioni della spesa, come dimostrano le reazioni scomposte alla manovra di Tremonti.
Il problema è, dunque, culturale e profondo, nonostante i guizzi di vitalità che occasionalmente si sono visti. L’exploit della Lega negli anni Novanta, il primo berlusconismo, l’immediato successo delle “liberalizzazioni” nella base del Partito democratico sono stati segnali incoraggianti, ma troppo esili e troppo discontinui. Gli italiani vogliono meno tasse, ma vogliono ancora di più conservare vizi e privilegi, e possibilmente conquistarne di nuovi. Per questo non ci scandalizziamo più di tanto che per più della metà del tempo lavoriamo per mantenere il baraccone pubblico. Siamo malati di Stato, e non potremo guarire finché non capiremo che quella che finora abbiamo ingoiato come una medicina, è la causa del male.
Da L’Occidentale, 23 giugno 2010
Quando non si può fumare al bar
Il successo dell’iniziativa federale sul divieto di fumare generalizzato è sorprendente. È notizia del 18 maggio che la Lega polmonare svizzera abbia già depositato a Berna 130'000 firme, benché la scadenza sia in novembre. Si vuole ovviamente proteggere i fumatori passivi, ma ci sono buone ragioni per credere che finirà paradossalmente proprio con aggravarne la situazione, soprattutto dei bambini.
L’iniziativa colpisce tutti i luoghi di lavoro e tutti gli spazi chiusi accessibili al pubblico (ristoranti, bar, scuole e ospedali) e permette solo “fumoir” senza servizio. Per giudicare cosa sarebbero le conseguenze basta guardare al di là dell’Atlantico e valutare gli effetti di vent’anni di accanimento contro i fumatori. È quanto due ricercatori londinesi, Jérôme Adda e Francesca Cornaglia, hanno fatto in un articolo apparso lo scorso gennaio sull’American Economic Journal in Applied Economics, una rivista dell’American Economic Association, la più prestigiosa associazione di economisti al mondo.
Negli USA, il 15% della popolazione fuma regolarmente. Tuttavia, il 70% dei non fumatori hanno nei propri fluidi corporei sostanze chimiche legate al tabacco, il che mostra l’estensione del fumo passivo. Negli anni ’90 non c’era ancora quasi nessun divieto, mentre nel 2006 il 40% della popolazione viveva in un’area con un divieto di fumare sul posto di lavoro o nei locali pubblici. Esattamente come in Svizzera, l’introduzione dei divieti è avvenuta con ritmi ed intensità diversi a seconda degli stati (qui dei cantoni). Questa dinamica irregolare ha permesso ai due ricercatori interessanti valutazioni statistiche sull’esteso periodo dal 1988 al 2006.
Il primo sorprendente risultato è che l’introduzione dei divieti (sia sul luogo di lavoro, sia nei bar o nei ristoranti) non ha modificato l’attitudine a fumare. Né se si considera il consumo di sigarette, né se si considera la cessazione. Vi è sì una generale diminuzione nel corso degli anni, che tuttavia i divieti non spiegano. Il secondo e più importante risultato? I divieti di fumare hanno spostato il luogo in cui i fumatori baciano la loro bionda. Mediamente, un divieto riduce di sei minuti al giorno il tempo speso in un locale pubblico. Un risultato su cui gli esercenti potrebbero riflettere. Se non può essere fumata al bar o al lavoro e il consumo non diminuisce, la sigaretta verrà necessariamente accesa altrove. Adda e Cornaglia hanno scoperto che la quantità di cotinina (un metabolita della nicotina la cui quantità nel corpo si dimezza in 20 ore e che indica fumo passivo) dei non fumatori che vivono con fumatori è diminuita tra il 1988 e il 2006 più lentamente di quella dei non fumatori che vivono senza fumatori. Con i divieti, i fumatori fumano di più in casa.
I risultati di Adda e Cornaglia hanno implicazioni politiche molto chiare, e molto scomode per tutti i salutisti di Stato: senza considerare con cura il luogo in cui vanno applicati, i divieti indiscriminati aumentano l’esposizione dei non fumatori al fumo passivo! Peggio ancora, chi ne fa le spese sono soprattutto i bambini, purtroppo ancor più vulnerabili ai danni del fumo passivo e che hanno poche alternative per evitare quello domestico. Dallo studio risulta invece che l’aumento delle accise riduce l’esposizione dei non fumatori al fumo di sigaretta, e che se del caso sarebbe quindi la politica da preferire ai divieti.
In fondo, le conseguenze dell’iniziativa della Lega polmonare svizzera sono prevedibili: al contrario delle tasse sul tabacco, un divieto non rende più cara una sigaretta, bensì solo il posto in cui la si consuma. Ci accorgeremo per tempo di questa perversa dinamica, o aspetteremo che tanti piccoli innocenti, colpevoli solo di aver un genitore che non può più fumare al bar, soffriranno degli effetti indesiderati della nuova religione salutista?
Paolo Pamini – Economista non fumatore, ETHZ e Liberales Institut
Da Il Corriere del Ticino, 20 maggio 2010
Se gli imprenditori non amano la sanità in Borsa
È normale che un gruppo di “imprenditori e dirigenti” faccia appello alle autorità per impedire la quotazione in borsa di un’impresa? E’ quello che ha fatto l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti con un annuncio a pagamento pubblicato la settimana scorsa sul Corriere della sera.
L’oggetto del contendere è l’annunciata quotazione di KOS, società del gruppo CIR di cui pure nella pagina pubblicitaria non si faceva apertamente il nome. Una scelta coraggiosa, un po’ per il periodo: anche prima delle turbolenze di questa fine settimana, non si segnalavano grandi approdi in borsa da parte di società italiane. E anche, proprio per la natura stessa della quotazione, che obbliga le imprese a diventare più “accountable” rispetto a tutti i portatori d’interessi rilevanti, una scelta di trasparenza. Che sarebbe da guardare con sincera curiosità, in un ambito come quello della sanità accusato spesso, non a torto, di essere eccessivamente opaco.
Invece, l’UCID ha fatto appello alla Consob e alla coscienza dei cittadini perché le residenze per anziani (e, immagino, in generale il settore della non autosufficienza) non vengano lasciate in balia del “profitto finanziario”. Angelo Ferro, presidente dell’associazione (cui collaborano persone degnissime), legge il tentativo del gruppo CIR come “una deriva della finanziariazzazione dove tutto, anche le persone anziane non autosufficienti, diventano un bene da comprare e da vendere”. Non è dato sapere se alla stesura dell’appello abbia partecipato anche Roman Zaleski, veterano di Piazza Affari e membro del comitato tecnico-scientifico dell’UCID.
Ad esser coerenti, ci si aspetterebbe quindi una netta preferenza per la sanità pubblica dalla testa ai piedi, finanziamento ed erogazione del servizio. Invece l'UCID, giustamente, riconosce il ruolo svolto da strutture private e non profit. Per chi si richiama alla dottrina sociale della Chiesa, vale il principio di sussidiarietà. Agli imprenditori cristiani non dovrebbe sfuggire, però, che il non profit è pur sempre privato, e non a caso è tanto più solido e florido in quelle realtà in cui la sanità non è rigidamente monopolizzata dal pubblico.
Paradossalmente, la preferenza a favore della competizione è particolarmente necessaria al privato sociale: perché, laddove lo Stato lascia ad altri un ruolo meramente residuale, sopravvive solo chi ha gli artigli più grossi, cioè il privato privato. I modelli ibridi, privati nella persona giuridica ma votati a non distribuire gli eventuali utili, implicano nella prassi una notevole complessità gestionale. Il privato “for profit” gli è utile come benchmark, crea una pressione alla limitazione dei costi e per questo allevia le loro difficoltà. L'essere “non profit” dovrebbe implicare un approccio diverso alla distribuzione dei guadagni, non alla cura gestionale.
Per l'UCID, non si capisce “da dove la KOS potrà trovare i margini per dare dividendi agli azionisti”. Il gruppo De Benedetti ha scelto di entrare nella sanità non nell’alta specialità, ma nel long term care e nella riabilitazione, situandosi in un segmento di mercato dove le professionalità costano meno e tanto di più conta la capacità di offrire un buon livello di cura “alberghiera” ai degenti. È un settore ampiamente regolamentato, e in cui è inimmaginabile che un singolo gruppo privato acquisisca una posizione di monopolio, da cui - chissà perché - dovrebbe smerciare ai poveri anziani non autosufficienti servizi di pessima qualità.
Né è chiaro perché a rappresentare un problema sarebbe la quotazione (già oggi, la controllante di KOS è una quotata). Un’impresa che va in borsa chiede capitali in modo trasparente e si apre alla sfida della contendibilità. Questo non solo dovrebbe stimolarne l’efficienza nel lungo periodo, ma la espone a controlli più stringenti sulle sue attività. Dovremmo pensare che un’impresa quotata sia per definizione guidata da manager più avidi e meno scrupolosi, di quelli che conducono un’impresa familiare? E perché mai?
In realtà proprio i cattolici che credono nel principio di sussidiarietà, e che difendono un’idea di welfare meno centrata sullo Stato e più sull’interazione spontanea fra individui e corpi intermedi, dovrebbero guardare con interesse a questa operazione. Il problema infatti del lento declino dello Stato sociale è che non abbiamo ancora ben chiaro con cosa sostituirlo. Non sappiamo dove trovare attori privati forti abbastanza da subentrargli nelle funzioni essenziali.
La quotazione di KOS potrebbe essere la cartina di tornasole: se i De Benedetti vincessero la loro scommessa, sarebbe un piccolo segnale positivo. Vorrebbe dire che ci sono investitori pronti a mettere a disposizione capitale, per i servizi alla persona.
Come KOS immagini di fare utili non è un problema che debba interessare l’UCID, a meno che essa non immagini di acquistare un pacchetto azionario.
Il privato fa profitto nel settore della sanità, in un sistema comunque a guida statale come il nostro, limando le inefficienze del pubblico e cercando, laddove può, di attrarre “consumatori”. Le inefficienze sono tali e tante che una buona gestione manageriale può fare miracoli, aprendo scenari prima impensate.
La quotazione in borsa rende le imprese non solo più attente ai conti, ma anche a un valore intangibile con tangibilissime conseguenze sul titolo: la reputazione. Gli ospiti di residenze per anziani non autosufficienti hanno un solo interesse: che chi non offre servizi di qualità, venga severamente punito. Il mercato avrà tanti difetti, ma questo lo sa fare.
Da Il Riformista, 9 maggio 2010
Le dolenti note della lirica. Si rischiano enti di serie A e B.
Approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 16 aprile, il decreto legge di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche è approdato qualche giorno dopo al Quirinale, per la firma del presidente della Repubblica. Con il trascorrere dei giorni, la mancata firma di Napolitano ha fatto tingere di giallo la vicenda. Ben presto si è cominciato a vociferare di un testo sottoposto a continue limature. I sindacati di categoria non hanno tardato a far sentire la loro voce e a minacciare numerosi scioperi o addirittura il blocco delle attività. E i commenti sui contenuti del decreto hanno fatto emergere tutta l’incertezza su quanto realmente presente nel testo.
Alle suppliche a non firmare avanzate dai lavoratori del comparto (soprattutto in occasione delle celebrazioni del 25 aprile), Napolitano era sembrato dare una risposta che faceva pensare a un esito differente. E invece: mercoledì sera abbiamo finalmente appreso che il testo non convince proprio il presidente della Repubblica. Il quale ha chiesto chiarimenti di natura tecnica a Bondi.
Sulle ragioni di questa (per il momento) mancata firma, anche qui, non esiste una grande chiarezza. La maggior parte dei commentatori mette l’accento su due questioni: la maggiore autonomia che il decreto accorderebbe a due fondazioni (la Scala e l’Accademia di Santa Cecilia) e l’articolo volto a fare nascere il nuovo Imaie (Istituto per la tutela dei diritti degli artisti, interpreti, esecutori). Altri invece ritengono che i dubbi di Napolitano siano legati alle norme di natura giuslavoristica contenute nel testo.
In effetti, queste ultime rappresentano la parte più sostanziosa e dettagliata del decreto. Il governo è partito dal presupposto incontestabile che a gravare in misura preponderante sulle fondazioni liriche siano i costi del personale. Se i bilanci delle 14 fondazioni languono da anni, e se il 70 per cento dei costi che devono sostenere sono riferiti al personale, allora è su questo punto che occorre incidere. In realtà, il decreto si propone di risolvere diversi nodi critici, che messi insieme creano una riforma complessiva dell’intero settore. Ma se la questione legata al personale è affrontata in maniera capillare e con effetti immediati, gli altri punti rappresentano pure dichiarazioni d’intenti, rimandando a successive disposizioni che dovrà emanare il ministero.
Come detto, l’aspetto dolente delle fondazioni lirico-sinfoniche è quello dei bilanci. Per far presente a tutti che la situazione è prossima al collasso, il ministero per i beni e le attività culturali ha reso pubblici sul proprio sito i dati degli enti lirici. Il quadro, come già si sapeva, è particolarmente preoccupante. Se così non fosse stato, non si sarebbe ricorsi alla pratica del commissariamento. Come è successo, ad esempio, al San Carlo di Napoli e al Carlo Felice di Genova. Le cifre parlano chiaro: nel 2004, solamente 4 enti su 14 hanno chiuso l’esercizio in attivo. Nel 2008, si è passati a una situazione un po’ migliore. In media, la metà delle fondazioni chiude l’esercizio annuale con il bilancio in rosso.
Il tutto, con un finanziamento pubblico che copre la quasi totalità dei contributi erogati. Al comparto della lirica viene destinato ogni anno quasi il 50 per cento del Fondo unico per lo spettacolo. La relazione sull’utilizzo del Fus (l’ultima disponibile è quella del 2008) ci dice che a concorrere maggiormente nel finanziamento degli enti lirici è lo Stato, a seguire le autonomie locali (Comuni, Regioni e, in piccola parte, Province) e per ultimo il settore privato. Quest’ultimo è il grande assente. A più di dieci anni dalla trasformazione degli enti lirici in fondazioni, si può dire che su questo punto la riforma abbia fallito. Con la “privatizzazione” della lirica, stando agli intenti del legislatore, si sarebbe alleggerito il ruolo del settore pubblico, a tutto vantaggio di quello privato. I fatti però ci dicono che questo fenomeno, se è avvenuto, è stato marginale. Nonostante le varie realtà presentino differenze di cui va tenuto conto, i privati danno soldi al comparto per un 5-10 per cento del totale dei finanziamenti. L’unica eccezione è rappresentata dalla Scala (nel 2008, più di 15 milioni ricevuti dai privati).
Ma se la Scala di Milano rappresenta un mondo a sé rispetto alle altre fondazioni, queste ultime si oppongono affinché questa diversità venga riconosciuta da una legge dello Stato. Uno dei grandi punti di scontro fra ministro e rappresentanti del comparto è proprio questo: la paura di veder riconosciuta una disparità di trattamento fra fondazioni di serie A e fondazioni di serie B. Nessuno però sa, se non Napolitano e il ministero, se il riferimento alla autonomia della Scala e alla Accademia di Santa Cecilia sia ancora contenuto nel testo del decreto. Se stralciato, in ogni caso potrebbe rientrare in una delle tante disposizioni successive. Perché il decreto si propone, tra le altre cose, di risolvere la questione dell’autonomia delle fondazioni e di creare quegli incentivi affinché i privati finalmente possano giocare un ruolo di primo piano.
Un altro aspetto contenuto nel testo prevede infatti la rideterminazione dei criteri attraverso i quali vengono conferiti i contributi alle fondazioni. Nonostante sia stata superata la storicità del contributo, ancora oggi non sono assegnati in maniera premiante, soprattutto verso quelle realtà che dimostrano una maggiore efficienza nella gestione. Il nodo più spinoso, poi, è proprio quello rappresentato dal personale.
Nei dati resi pubblici dal ministero, sono presenti anche quelli riferiti al personale attivo nelle fondazioni lirico-sinfoniche. In totale, gli addetti assommano a quasi 5.700 unità. Ad occupare il maggior numero di persone è la Scala (802 addetti), che si sobbarca anche i costi più elevati (nel 2008, 63 milioni di euro). Il dato che però rende chiaro il quantitativo di risorse coinvolte è quello legato alla differenza fra i contributi statali e le spese per il personale. Nel 2008, queste ultime sono state pari a 340 milioni di euro, mentre il finanziamento statale è stato di quasi 250 milioni.
Oggettivamente, la situazione non è più sostenibile.
Da Il Riformista, 30 aprile 2010
Idee per la sanità. Il paziente diventi "utente attivo”
La sanità assorbe oltre l’80% dei fondi delle regioni, ma è la grande assente dal dibattito pubblico. È assente perché è difficile rendere immediate questioni complesse come quelle che riguardano il mondo della salute. Azzardarne una sintesi facendo appello al vocabolario della politica porta ad uscite un po’ incongrue - all’estremo, il “cureremo il cancro” di Berlusconi - mentre formulare proposte puntuali che abbiano connotati realistici aliena consensi. Questo perché gli andamenti della spesa sono inevitabilmente in crescita, la domanda di salute va ad esplodere con l’invecchiamento della popolazione, e l’una e l’altra cosa s’inseriscono in uno scenario nel quale aumentare le tasse per pagare la sanità pare uno scambio cui nessun elettorato al mondo sarebbe disponibile.
Ha fatto bene allora “ItaliaFutura” a gettare il cuore oltre l’ostacolo, presentando un rapporto di Walter Ricciardi (direttore dell’Istituto di Igiene della Cattolica di Roma) che assieme fa una fotografia della situazione attuale e lancia qualche ipotesi d’intervento. La fotografia è interessante, in particolare quando si sottolinea che il Sud presenta “crescenti fattori rischio per malattie cardiovascolari e tumori” (meno attenzione alla prevenzione) e nello stesso tempo il sistema è peggio gestito e produce più sprechi.
Sul piano delle ricette, invece, l’advocacy group diretto da Andrea Romano pecca di eccessiva timidezza. IF propone una serie di passi da compiersi, per razionalizzare il sistema così com’è. A parte alcune formule ad effetto ma un po’ oscure (in che senso il Ministero della Salute, rafforzandosi, deve “comunicare direttamente con i cittadini?”), le idee di IF appaiono molto ragionevoli. Ma il piatto piange, e bisognerebbe tenerne conto.
“ItaliaFutura” pone due temi importanti: l’ “empowerment” del cittadino nella sanità, cioè la trasformazione del paziente sempre più in un utente attivo (in un consumatore) dei servizi alla salute, e la trasparenza. Quest’ultima questione è cruciale, perché le strutture sanitarie pubbliche, anche nelle regioni considerate “virtuose”, oggi agiscono sostanzialmente senza alcuna accountability.
È tuttavia impossibile pensare qualsiasi ragionamento sulla sanità, all’in fuori di un triangolo i cui tre vertici sono: l’invecchiamento della popolazione e quindi l’aumento della domanda, la maggiore informazione e quindi il “raffinarsi” della domanda (non solo più servizi: ma cure più innovative e servizi migliori), la situazione della finanza pubblica. Dice un vecchio proverbio genovese: la salute senza i soldi è una mezza malattia. E non c’è modo che possa essere il settore pubblico ad aumentare le risorse disponibili per la sanità, neanche “riducendo gli sprechi”, per usare il più abusato degli abracadra della politica. Perché gli sprechi in realtà sprechi non sono per nulla: nel momento in cui è la politica che decide come investire risorse, quelle risorse inevitabilmente finiranno ad alimentare i circuiti del consenso. Quello che il resto del mondo chiama spreco, la classe politica lo chiama “investimento”. La spesa corrente non si può ridurre perché si perderebbero voti, la dispersione degli ospedali sul territorio non è razionalizzabile per lo stesso motivo.
L’unica chance è allora non retoricamente “fare uscire la politica dalla sanità”, ma farci uscire, per quel che si può, lo Stato. Questo significa: concorrenza nell’erogazione del servizio (a vantaggio della reale libertà di scelta delle persone: questo è il vero empowerment dei pazienti), e responsabilizzazione dell’utente. È vero, come scrive Ricciardi, che la spesa sanitaria è in crescita ma continuiamo a spendere (un pochettino) meno della media OCSE. Ma le risorse pubbliche sono quelle che sono, e pertanto la componente “out of pocket”, cioé: pagata di tasca propria dai cittadini, della spesa sanitaria non va considerata un’anomalia da risolvere ma una benedizione. Per controllare le spese del servizio sanitario, l’unica via è una sempre più ampia compartecipazione dei cittadini (cominciando da chi può), per evitare un fenomeno ovvio: l’esplosizione di una domanda sussidiata.
Da questo punto di vista, lascia perplessi che “IF” proponga “fondi regionali integrativi per l’erogazione di particolari servizi”, fra cui le cure odontoiatriche, che per fortuna in Italia sono rimaste al di fuori delle fauci del moloch.
Una considerazione d’altro genere. Bisognerebbe pensare la sanità anche come comparto dell’economia, e non solo come voce di spesa. Perché l’Italia non valorizza e anzi distrugge i suoi bacini di innovazione? Giustamente, e il rapporto di IF lo sottolinea, bisogna valorizzare le professioni mediche (magari abbattendo qualche barriera all’entrata, a cominciare dal numero chiuso a medicina). Nel contempo, IF propone una nuova agenzia nazionale che “valuti sistematicamente, anche in collaborazione con analoghe agenzie internazionali, le nuove tecnologie sanitarie da introdurre e quelle da abbandonare”. Meglio sarebbe abolire anche l’agenzia nazionale del farmaco, perché non c’è ragione per cui il mercato comune europeo non possa essere anche un mercato comune delle forniture mediche, con una sola agenzia, l’European Medicines Agency, che si accerti che i nuovi trattamenti non danneggino la salute degli italiani come quella dei polacchi. In questo mercato comune, bisognerebbe cercare perlomeno di non ostacolare le nostre imprese che innovano. Tutti parlano di “ricerca”, ma tutti le mettono i bastoni fra le ruote.
Da Il Riformista, 18 aprile 2010
Obama avrà la riforma che il popolo non vuole
Il trionfo di un’ossessione. Se oggi Barack Obama riuscirà a far passare alla Camera dei rappresentanti il suo piano decennale da 940 miliardi di dollari per ampliare l'intervento pubblico nell'assistenza medica negli Usa, i suoi demoni personali l’avranno avuta vinta sul suo istinto di sopravvivenza. La sua popolarità è al 46% e l’opposizione alla legge in transito alla Camera dei Rapresentanti è capillarmente diffusa. In Europa la questione riesce difficile da capire. Per esempio, leggo sul sito del Corriere che, in Emilia Romagna, il candidato “grillino” Giovanni Favia ha rintuzzato le critiche di Anna Maria Bernini e Gian Luca Galletti, aspiranti governatori rispettivamente per il Pdl e per l’Udc, alla sanità regionale. “Obama si dà da fare per fare diventare pubblicità la sanità e noi silenziosamente la privatizziamo”, avrebbe detto Favia. Immagine quantomai forte, che evocherebbe da una parte un confronto democratico aperto, teso a rispondere a una domanda di giustizia sociale della gente (così a Obamaland), e dall’altra un frenetico lavorio nelle segrete stanze, a vantaggio di pochi amici degli amici (e sarebbe il caso dei “privatizzatori”).
È innegabile che sulla sanità negli Usa ha avuto luogo un dibattito che per complessità dei temi e passione politica fa impallidire qualsiasi cosa noi si sia mai visto, in Italia, negli ultimi quindici anni. Ma chi crede nella democrazia dovrebbe ricordarsi che è il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Se i segnali che vengono “dal” popolo” e corrispondono alle intenzioni “del” popolo indicano chiaramente che il popolo una sanità universalistica non la vuole, è giusto imporgliela solo perché un pezzo dell’élite è convinto che sia la cosa migliore “per” esso?
La nuova sanità americana sortirà da un peculiare processo legislativo, per cui la Camera approverà due diversi testi di legge: quello sortito dal Senato lo scorso autunno, e un altro disegno di legge che emenda quello. Questo farà sì che votando gli emendamenti si eviti di discutere un testo di legge che è profondamente diverso da quello precedentemente approvato al Senato, il pacchetto ritornerà con una procedura detta di “reconciliation”, per cui verrà considerato speditamente e con esclusiva attenzione rispetto al profilo dei costi che rappresenta per il bilancio americano. Della serie: in amore, in guerra e in politica tutto è lecito.
Gli Usa non hanno un sistema sanitario universalistico: la copertura assicurativa arriva di norma come benefit ancillare ai contratti di lavoro, sulla base di un “contratto sociale” che risale più o meno agli anni Cinquanta. Si verificò allora la nascita di un sistema sanitario che, attraverso polizze stipulate per il lavoratore dall’azienda per cui lavora, esentasse, va a tutelare essenzialmente gli occupati. Il sistema non lascia fuori l’urgenza-emergenza, come si vede nei telefilm: le strutture ospedaliere sono obbligate a prestare soccorso a chi si trova in condizione di pericolo. I più anziani e i più poveri sono già ora coperti da un sistema sanitario statale, che ha di per sé problemi di sostenibilità: è di questa settimana la notizia che la catena di farmacie Walgreens non accetterà più ricette di pazienti Medicaid (il programma che fornisce aiuti per la salute alle famiglie con basso reddito) nello Stato di Washington, perché i rimborsi sono stati limati all’osso.
Le distorsioni sono numerose: ad esempio, le polizze vanno sempre stipulate con una compagnia assicurativa che abbia sede nello stesso Stato in cui lo ha l’impresa stipulante, il che rappresenta una artificiale limitazione della concorrenza. Eppure, questo “incrocio” di diverse tipologie di copertura ha sempre tutelato almeno un diritto: quello di uscirvi, ricorrendo al risparmio privato o scegliendo di non lavorare per il governo, nel caso dei fornitori.
Obama dice la verità quando sottolinea che vi è una fascia di persone che ha un reddito troppo alto per poter essere coperta da Medicaid, ma troppo basso per poter acquistare un'assicurazione privata nel caso in cui non goda della copertura del datore di lavoro. Dice la verità quando sottolinea come la spesa sanitaria in America sia ben più alta che altrove nel mondo (il 16% del PIL). Ma mente quando, per convincere i “blue dog” (democratici fiscalmente responsabili) sostiene che il suo programma farà risparmiare quattrini.
In una lettera al repubblicano Paul Ryan (che l’ha resa pubblica su Facebook), il direttore del Congressional Budget Office Douglas Elmendorf dice che Obamacare influirà sul deficit nei prossimi dieci anni e nei successivi “i fattori di incertezza sono tali che non è possibile fare stime”. Obamacare prevede un aumento dei sussidi alla domanda, quindi un aggravio dei costi, e un tentativo di calmierare i premi assicurativi attraverso la tassazione e non attraverso la concorrenza. La svolta “all’europea” sarà graduale, ma in un sistema fondato vieppiù su obblighi assicurativi e intermediazione pubblica sarà nei fatti. Pesando sul deficit e molto probabilmente andando a scoraggiare l’innovazione da parte delle imprese medicali, nel Paese che più ha contribuito agli avanzamenti della tecnologia negli ultimi quarant’anni. Sono rischi il popolo americano in tutta evidenza non vuole correre. Non sarà un grande momento nella storia di una grande democrazia: ma solo il trionfo dell’ossessione di un singolo uomo.
Da Il Riformista, 21 marzo 2010
Sì all’arbitrato nel lavoro
Per l’Istituto Bruno Leoni, la possibilità di dirimere controversie lavoristiche di fronte a un arbitro concordato dalle parti, anziché attraverso il consueto rito processuale davanti al giudice del lavoro, è un importante passo avanti. Lo sostiene Andrea Bozzi nel Focus “Arbitrato nel lavoro: i vantaggi dell’alternativa della scelta del metodo” (PDF).
Per Bozzi, “l’impatto delle Alternative Dispute Resolution nella materia lavoristica ha dei vantaggi notevoli rispetto al giudizio ordinario in materia di controversie di lavoro”. Di fatto la riforma introdotta nel collegato alla Finanziaria non fa altro che ampliare le opportunità di scelta, il che “avvantaggia molto anche il lavoratore, che può comunque scegliere di devolvere ad arbitri con spese ridotte le proprie controversie. È, quindi, un passo avanti notevole per la flessibilizzazione delle controversie del lavoro”. L’introduzione dell’arbitrato pone le premesse per flessibilizzare e velocizzare la risoluzione delle controversie: “La maggiore rapidità di questi metodi, in un sistema di lavoro flessibilizzato, consente di definire con la massima rapidità tutte le dispute sui licenziamenti. Anche il lavoratore da tale disciplina trarrebbe enormi vantaggi: lo stesso, infatti, avrà la garanzia di poter scegliere il metodo più adeguato per risolvere nei tempi più brevi la propria controversia”.
Il Focus di Andrea Bozzi, “Arbitrato nel lavoro: i vantaggi dell’alternativa della scelta del metodo”, è liberamente disponibile qui: (PDF).
Articolo 18. Le norme sul lavoro si possono cambiare
Le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro sono diventate un nuovo spauracchio. Commentatori autorevoli, e financo autorevolissimi “riformisti” di sinistra, hanno ripreso a suonare la grancassa del “furto delle opportunità”. Com’era avvenuto nella giusta, e sfortunata, campagna contro l’articolo 18 della Confindustria di Antonio D’Amato, si grida allo scippo dello statuto dei lavoratori.
Premessa. Sarebbe molto meglio se l’articolo 18 lo abolissimo e basta. Sarebbe molto meglio non per quello che è (lo statuto dei lavoratori è un documento sostanzialmente obsoleto), ma per il potenziale simbolico di cui si è caricato con gli anni. La sostanziale illicenziabilità del lavoratore in qualsiasi impresa sopra la fatidica soglia dei quindici dipendenti è profondamente dannosa per la nostra economia, a maggior ragione in un periodo come questo, in cui la crisi economica costringe le imprese a ripensare se stesse, a ristrutturarsi in profondità oltre gli sforzi già fatti con la “prima ondata” della globalizzazione ad inizio anni Duemila. Nel discorso comune, pare che il mondo si divida in due: coloro che ambiscono a tutelare il salario, e quindi la qualità della vita, dei lavoratori e i crudeli “mercatisti” che godono ogni volta che un povero cristo viene sbattuto fuori da un’impresa. La questione è un po’ più complessa. È utile a tutti che le imprese riescano a ristrutturarsi nel modo più semplice, lineare ed immediato, in questi periodi difficili. Prima adeguano la propria struttura dei costi a un mercato profondamente mutato, prima possono pensare di ricominciare a crescere. Il tempo che si perde, lo pagheremo tutti se e quando avremo la ventura d’incontrare la ripresa.
È evidente che, in questo processo, qualcuno perde il lavoro e si formano pertanto sacche di disagio sociale. Ma l’alternativa è avere ancora più persone che restano a spasso, domani anziché oggi, se le imprese per cui lavorano non riescono a sopravvivere alla crisi. L’idea per cui le riforme del mercato del lavoro andrebbero fatte in periodi di vacche grasse è surreale. In quei momenti, il sistema riesce a sopportare senza grossa difficoltà l’esistenza di inefficienza e rendite di posizioni. È in situazioni come quella che stiamo attraversando, invece, che ciò non è più possibile. Veniamo alle norme approvate dal Parlamento. Come ha ben spiegato Giuliano Cazzola su libertiamo.it, il provvedimento non muta la disciplina del licenziamento né il ricorso a procedure stragiudiziali rappresenta una novità assoluta. Le innovazioni rispetto alla normativa vigente stanno nella “possibilità di inserire nei contratti clausole compromissorie a due condizioni imprescindibili: 1) che ciò sia previsto dalla contrattazione nazionale ufficiale; 2) che tali clausole siano sottoposte alla valutazione di una commissione di garanzia chiamata ad accertare le reali intenzioni delle parti (il lavoratore deve essere presente di persona, perché non può farsi rappresentare ma solo assistere)”.
Scrive Cazzola: “ecco spiegato perché l’impianto del «collegato» in materia si basa su alcuni valori assolutamente positivi: contrattualità, volontarietà, equità. È sbagliato continuare a considerare i lavoratori come degli incorreggibili ed irresponsabili «minus habentes», confusi e spauriti, sempre pronti a rinunciare alla difesa dei propri diritti in cambio del classico piatto di lenticchie. È un salto culturale, questo, che vale assai di più di qualunque norma”.
Ha ragione. Parafrasando Romano Prodi, a questo Paese servono dei “giuslavoristi adulti”. È necessario che il diritto del lavoro sia adeguato a un’economia in trasformazione, e a un mondo profondamente mutato. Un mondo in cui i dipendenti sono molto più informati che in passato, in cui l’organizzazione degli interessi si basa su altre premesse rispetto a quelle che l’hanno informata per la più parte del Novecento, un mondo in cui l’idea di una contrapposizione capitale-lavoro è superata dai fatti. E anzi è più evidente che mai che datori di lavoro ed impiegati stanno sulla stessa barca. Ancora di più, vale la pena sottolinearlo, in tempi come questi. In cui il motto del Paese dovrebbe essere “primum crescere”. L’utilizzo di ADR e strumenti conciliativi serve appunto a fluidificare e snellire i processi.
I conservatori dell’articolo 18, nelle loro diverse mutazioni, continuano a pensare come già otto anni fa che “basti dire no”. Parlano come se il diritto del lavoro in Italia fosse fatto di norme generali astratte, facilmente conoscibili, economicamente razionali. Come se la differenza fra “garantiti” e non andasse colmata “garantendo” anche questi ultimi secondo categorie del secolo scorso, anziché attrezzando la nostra economia per tornare ad attrarre investimenti esteri, a stimolare un’imprenditorialità diffusa, per creare opportunità e non per distribuire garanzie. L’ha scritto con la consueta lucidità Michele Tiraboschi sul “Sole 24 Ore”: la “cifra del riformismo in materia di lavoro” sta nel “liberare il lavoro dal peso della cattiva regolazione. Da un formalismo giuridico esasperato”.
L’introduzione dell’arbitrato per i licenziamenti va in questa direzione? Sicuramente. È sufficiente per “liberare il lavoro” in Italia? Non lo è, e la strada che abbiamo davanti resta lunga. Ma siccome questo governo abbiamo già tante occasioni per criticarlo, quando fa qualcosa di buono onestà intellettuale impone che lo si dica. Questo dovrebbe valere anche per i “riformisti” del PD.
Da Il Riformista, 7 marzo 2010
Più trasparenza e più concorrenza per la sanità. Un Briefing Paper
La premessa necessaria di qualsiasi riforma del Servizio Sanitario Nazionale è una piena e reale trasparenza. È importante che le strutture sanitarie pubbliche rendano noti bilanci affidabili, sulla base dei quali sia possibile valutarne la performance. L’Istituto Bruno Leoni pubblica oggi il suo Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte (fellow dell’Istituto Bruno Leoni), liberamente scaricabile su www.brunoleoni.it (PDF). Alcuni dei temi e delle proposte del Briefing Paper sono state anticipate ieri dall’articolo di Silvio Boccalatte e Alberto Mingardi (Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni) apparso sul Sole 24 Ore, “La trasparenza cura la sanità”.
Secondo Boccalatte, “l’aziendalizzazione dell’Unità Sanitarie Locali, avvenuta negli anni Novanta, ha dimostrato notevoli difficoltà di compatibilità con un modello di sanità in cui l’operatore pubblico opera in regime di quasi-monopolio”. Vi sono problemi di trasparenza (“I bilanci delle Aziende sanitarie e ospedaliere dovrebbero riprodurre lo schema del bilancio dettato dal Codice Civile, ma vi si discostano pesantemente, spesso con effetti mistificatori”) e di concorrenza (“Il tentativo di creare un meccanismo di “competizione” tra prestatore pubblico e prestatori privati di servizi sanitari è sostanzialmente fallito perché l’operatore pubblico può scegliere discrezionalmente i propri competitors”).
Il Briefing Paper di Boccalatte delinea alcune strategie per far sì che l’attore pubblico sia pienamente “accountable” nei confronti del cittadino-paziente-contribuente, e per creare migliori condizioni per una concorrenza reale e seconda nel settore della sanità.
Il Briefing Paper n.84 “Il miraggio della concorrenza nel settore sanitario” di Silvio Boccalatte è liberamente disponibile qui: (PDF).
La trasparenza cura la sanità
L'allarme sui conti della sanità è ormai un genere letterario. Vi sono fattori di lungo periodo (l'innovazione scientifica e lo sviluppo tecnologico, gli andamenti demografici) che rendono sempre più complesso governare la spesa sanitaria. In questi primi due mesi del 2010, sono già circolate le stime più pessimistiche, rispetto ai deficit di alcune regioni, in una sorta di anticipo della campagna elettorale.
È comprensibile che sia così, e anzi un dibattito pubblico più franco su questi temi sarebbe senz'altro utile. In attesa del federalismo fiscale, il nostro sistema appare basato su una “regionalizzazione delle uscite”, che impegna buona parte del bilancio regionale (oltre il 70%) facendo dei governi locali delle grandi Asl. Quando anche in alcune delle regioni più virtuose (si pensi al maxi-deficit dell'Ausl di Forlì in Emilia Romagna) mostrano qualche segno di difficoltà, forse è venuto il momento di ripensare il sistema.
Mai come nella sanità, a problemi macro corrispondono comportamenti micro. La sostenibilità del sistema non può che reggersi su una catena di complessi equilibri. In prospettiva, una questione cruciale è in che misura un servizio “pubblico” potrà venire fornito da operatori privati. L'obiettivo di garantire servizi pubblici facendo perno su libertà di scelta e concorrenza oggi non appare più un'eccentricità, come era quando cominciarono a circolare proposte quale quella del “buono scuola”.
L'esperienza degli altri paesi insegna che lo stato può limitarsi a definire in modo appropriato le condizioni di contesto e gli standard di qualità, lasciando libero spazio alla competizione fra erogatori del servizio. Julian Le Grand, uno studioso del servizio sanitario nazionale inglese (probabilmente il più dirigista d'Europa), ha usato l'immagine «dell'altra mano invisibile»: che opera in contesti intrinsecamente diversi da quelli di mercato, ma cercando di assorbirne la razionalità.
Rispetto alla sanità, l'esperienza di una delle regioni più virtuose, la Lombardia, in cui gli ospedali di diritto privato erogano il 31,3% del valore delle prestazioni ospedaliere e con una complessità dei casi (indice di case-mix) più elevata degli ospedali pubblici, conferma la bontà di questa tesi.
Perché esperimenti competitivi funzionino, però, devono essere soddisfatti alcuni requisiti di base. Prima di ogni altra cosa, serve più trasparenza: serve ai pazienti, ma soprattutto e subito anche ai decisori e ai regolatori del servizio.
L'opacità rispetto al modo in cui i quattrini dei contribuenti vengono spesi, per rispondere ai loro bisogni di salute, è particolarmente odiosa - ma potrebbe essere facilmente dissipata, con una riforma che le diverse regioni potrebbero attuare in modo semplice e lineare.
Attualmente la legge statale prevede che i bilanci delle Aziende unità sanitarie locali e delle Aziende ospedaliere siano redatti in conformità a disposizioni regionali che devono essere improntate ai “principi” del Codice civile.
Si badi: i principi, e non le disposizioni. Per questo, nei fatti, molte regioni non hanno disciplinato sul punto, lasciando totale libertà alla creatività delle Aziende sanitarie.
È necessario porre in essere a livello regionale una normativa sul bilancio delle Aziende unità sanitaria locale e Azienda ospedaliera (quindi non solo uno schema di bilancio) che riproduca esattamente i dettami del Codice civile, distinguendo specificamente:
- I “ricavi”, i “proventi veri”, cioè il denaro derivante come corrispettivo (anche parziale) dalle prestazioni di servizi sanitari. Questa voce dovrebbe essere inserita nel conto economico come species del noto genus “valore della produzione”.
- I “ricavi figurativi”: valori determinati attribuendo le tariffe Drg alle prestazioni erogate, ma che non rappresentano “denaro in cassa”. Questa voce dovrebbe essere introdotta in calce al conto economico (quindi anche dopo l'esposizione dei costi della produzione), come prima species di un nuovo genus che potrebbe essere chiamato “fattori pubblicistici di riequilibrio”;
- I “contributi in conto esercizio”: cioè il denaro pubblico introdotto nel processo produttivo dalla regione al solo scopo di coprire i costi. Siccome nel bilancio delle Aziende sanitarie il significato dei contributi in conto esercizio è molto diverso rispetto a quello che acquista nelle imprese private, questa voce non dovrebbe essere inserita nel valore della produzione, ma dovrebbe essere ridenominata "contributi pubblici in conto riequilibrio" ed essere inserita come genus nella species dei "fattori pubblicistici di riequilibrio”.
Bilanci siffatti andrebbero resi pubblici su Internet, e nelle forme adeguate. In questo modo, si fornirebbero dati omogenei per tutte le Aziende sanitarie.
Dall'analisi dei bilanci risulterebbero le Aziende sanitarie che, a parità di numero di utenti e/o di territorio, sono più efficienti perché necessitano di minori «fattori pubblicistici di riequilibrio». Ma soprattutto, sarebbe possibile valutare in dettaglio la performance delle singole Aziende sanitarie, mettendosi in condizione di verificare in tempo reale dove sono i comportamenti virtuosi e quelli viziosi.
Si tratta, in buona sostanza, di applicare al pubblico il rigore che giustamente pretendiamo dal privato, per poter poi riflettere serenamente sulla direzione che deve prendere l'evoluzione del nostro sistema sanitario. Sarebbe una riforma di buon senso. La trasparenza, quando si discute di denaro pubblico, non è mai in eccesso.
* Silvio Boccalatte è fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Alberto Mingardi è direttore generale dello stesso Istituto
Da Il Sole 24 Ore, 3 Marzo 2010
Nel Mezzogiorno l'occasione di partire da zero
Sarà perché la stagione è la meno propizia, visto che siamo in campagna elettorale (regionale, nale, e dunque attenta anche al "territorio"). Sarà perché, come accade spesso in Italia, la politica i problemi li insegue più che prevenirli. Sarà perché una sorta di riflesso condizionato diffuso e collettivo rende più agevole il ricorso a vecchi schemi di confronto, più fondati sulle impressioni, e sulle rispettive convinzioni delle parti in causa, che sui numeri. Sarà, insomma, per questi e molti altri motivi, ma è un fatto che la discussione sul Mezzogiorno scaturita dai casi Fiat-Termini Imerese e Alcoa ha mostrato il suo volto peggiore. Quello, caratteristico del dibattito sul Sud in crisi in attesa di rilancio, fermo a metà strada tra piagnistei, miracolismi, ripicche e fumosità varie che si sommano e si sovrappongono.
Ne esce un quadro opacamente malmostoso. Esemplare, l'incontro-scontro sugli aiuti alla Fiat, dove gli incentivi all'acquisto di automobili sono confusi con altre forme d'interventi pubblici "a sostegno" di cui ha beneficiato la casa automobilistica, soprattutto nel suo passato di “monopolista” ben protetto. Il ballo delle cifre è stato violento, ma il discorso sulla contabilità storica del dare e dell'avere di Fiat è tema complesso e per certi versi meno scontato di quello che si pensi, come dimostra l'indagine di Luca Germano per il periodo 1998-2007 contenuta nel suo libro Governo e grandi imprese (il Mulino, 2009). In pratica, Fiat avrebbe ricevuto dallo Stato 1,9 miliardi e ne avrebbe dati 2,9.
Esemplari, ancora, sono i generici richiami, che prescindono dalla realtà dei mercati e della competizione, alle responsabilità sociali delle imprese o le affermazioni tipo quella, ricorrente, che in Sicilia «si deve continuare aprodurre automobili». O quelle che riguardano le più fantasiose alternative per Termini Imerese o per altre realtà in crisi, che a loro volta ricalcano copioni ingialliti: il Sud come la California o «piattaforma logistica» del Mediterraneo, forse dimenticando il binario unico ferroviario che ancora solca il Meridione. Silenzio, al contrario, sul fallimento storico dei contratti di programma o di area e dei patti territoriali o sulle lotte locali per accaparrarsi questo o quel sostegno nazionale o europeo.
Invece, questa dovrebbe essere l'occasione per ragionare in termini nuovi e diversi. Anzi, si dovrebbe ripartire da zero. Ha detto il premier Silvio Berlusconi, parlando della possibilità di un accordo Telecom-Telefonica: «Siamo un governo liberale e viviamo, e crediamo sia giusto così, in un'economia di mercato». Bene, ricominciamo dal metodo della "contabilità liberale" che affiora da il sacco del Nord (Guerini e Associati) in cui il sociologo Luca Ricolfi ci spiega che ogni anno 5o miliardi traslocano, ingiustificatamente, da Nord a Sud. Oppure dal saggio La scossa (Rubbettino) di Francesco Delzio in cui si chiede di mettere fine alla stagione dei trasferimenti diretti alle imprese. O dalla proposta dell'Istituto Bruno Leoni di fare del Mezzogiorno una vera "no tax region", dove il reddito d'impresa non viene tassato.
Tutte idee e analisi forti. Forse troppo? Ripartire da zero significa anche questo, e il Sud ne ha un gran bisogno per crescere, soprattutto ora che viene a maturare il frutto del federalismo fiscale.
Da Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2010
Il commercio ha fame di spazi
Bernardo Caprotti ricomincia la sua battaglia contro le Coop. Dopo Falce e carrello (Marsilio, 2007), con una serie d'inserzioni a pagamento sui giornali ha denunciato un presunto «patto occulto» fra la Coop Estense e il Comune di Modena. L'accordo nascosto sarebbe stato volto ad impedire la costruzione di un supermercato nel centro della città emiliana, mai realizzato per mancanza dei permessi. Il lotto, acquistato dal gruppo di Caprotti nel 2000 a fronte di un piano di riqualificazione urbana che ne prevedeva l'edificabilità, confina con un terreno acquisito da Coop l’anno successivo: oltre 44mila mq il primo lotto, circa 9mila il secondo.
Vista la coesistenza di due operatori a pochi metri di distanza, il Comune di Modena avrebbe fatto pressioni sulle parti per convincerle ad accordarsi. In nove anni Coop ed Esselunga non hanno mai trovato un punto d'incontro e il Comune ha deciso di modificare la destinazione d'uso: l'area passerà da commerciale a residenziale e a Modena non verrà più costruito un supermercato. Per come ce la raccontano, sembra la storia di quel tale che ci teneva tantissimo a fare dispetto alla moglie.
Il Comune ovviamente contesta la ricostruzione, e così fanno le Coop, che hanno annunciato a loro volta un ricorso all'Antitrust. Situazione un tantino paradossale, dal momento che proprio la campagna di Esselunga brandisce come slogan «concorrenza e libertà». Prescindendo da qualsiasi giudizio sul caso, bisogna riconoscere che Caprotti fa bene a riferirsi all'una e all'altra.
Questa polemica ci costringe a comprendere che anche l'urbanistica è politica: la gestione del territorio è gestione delle relazioni sociali'ed economiche dei cittadini. Come ha notato Gianluca Mengoli, «la disciplina urbanistica è diventata disciplina dell'offerta da parte dell'autorità pubblica, non solo di servizi ma di possibilità di stabilimento e di lavoro». In sostanza, la pianificazione del territorio è già pianificazione dell'attività economica. Come sempre, quando sì ha a che fare con forme di pianificazione, c'è un “knowledge problem”, un problema di distribuzione della conoscenza. Per quanto possano essere ben informati, i pianificatori non posseggono tutti gli elementi necessari per scegliere per tutti.
Pensiamo al caso di Modena. Per una superficie di più di 50mila metri quadrati, la destinazione passa da “commerciale” a “residenziale” con un colpo di penna. I prezzi veicolano informazioni. Se Caprotti avesse ritenuto più profittevole vendere il suo lotto a un'immobiliare per farci degli appartamenti, avremmo potuto dedurne che i modenesi sono convinti di aver più bisogno di case che di centri commerciali. Ma la decisione è calata dall'alto: sia avvenuta per ripicca o per altre ragioni, l'esito è che non potremo testare sul campo l'intuizione di un imprenditore. Il quale voleva scommettere (col suo) che i modenesi avrebbero apprezzato un nuovo supermercato in città. Supermercato che, a sua volta, per la semplice ragione della sua esistenza avrebbe esercitato pressione su quelli già ora attivi, affinché riducessero i prezzi o migliorassero l'offerta.
In qualsiasi città italiana, l'apertura di un centro commerciale non è mai una decisione che venga lasciata al mercato. Se guardiamo all'urbanistica laicamente (come ha evidenziato in diversi saggi Stefano Moroni) ci rendiamo immediatamente conto di quanto vuota possa risultare una parola come concorrenza alla prova dei fatti. Alcuni tentativi diliberalizzazione del commercio sono andati nella direzione di una liberalizzazione degli spazi (l'abolizione delle distanze minime voluta da Bersani) ma ancora non basta. Regioni e Comuni non solo presidiano il territorio, ma lo fanno attraverso regolamenti minuziosi e spesso oscuri, la cui interpretazione è nelle mani della burocrazia. A livello locale, gli intrecci impropri fra economia e politica possono risultare molto più fitti, la relazione fra affari e politica ancora più porosa. Il rischio di cattura da parte d'interessi particolari (quale che sia la coloritura ideologica) è tanto più alto quanto più ci si avvicina al luogo in cuisi esplica la vita economica, per tutti quei settori che non possono prescindere da un via libera politico.
Certo, come sempre ilpotere arbitrario si protegge sempre con un'armatura di simboli. L'ideologia della «priorità dell'inedifìcato», per cui le nuove costruzioni possono essere tollerate solo ad alcune condizioni, fa sì che la discrezionalità possa essere ancora più ampia. L'effetto è il solito: si allarga il perimetro della politica; si riduce lo spazio in cui i Caprotti di questo mondo possono provare a creare ricchezza, andando incontro ai bisogni dei consumatori e, nel caso, anticipandoli.
Da Il Sole 24 Ore, 28 luglio 2010
How to Fix Italy’s Stagnant Economy
As the world’s seventh-largest exporter, Italy was supposed to emerge from the economic crisis when the rest of the world did. How’s that working out?
In a word, it could be better. In 2009, Italy’s GDP decreased by 5%. It is expected to grow modestly, by 0.8%, this year, and by 1.4% in 2011. In the same years, the euro area’s GDP either decreased less (by -4.1% in 2009) or is expected to grow faster (by 0.9% and 1.5% in 2010 and 2011, respectively). So, during the crisis and immediately after, Italy is doing slightly worse than its peers, and its recovery seems to be lagging.
But these are minor issues compared to what happened in the preceding, crisis-free years. In 2000-2008, the country’s average annual rate of growth was about 1.15%. Meanwhile, the EU’s 27 national economies grew at an average annual rate of 2.2%, while the euro zone grew 1.95% per year. Italy today is part of the global economic bust, but it didn’t experience much of a boom in the first place.
The reason is that Italy’s public enemy No. 1 was never the global recession: It is Italy itself, or at least the structural problems from which the country was suffering well before the crisis. Such problems include, but are not limited to, an unsustainable fiscal burden; unrestrained tax evasion; a large, inefficient public sector that crowds out private investments; and a legal and regulatory environment that is hostile to business and encourages corruption. As a result, Italy has consistently been one of the slowest growing countries in the EU.
Not content with the popular argument that Italians are simply anthropologically ill-suited to economic success, we at Istituto Bruno Leoni have developed two indexes that may help to explain where our major problems lie. Our Index of Freedom of Enterprise (PDF)—which suggests Italy is the least business-friendly country in the European Union—shows that the leading reason things are so bad is the lack of “freedom from regulation.” Compared to its peers, Italian regulation is of poor quality, and enforcement lacks transparency, stability, and effectiveness. Our Index of Liberalizations—which measures the level of legal, regulatory and fiscal barriers to entry in 15 key economic sectors—estimates that our economy is only 49% open, as compared with the best practices in Europe. Given all that, it’s little surprise that 17.5% of Italian business is transacted on the black market.
Where Rome deserves credit in recent years is its refusal to respond to the financial crisis with Keynesian “stimuli” as did so many of its EU partners. Italian Economy Minister Giulio Tremonti-ironically, a staunch critic of free markets-should be especially lauded for resisting still more government spending that would only have squeezed out more private players. But while we initially avoided making our problems worse, we have done little to alleviate the problems themselves.
The package of fiscal reforms currently dominating the attentions of the Italian parliament are not enough: They neither streamline bureaucracy, nor do they open markets, nor do they lower taxes. Indeed they may raise taxes, directly or indirectly. Hence, the overhauls may have little, or even a negative, effect on growth.
True enough, the single most obvious way to gain competitiveness-cutting supply-side taxes-may be very hard to achieve under the current budgetary and political circumstances (although not impossible). There are, though, a number of cost-free reforms that might also stimulate GDP growth.
First, we need to see a major effort in eliminating red tape: Virtually every international survey shows that complying with Italian law is so time- and resource-consuming that it creates a major competitive disadvantage. For instance, it takes some 257 days to settle an Italian construction permit, a full 100 days more than the OECD average, according to the World Bank’s 2010 Doing Business report. Meanwhile, it takes roughly 1,210 days (more than three years and four months) to enforce a contract. It would be naive to try and understand the extent of corruption and black-market dealing in Italy without seriously looking at the government-created incentives for such activities.
Second, the government should aggressively pick up on its privatization and liberalization efforts. Italy made some progress on this front in the late 1990s. But since then little has been done. Mail services should be completely liberalized by Jan. 1, thanks to the EU’s postal directive, but it is not yet clear how seriously Rome is taking this challenge. Next, local public services-particularly water services-need to be reformed, and quickly. Too many consumers and local businesses remain locked out of these markets, and so prices remain artificially high. A recent Bank of Italy paper calculated that “reducing the [public] service sector markups to the levels of the rest of the euro area” would, long-term, boost Italian GDP by 11%, adding that half of those gains would come in the first three years after implementation.
To make liberalization and privatization work, though, the rules must also be fairly implemented. To that end, conflicts of interest must be addressed, particularly those that come up when-as is often the case in Italy-a public body simultaneously serves as regulator and shareholder of some market actors. Privatizing all government-owned companies (including those that are only partially-owned by the government), would not only liberate competition and level the playing field, but also generate extra revenues that might be employed to reduce the public debt.
The failure to address these problems held Italian prosperity back long before the financial and sovereign-debt crises hit. The late writer Giuseppe Prezzolini used to say that “time is the most abundant resource in Italy, given how much of it is wasted.”
But if the last six months of European economics have taught us anything, it’s that Italy, and governments like it, have run out of time to waste.
Mr. Stagnaro is research and studies director of Milan’s Istituto Bruno Leoni.
Da The Wall Street Journal, 28 luglio 2010
Ma è giusto che le aziende dell' acqua siano private?
C'è questa faccenda dell'acqua, abbastanza clamorosa: un milione e 407.492 italiani hanno firmato in favore di tre referendum che vogliono impedire la privatizzazione del settore (nella foto Ansa, la consegna delle firme), un numero di sostenitori mai raggiunto in nessuna consultazione del passato, neanche in quella relativa al divorzio di quasi 4o anni fa. Risultato tanto più notevole, se si pensa che sono contrari a questa consultazione sia a destra che a sinistra, infatti i quesiti riguardano due provvedimenti, uno approvato dal centro-sinistra, l'altro dal centro-destra.
Non sapevo nemmeno che in Italia l'acqua fosse privata. Ma è possibile?
Piano, piano. Dice l'economista Antonio Massarutto: «L'acqua è un dono di Dio, tuttavia Dio ha donato l'acqua, ma non i tubi e i depuratori: a quelli dobbiamo pensarci da soli». Sia nel decreto legislativo del centro-sinistra (2006) che nella legge Ronchi del centro-destra si afferma infatti che l'acqua è un bene pubblico, ma che la sua gestione è affidata o a società miste pubblico/privato (centro-sinistra) o a società interamente private (centro/destra, cioè la legge Ronchi). I referendari chiedono l'abrogazione integrale della legge Ronchi e la cancellazione degli articoli 150 e, parzialmente, 154 della legge del 2006 (centro-sinistra), in modo che si possa ripubblicizzare la gestione dell'acqua e vietare in ogni caso di far profitti su un bene comune.
Ma perché la gestione dell'acqua è finita in mani private? È questo che mi risulta difficile da capire.
Il legislatore - sia di sinistra che di destra - ha sempre risposto a questa domanda con l'argomento che lo Stato o gli Enti pubblici non hanno mai saputo far funzionare il sistema. Si portano soprattutto gli esempi relativi agli sprechi. Il 37% dell'acqua potabile viene persa nel tragitto dalla fonte al rubinetto (in Germania è il 6%) per un danno economico annuo stimato in due miliardi e mezzo di euro. Dice Alberto Mingardi, economista favorevole alla presenza dei privati e contrario al referendum: «Il bene comune può essere il peggior nemico del buon senso. Chi infatti abbia un po' di buon senso non può difendere uno status quo che ci vede, sulla media nazionale, prelevare 165 litri d'acqua per erogarne 100. I dati Istat sulla dispersione idrica fotografano da anni una situazione preoccupante, soprattutto in alcune regioni del Sud, dove per distribuire ioo litri di acqua debbono esserne addirittura captati altri zoo. Perché l'acqua sia un "diritto fondamentale", ovvero perché l'accesso alle risorse idriche sia effettivamente a disposizione di tutti, è davvero indispensabile che essa venga sprecata così?». Sul Sole 24 Ore del 7 luglio è apparsa una lettera di frondisti del Pd, contrari al referendum e riuniti sotto la sigla AcquaLiberAtutti: si parla del pericolo di un ritorno al passato e del fatto che rendere di nuovo pubblica la gestione comporterebbe il varo di una tassa per l'acqua che «né i contribuenti né le imprese possono permettersi. La capacità di gestione e di intervento sulle reti sarebbe minimizzata, a causa dell'ingresso delle voci di spesa all'interno del Patto di stabilità ed i comuni non riuscirebbero ben presto ad assicurare un servizio efficiente in tutti i suoi punti».
Che rispondono i referendari?
La tassa sull'acqua la paghiamo già, si chiama «remunerazione del capitale investito», è pari al 7 per cento degli investimenti e nella sola provincia di Roma vale 75 milioni di euro l'anno. La vittoria del sì al terzo quesito l'abolirebbe. Viene ricordato il caso di Aprilia, dove Acqualatina, la cui proprietà è al 49 per cento della multinazionale francese Veolia, ha aumentato le tariffe anche del 300 per cento (le famiglie si difendono con un'autoriduzione di massa). Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: «E assurdo obbligare a privatizzare anche quando la gestione pubblica ha funzionato. E così come siamo messi i privati si prenderebbero solo le cose che vanno già bene, i gioielli di famiglia, lasciando irrisolte situazioni gravi come Agrigento dove bisogna ancora portare l'acqua nelle case degli abitanti». L'Acea, pubblica, fondata dal grande sindaco di Roma Ernesto Nathan nel 1907, realizzò il sistema di acquedotti che ancora oggi garantisce alla capitale la migliore acqua del Paese. L'ha privatizzata Rutelli nel 1997.
I comuni guadagnerebbe qualcosa dall'ingresso dei privati?
Le sole Roma, Torino, Milano, Genova, Bologna porterebbero a casa due miliardi entro il 2013 se la legge Ronchi restasse in vigore.
Non ho capito la posizione del Pd.
Bersani ha dichiarato simpatia per i referendari, ma ha firmato solo il referendum contro la legge Ronchi. Franceschini ha firmato tutte e tre i referendum.
Da La Gazzetta dello Sport, 26 luglio 2010
Fisco: nell'inferno italiano uno scampolo di paradiso?
Far pagare alle imprese tasse col regime fiscale più conveniente? Per l’Istituto Bruno Leoni, l’art.41 della manovra finanziaria - che consente alle imprese straniere che investono in Italia di usufruire, temporaneamente, del regime fiscale per loro preferibile tra quelli esistenti in Europa - istituisce un principio giusto e condivisibile. Se ne occupa Silvio Boccalatte, fellow dell’IBL, nel Focus “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?” (PDF).
Per Boccalatte, tuttavia, l’attuale formulazione dell’art.41 rischia di essere considerata incostituzionale in quanto “Se lo scopo della norma è quello di favorire l’apertura di nuove imprese sul territorio italiano, infatti, si fatica a comprendere per quale motivo siano da preferire nuove imprese straniere a nuove imprese italiane. Dunque non si capisce perché un soggetto straniero, già imprenditore all’estero, dovrebbe godere di un regime fiscale vistosamente favorevole per l’esordio della sua impresa in Italia, rispetto a un qualunque italiano, sia egli già imprenditore o meno”. Per superare questo dubbio, occorre ampliare lo spettro di applicazione della norma: “si permetta a ogni nuova attività imprenditoriale (e professionale) di optare, per un determinato periodo di tempo, a favore del sistema fiscale comunitario che preferisce”.
Il Focus di Silvio Boccalatte, “Un pizzico di paradiso all’inferno (fiscale)?”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
L'inefficienza della SIAE costa 13,5 milioni di euro all'anno: uno studio IBL
La Siae - che gestisce monopolisticamente i diritti d’autore - è “costosa e inefficiente”. Lo dimostra Diego Menegon, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Briefing Paper “L’intermediazione dei diritti d’autore. Perché il monopolio è costoso e inefficiente” (PDF).
Menegon, confrontando il modello italiano con quelli di altri paesi europei, mostra che il monopolio pubblico non è un tabù: se alcuni Stati membri dell’Ue hanno sistemi simili al nostro, in molti la gestione dei diritti d’autore è gestita in regime di libera concorrenza. Rispetto alle migliori pratiche, “la minor efficienza della Siae costa agli autori, ai discografici e ai fruitori di opere musicali protette (quindi ai consumatori) 13,5 milioni di euro all’anno”. Per Menegon, “L’ostinazione con cui il legislatore nazionale continua a voler preservare il monopolio pubblico legale nel settore dei servizi di intermediazione si scontra con i dati che emergono dal confronto tra le performance registrate dal modello britannico del mercato aperto e dal regime di esclusiva italiano. Il rapporto tra i costi operativi e i diritti raccolti è nettamente più alto in Italia, rispetto ai dati rilevati nel Regno Unito. Le collecting society inglesi, inoltre, consentono un più facile accesso al mercato a giovani e non professionisti, tanto che spesso non esigono alcuna tassa di iscrizione”.
Il Briefing Paper di Diego Menegon, “L’intermediazione dei diritti d’autore. Perché il monopolio è costoso e inefficiente”, presentato oggi presso IBL, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
Liberalizzare significa deregolamentare: Un paper di Sam Peltzman
La regolamentazione è amica o nemica del progresso? Ne discute Sam Peltzman, professore emerito di economia presso la University of Chicago Booth School of Business, nell’Occasional Paper “La regolamentazione e la ricchezza delle nazioni” (PDF) che riprende il saggio introduttivo all’Indice delle liberalizzazioni 2010.
Per Peltzman, la regolamentazione generalmente incentiva comportamenti che ne minano gli obiettivi dichiarati. Per questo, il progresso è nemico della regolamentazione, in quanto “da un lato, spesso la norma introdotta induce cambiamenti del comportamento di segno opposto rispetto all’intento della norma stessa; dall’altro, in assenza di regolamentazione, il progresso spesso produce automaticamente lo stesso tipo di benefici perseguiti dal regolatore, sebbene in modo più lento e silenzioso”. Contemporaneamente, il progresso è amico della regolamentazione: norme dannose spesso sopravvivono politicamente perché “il progresso ne nasconde per lungo tempo gli effetti negativi, immunizzando la normativa sul piano politico”. Cioè, i miglioramenti dovuti al progresso oscurano i peggioramenti dovuti alla regolamentazione.
L’Occasional Paper di Sam Peltzman, “La regolamentazione e la ricchezza delle nazioni”, è liberamente scaricabile qui: (PDF).
È possibile acquistare l’Indice delle liberalizzazioni 2010 cliccando qui.
L'Indice delle liberalizzazioni è anche disponibile come ebook, nei formati Kindle (su Amazon.com) ed ePub (su ebooksitalia.com)
Acqua, IBL aderisce al comitato per il no
L’Istituto Bruno Leoni aderisce al Comitato per il no ai referendum sulla “privatizzazione” dell’acqua.
Dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’IBL: “un milione e quattrocentomila persone sono state ingannate: gli è stato chiesto di firmare contro la ‘privatizzazione’ dell’acqua e contro gli aumenti tariffari, quando in realtà stavano firmando per consegnare alla casta il controllo delle risorse idriche. In Italia, infatti, l’acqua non è mai stata privatizzata e nessuno propone di privatizzarla: semplicemente, il nostro paese si è parzialmente allineato agli standard europei che prevedono di affidare il servizio idrico tramite gara.
Solo in questo modo è possibile costruire una cornice legale e regolatoria favorevoli agli investimenti necessari in tutto il ciclo idrico, dalla captazione delle acque fino alla depurazione. L’alternativa, naturale conseguenza dell’eventuale vittoria dei sì ai referendum, è la gestione politicizzata, clientelare e sprecone che ci ha portato nell’attuale situazione in cui più di un terzo dell’acqua va sprecata e troppi comuni sono ancora privi di impianti di depurazione decenti. La normativa esistente è per molti versi inadeguata, ma occorre farle fare dei passi avanti verso una maggiore apertura al mercato, non un balzo indietro verso un passato partitocratico che nessuno rimpiange”.
IBL: Italia liberalizzata al 49%, un equilibrio instabile?
L'Italia è liberalizzata al 49 per cento. Lo mostra l'edizione 2010 dell'Indice delle liberalizzazioni, che verrà presentata lunedì, a partire dalle 10,30 a Milano presso l'Hotel Four Seasons (via Gesù 6/8).
L'Indice delle liberalizzazioni studia il grado di apertura di 15 diversi settori dell'economia italiana, rispetto al paese più liberalizzato d'Europa. Nel 2010, l'economia italiana è risultata globalmente liberalizzata al 49 per cento, un punto percentuale in meno rispetto al 2009: una variazione che, per il modo in cui è costruito l'indice, non è considerata significativa. Di fatto, nel 2010 sono proseguite le tendenze in atto negli anni precedenti, e in particolare si è osservato un trend verso il miglioramento nei settori che (a) hanno gradi di liberalizzazione relativamente alti e (b) possono contare sulla presenza di un regolatore indipendente.
Il settore più liberalizzato è l'energia elettrica (71 per cento), in costante crescita da quando l'indice viene rilevato, nel 2007. Il settore meno liberalizzato sono i servizi idrici (17 per cento), nonostante l'effetto positivo del decreto Ronchi. Tra i settori che evidenziano un miglioramento più significativo, si osservano il mercato del lavoro (dal 55 al 60 per cento). Oltre ai servizi idrici, che peggiorano solo in termini relativi in virtù dei grandi passi avanti compiuti in Gran Bretagna, i settori con l'arretramento più significativo sono il trasporto ferroviario (dal 49 al 41 per cento) e il trasporto aereo (dal 68 al 60 per cento). Un dato molto rilevante è l'assenza di liberalizzazione nei servizi postali (43 per cento), che teoricamente a partire dal 1 gennaio 2011 dovrebbero adeguarsi alla piena apertura del mercato imposta dalle direttive comunitarie.
"Nel complesso - dice Carlo Stagnaro , direttore ricerche e studi dell'IBL e curatore dell'Indice - l'Italia si trova in un equilibrio instabile, reso precario dalla crisi. L'assenza di un contesto concorrenziale inibisce le nostre speranze di ripresa. Solo con decisi interventi riformatori sarà possibile portare il paese sul sentiero della crescita economica. In caso contrario, usciremo dalla crisi ancora più deboli di prima e più deboli degli altri".
I settori indagati nell'Indice delle liberalizzazioni sono: energia elettrica (liberalizzata al 71 per cento); televisione (65 per cento); mercati finanziari (63 per cento); trasporto aereo (60 per cento); mercato del lavoro (60 per cento); gas naturale (55 per cento); fisco (54 per cento); ordini professionali (47 per cento); pubblica amministrazione (46 per cento); trasporto pubblico locale (43 per cento); servizi postali (43 per cento); telecomunicazioni (41 per cento); trasporto ferroviario (41 per cento); infrastrutture autostradali (29 per cento); servizi idrici (17 per cento). Gli autori dei capitoli sono: Fabiana Alias, Ugo Arrigo, Massimo Beccarello, Rosamaria Bitetti, Silvio Boccalatte, Luigi Ceffalo, Piercamillo Falasca, Daniela Floro, Andrea Giuricin, Christian Pala, Paolo Pamini e Massimiliano Trovato.
L'Indice delle liberalizzazioni verrà presentato lunedì 12 luglio a partire dalle ore 10,30 presso l'Hotel Four Seasons di Milano.
L'IBL in Senato
Questa mattina l'Istituto Bruno Leoni è stato audito (link) dalla Tredicesima Commissione ("Territorio, ambiente e beni ambientali") del Senato, presieduta dal Sen. Antonio D'Alì, nell'ambito di una indagine conoscitiva sulle problematiche relative alle fonti di energia alternative rinnovabili (link).
La delegazione dell'IBL - composta dal direttore ricerche e studi dell'IBL, Carlo Stagnaro, e da un nostro fellow, Diego Menegon - ha illustrato I risultati dello studio sui green jobs (PDF) e fornito alcune indicazioni di policy in relazione alla complessità e incertezza delle procedure autorizzative (PDF).
Le slide utilizzate da Menegon e Stagnaro sono disponibili qui (PDF).
"Fuori i profitti dall'acqua" è solo uno slogan per sprecare di più
Meglio di quanto possa fare il sottoscritto, sulle pagine di questa rivista il professor Leonardo Damiani ha presentato un quadro puntuale ed esaustivo del settore idrico italiano, svelando le contraddizioni (e le strumentalizzazioni) dei promotori del referendum sulla statalizzazione dell’acqua. A nome di "Acqualiberitutti", il comitato per il No a questo referendum, invito Damiani ad essere parte attiva della nostra iniziativa politica: abbiamo molto bisogno di esponenti di quel mondo accademico che, per convinzione o appiattimento sulle posizioni di mainstream, è troppo spesso schierato su posizioni anti-mercato.
In fondo, le ragioni del sì al referendum sono la riproposizione idrica dei peggiori riflessi ideologici del nostro tempo. La prova l’ho avuta in un confronto radiofonico con uno degli estensori dei quesiti referendari. Il primo argomento che costui ha usato contro le posizioni che provavo a rappresentare è stato: “La crisi ha evidenziato il fallimento del vostro modello economico, dovete prenderne atto, sottoscrivendo in massa il referendum i cittadini italiani hanno dimostrato di averlo ormai capito”. Per ‘modello economico’ il giurista mio interlocutore si riferiva evidentemente ad una libera economia, a suo giudizio fallita durante la crisi economica degli ultimi anni.
Quella voglia di liquidare come il crepuscolo dell’economia di mercato una recessione sì profonda, ma in realtà frutto dello scoppio di una bolla determinata da nefaste decisioni pubbliche, trova nell’acqua solo un pretesto. Il dramma è che le tesi dei referendari fanno presa in un’opinione pubblica memore degli effetti di privatizzazioni approssimative e sfiduciata per le cattive performance di molti capitalisti nostrani. E allora, agli elettori-utenti dobbiamo saper offrire argomenti di buon senso e pragmatismo.
C’è da parlare dei gravi deficit infrastrutturali del settore idrico, dallo spreco di oltre un terzo dell’acqua all’assenza in buona parte del paese di buoni impianti fognari e di depurazione. E’ opportuno sottolineare come il ‘cuore’ del demonizzato decreto Ronchi sia in realtà l’affermazione del principio della gara pubblica come criterio- base per l’assegnazione dei servizi idrici, per superare lo status quo ante fatto di procedure opache per l’affidamento del servizio, magari a società miste amministrate da politici riciclati.
C’è da dire a voce alta ciò che molti sussurrano e che i promotori del referendum fanno finta di non sapere: in Italia le tariffe per l’acqua sono mediamente troppo basse - frutto di decisioni politiche di sindaci desiderosi di mostrare ai propri cittadini di non aver aumentato le bollette - e questa è la ragione per la quale mancano più di 60 miliardi di euro necessari agli investimenti di ammodernamento delle reti. Con tariffe basse, d’altro canto, slegate dal principio democratico del “chi consuma di più, paga di più”, gli italiani si concedono di lasciare rubinetti aperti o di lavare l’automobile con l’acqua potabile: comportamenti ritenuti irresponsabili altrove, certamente poco efficienti e rispettosi dell’ambiente. Ancora, l’attuale bassa qualità, reale o percepita, dell’acqua del rubinetto porta le famiglie italiane a consumare una quantità di acqua imbottigliata molto superiore al resto d’Europa (una scelta tra l’altro quasi irrinunciabile in alcune zone del Mezzogiorno).
E’ su questi temi che va spostato il piano della discussione. E L’Occidentale, che ha aderito al Comitato per il No, sarà un ottimo strumento per ‘invadere’ la rete di argomenti di buon senso. Non c’è alcuna contrapposizione tra ‘acqua privata’ e ‘acqua pubblica’: il confronto è tra chi si pone il problema di come permettere, anche attraverso l’ingresso di investimenti privati nel settore, il miglioramento qualitativo di un servizio fondamentale per la vita delle famiglie italiane e chi usa il tema dell’acqua per riciclare vecchie battaglie populiste ed ideologiche.
Da L’Occidentale, 28 luglio 2010
La prima conseguenza di Pomigliano? La monovolume che passa in Serbia
Lo scontro di Pomigliano d’Arco ha portato le prime conseguenze. E non poteva essere diversamente. Fiat ha deciso di non seguire le linee del piano “Fabbrica Italia” e di togliere un pezzo di produzione dallo stabilimento di Mirafiori. L’annuncio è arrivato dall’amministratore delegato Sergio Marchionne durante la presentazione dei dati del primo semestre del 2010.
In particolare, il segmento delle piccole monovolume, il cosiddetto LO, non vedrà luce nella fabbrica torinese, ma sarà spostato in Serbia.
Fiat Idea, Fiat Multipla e Lancia Musa nel progetto di sviluppo della produzione italiana dovevano nascere da una piattaforma italiana, ma dopo lo scontro di Pomigliano d’Arco il management della casa automobilistica ha deciso di compiere un cambiamento, non senza conseguenze.
La dura battaglia della Fiom ha dunque lasciato il segno. La decisione di Fiat di portare la nuova Panda in Italia dallo stabilimento polacco di Tichy era un successo per l’industria italiana. Infatti, la fabbrica polacca era più efficiente di quella campana, ma l’azienda torinese aveva deciso di puntare su quest’ultima con investimenti pari a 700 milioni di euro. E centinaia di milioni di euro dovevano essere investiti anche nello stabilimento di Mirafiori, per sviluppare la nuova piattaforma delle monovolume.
Sergio Marchionne ha invece annunciato che tale investimento non sarà fatto e l’azienda invece porterà tali modelli in Serbia, dove non solo i costi di produzione sono più bassi, ma Fiat riceverà aiuti governativi per circa 250 milioni di euro e finanziamenti agevolati dalla Banca Europea degli Investimenti.
Si può dire che Fiat abbia preso la palla al balzo e abbia approfittato dell’errore strategico della Fiom. La produzione in Serbia è sicuramente più conveniente di quella italiana, non solo per il costo del lavoro e per gli oneri sociali, ma soprattutto perché il governo serbo ha deciso di aiutare la casa automobilistica italiana.
In “Fabbrica Italia” tuttavia tale investimento era una parte importante del piano di sviluppo della produzione italiana e dunque lo scontro è già arrivato al livello politico.
Da un punto di vista semplicemente industriale è comprensibile la mossa di Marchionne, che vuole andare a produrre laddove i costi sono inferiori. La conflittualità sindacale italiana, come ha dimostrato Pomigliano d’Arco, è effettivamente elevata, ma non alza una barriera tale da spingere a tornare indietro da una decisione di investimento.
Ma quale è la differenza tra Pomigliano d’Arco e Mirafiori? E quale sará il futuro di Mirafiori senza la piattaforma LO che prevedeva circa 190 mila veicoli l’anno? Nello stabilimento campano l’azienda torinese aveva già cominciato ad investire nel rinnovo dell’impianto e nella formazione del personale e dunque un ritiro dell’investimento provocherebbe un grave perdita per l’azienda. A Mirafiori invece vi era un progetto d’investimento e dunque un cambiamento non avrebbe dei costi, se non quelli politici. La decisione di spostare la produzione in Serbia è sicuramente un vantaggio industriale per la casa automobilistica torinese, ma da un punto di vista politico potrebbe essere un grave errore.
Certo è che l’azienda giustamente guarda al proprio profitto, come dimostra l’utile del primo semestre del 2010, ma uno dei punti di forza dell’amministratore delegato di Fiat è sempre stato la capacità di rapportarsi con la politica. L’entrata in Chrysler da parte di Fiat non è stato un successo di mercato, ma deriva dall’accordo tra l’azienda italiana e il Governo Americano. Senza il sì di Barack Obama, Fiat non avrebbe mai potuto conquistare il 20 per cento di Chrysler senza utilizzare un euro di liquidità e con il solo scambio di tecnologie. E il progetto “Fabbrica Italia” aveva ricevuto il grande appoggio del Governo Italiano, poiché riportava una parte della produzione in Italia.
Lo stabilimento di Mirafiori, senza la piattaforma LO, è destinato a scomparire. Infatti dovrebbe rimanere la produzione di un solo modello di Alfa Romeo, che significa, di fatto, la morte della fabbrica torinese. Se l’azienda non tornerà indietro nelle proprie decisioni, a Torino non si faranno piú automobili.
Senza questo investimento a Mirafiori, viene meno anche il piano “Fabbrica Italia”. La produzione di automobili Fiat in Italia è destinata a rimanere stabile ad un livello inferiore a quello della Repubblica Ceca.
L’errore italiano è stato quello di volersi legare ad un solo produttore e di non avere mai fatto nulla per attrarre investimenti stranieri. Al contrario di Regno Unito e Spagna, che non hanno grandi produttori nazionali, l’Italia non è stata mai in grado di fare arrivare le case automobilistiche straniere sul territorio a causa delle nostre debolezze strutturali.
Questa decisione di Fiat scatenerà solo polemiche o forse fará aprire gli occhi alla politica e la indurrà a fare le necessarie riforme strutturali?
Da L’Occidentale, 23 luglio 2010
Marchionne sacrificherà l’Alfa Romeo sull’altare di Detroit?
Dopo Pomigliano d’Arco non sembra esserci tregua tra Fiat e Fiom. Ogni giorno si susseguono dichiarazioni di fuoco. Le motivazioni degli ultimi scontri sono il licenziamento di cinque lavoratori tra Melfi, Torino e Tremoli e il mancato pagamento del premio variabile di produzione.
Nello stabilimento campano, l’azienda torinese ha deciso di andare avanti comunque nel suo progetto “Fabbrica Italia” e dunque di portare in Italia la produzione della nuova Panda. Questa decisione avviene dopo un periodo di scontro molto intenso tra il sindacato legato alla Cgil e la casa automobilistica. Le condizioni per aumentare l’efficienza produttiva non sono state accettate da questo sindacato, che si ritrova isolato, durante una guerra di successione all’interno della stessa Cgil.
Queste proteste e scioperi, che stanno lentamente coinvolgendo tutti gli stabilimenti produttivi di Fiat, arrivano forse nel momento peggiore per la casa automobilistica. Mentre l’amministratore delegato del gruppo, Sergio Marchionne, ha presentato a fine aprile un piano fino al 2014 che prevede un raddoppio della produzione, il mercato continua a soffrire e Fiat ha un andamento molto peggiore rispetto al mercato.
I dati di giugno a livello europeo confermano le difficoltà della casa automobilistica italiana. La quota di mercato mensile è scesa al 7,4%, con una caduta di oltre il 20% delle vendite. In Europa, la situazione complessiva non è affatto facile, ma la contrazione delle vendite si è limitata nello stesso mese al 6%. Nel primo semestre del 2010, mentre il mercato europeo ha registrato una sostanziale stabilità con una crescita dello 0,2%, Fiat ha perso il 10%. Se dovesse continuare questa tendenza, alla fine dell’anno, la casa automobilistica torinese scenderà al di sotto dell’8% della quota di mercato. Chrysler, controllata di Fiat, ha visto in Europa una contrazione del 22% a giugno e del 20% nel primo semestre.
I dati della casa di Detroit sono migliori Oltreoceano; infatti il gruppo nel quale Fiat detiene il 20% delle azioni, continua a crescere nel mercato americano. Nel mese di giugno le vendite sono aumentate del 35%, in un mercato in espansione, mentre nel primo semestre il risultato non è stato altrettanto brillante. A fronte di una crescita del mercato del 14,3%, Chrysler ha visto aumentare il numero di veicoli venduti del 12%. Nel complesso la quota di mercato nel primo semestre è scesa dal 9,8% del 2009 al 9,4% del 2010.
La fusione tra Chrysler e Fiat è indubbiamente una grande sfida per la casa automobilistica torinese e non sarà facile vincerla. Le risorse necessarie per salire dal 20% del capitale di Chrysler, alla maggioranza assoluta, sono molto elevate e superano certamente i cinque miliardi di euro.
Al fine di migliorare la valorizzazione nei due settori presenziati sul mercato da Fiat, è stata decisa una scissione all’interno del gruppo. In questo modo si arriverà nei prossimi mesi a una quotazione separata tra il settore dei veicoli industriali e il settore auto. In questo modo il gruppo riuscirà a trovare nuove risorse dal mercato.
Quasi certamente queste nuove risorse non saranno sufficienti per “salire” in Chrysler e non è fuori discussione quello che da diversi mesi è un rumors del mercato: Fiat potrebbe decidere di vendere Alfa Romeo a qualche competitor europeo. Solo in questo modo l’azienda torinese potrebbe trovare quelle risorse necessarie per crescere nel mercato americano.
Anche se il rilancio di Chrysler e il contemporaneo lancio della 500 negli Stati Uniti dovessero avere successo, difficilmente nel 2010 e nel 2011 Fiat produrrà utili operativi molto importanti. La crescita nel mercato americano è necessaria e le condizioni del mercato evidenziano una ripresa del mercato stesso. In Europa la situazione invece è opposta, poiché le vendite stanno crollando, dopo un 2009 drogato dagli incentivi.
In particolare in Germania si sta realizzando il “crollo post-elettorale”. Nel 2009, per spingere un settore essenziale dell’economia tedesca, il governo guidato da Angela Merkel e appoggiato dai socialdemocratici aveva immesso risorse pubbliche al fine di migliorare il risultato elettorale. Il 2009 del mercato auto tedesco ha registrato un boom delle vendite, ma nel 2010, quando gli incentivi sono terminati, ha cominciato a sgonfiarsi la “bolla delle automobili elettorali”. La caduta nel primo semestre del 2010 è del 28,7% e tale dato non ha bisogno di ulteriori commenti.
Nel mercato europeo sostenuto dagli incentivi, Fiat era stata in grado di sfruttare al meglio l’occasione. Spesso gli incentivi, per essere giustificati, venivano accompagnati dalla “scusa” delle riduzioni delle emissioni e la casa automobilistica torinese, producendo veicoli “piccoli”, era stata particolarmente avvantaggiata.
Finiti i sussidi pubblici, Fiat ha cominciato a soffrire più degli altri produttori e la caduta della quota di mercato in Europa, non può non preoccupare i vertici della casa automobilistica. Fiat si trova di fronte a un periodo particolarmente delicato e la tensione sociale italiana non aiuterà a risolvere la situazione.
Da ilsussidiario.net, 21 luglio 2010