Il festival dell'illusionismo

Dubito che nei futuri libri di storia gli odierni governanti europei verranno ricordati come grandi uomini e donne di Stato. È più probabile che vengano menzionati nel libro d'oro degli illusionisti. L'illusionismo è l'arte di fare apparire come reale quello che reale non è. Sappiamo tutti che c'è il trucco, ma siamo lieti di non scoprirlo per non sciuparci la bella illusione.
La Grecia ha 400 miliardi di euro di debito pubblico; di questi, 14,4 miliardi di euro debbono venir ripagati in marzo. Non essendo in grado di far fronte a questa né a successive scadenze, la Grecia è sostanzialmente fallita. Nulla di sorprendente, è un'affermazione che vien ripetuta da oltre un anno. Ma questo non sta bene per l'orgoglio dei burocrati e politici di Bruxelles, che per nulla al mondo avrebbero la modestia di chiedersi se nella costruzione dell'UE qualcosa è sbagliato. Men che meno ammettono che l'euro è stata una decisione avventurosa e improvvida volta ad ottenere per vie traverse un'unione politica che popoli e governi non hanno mai deciso. Si ricorre quindi all'illusionismo. Duecento dei 400 miliardi di debito sono detenuti da investitori privati, in prevalenza banche, assicurazioni, casse pensioni, fondi d'investimento. L'UE, la Banca centrale europea (BCE), governi di Paesi europei fanno pesanti pressioni per convincere questi creditori a rinunciare al 50% del credito (100 miliardi) e per i restanti 100 miliardi di euro accettare in pagamento nuove obbligazioni dello Stato greco con scadenza a 30 anni (campa cavallo). Si discute ancora sul tasso dal 3% al 4%: non sono noccioline, perché un mezzo percento di 100 miliardi per 30 anni ammonta a 15 miliardi. Se l'operazione riesce, la Grecia - si dice - non può venir considerata fallita. Ma l'illusionismo continua. Gli altri 200 miliardi sono detenuti da governi, dalle banche greche, dall'FMI e dalla BCE (quest'ultima per oltre 40 miliardi di euro) che non ne vogliono sapere di rinunciare come i privati al 50% del credito. La BCE, che tra l'altro ha comperato una spropositata mole del debito greco per frenare la valanga (se l'avesse fatto un privato si sospetterebbe una manipolazione del mercato), infrangerebbe il divieto di finanziare le spese degli Stati euro se ammettesse una decurtazione. Prossimo atto di illusionismo: per risolvere il problema, perché non passare il credito dalla BCE all'EFSF (European Financial Stability Facility)? I soldi vengono comunque persi, l'operazione della BCE resta sempre discutibile, chi paga sono sempre i contribuenti dei Paesi euro, però l'illusionismo permette di dire che tutto è in perfetto ordine. Nuovo colpo da illusionista. I Paesi dell'euro/ UE si uniscono, danno la loro garanzia per l'emissione di obbligazioni dell'EFSF (o più tardi EMS). Data la presenza e garanzia da parte di Germania e qualche Paese del Nord Europa si raccolgono soldi a tassi più favorevoli. Vi sono molte similitudini con i vituperati subprime, oggetto di scandalo, e le tecniche delle grosse banche di suddividere questi crediti in diversi livelli di rischi in modo da dare l'illusione che parte del credito fosse solidissimo (AAA). Sono operazioni tecnicamente legittime ma sostanzialmente da illusionismo. Il gioco, tuttavia, comincia a piacere meno al mercato, tant'è vero che banche centrali e fondi statali asiatici e del Medio Oriente, che nel giugno scorso avevano sottoscritto il 54% delle emissioni delle obbligazioni dell'EFSF, in gennaio ne hanno comperati solo il 12%.
Altro colpo di illusionismo. Viste le condizioni della Grecia, già dal 2010, un investitore che avesse voluto acquistare obbligazioni greche avrebbe fatto bene ad assicurarsi. Esiste un mercato (tecnicamente CDS) dove operatori specializzati assicurano con premi che ritengono adeguati il possibile fallimento del debitore. Ora, nel caso della Grecia, che è fallita ma non lo si deve dire, chi si è assicurato pagando anche premi cospicui non può riscuotere il valore nominale dell'obbligazione come avrebbe diritto e chi ha incassato il premio non deve far fronte all'impegno assunto, cioè pagare. Colpo di illusionismo che travolge un accordo regolare tra due operatori e penalizza ingiustamente uno dei due. Sistema ideale per devastare un mercato. Intanto coloro che dovrebbero rappresentare i cittadini (partiti, associazioni di categoria, sindacati, ONG) irresponsabilmente chiedono sempre più atti di illusionismo, sempre più arrischiati e difficili. Il Paese del Bengodi, dove si può spendere più di quanto si ha e non si pagano i debiti se non facendo altri debiti, deve durare infinitamente. Purtroppo è questione solo di tempo, perché anche questa è un'illusione. Quando la stessa folla se ne renderà conto si imbufalirà e come i bufali caricherà tutto e tutti senza discernimento e raziocinio. Allora saranno cavoli amari, specie per gli illusionisti.
Nel 2010 i membri del Parlamento europeo hanno speso più di 280 milioni di euro in viaggi (!). Oltre 1 milione di euro è costato il viaggio di 50 (!) parlamentari in Congo per studiare la povertà (!). Non è vero: studiavano magia nera...

Dal Corriere del Ticino, 3 febbraio 2012

"Ma la solidità di un paese non si misura confrontando i suoi bond con quelli tedeschi"

«Non crediate che una super Bce vi possa salvare. Né tantomeno che lo spread sia un totem intoccabile. Anche la Germania può essere vulnerabile».
Anzi, per George Selgin, professore di economia alla University of Georgia e Senior Fellow del Cato Institute, le banche centrali sarebbe meglio abolirle del tutto.

Professore, lei propone di di abolire le banche centrali e di sostituirle con le banche private che emettano valute in concorrenza tra di loro.
Ma come sarebbe possibile arrivare a questo obiettivo?
«Il mio è più un ideale che una proposta concreta. So bene che non si potrebbe arrivare a questo né in un giorno, né in un anno. Ci sono troppe regole da eliminare o perlomeno da cambiare.
Fino all`inizio dell`800 in Scozia c`era un sistema di free banking, molto più stabile di quello inglese che invece si basava sul modello oggi dominante. Anche in Italia fino alla fine dell`800 c`erano diverse banche che emettevano valuta, ma era un sistema spurio, che non funzionava bene come quello scozzese. Il quale dimostra come ci sia un`alternativa all`attuale situazione».

George Selgin, l`Ue sembra andare in un`altra direzione: molti politici ed economisti dei paesi più indebitati come Grecia e Italia chiedono che la Bce compri i titoli di debito dei singoli paesi. Perché sostengono che così fa anche la Fed.
«Attenzione: la Fed non fa niente del genere. Nessuna obbligazione emessa dai singoli Stati federati viene comprata dalla Banca centrale. Se fosse stata fatta una cosa del genere, la situazione adesso sarebbe ben peggiore e l`inflazione sarebbe incontrollabile. E questa secondo me è una delle poche cose buone del nostro sistema. I paesi indebitati per uscire dal pantano devono trovare qualche altra soluzione».

E quindi, quale salvezza ci può essere per questi paesi? Sono destinati inevitabilmente al default?
«Queste economie vanno aiutate, ma senza causare danni irreparabili all`intero sistema. Se ogni nazione potesse rivolgersi alla Bce, l`euro perderebbe la sua stabilità, che fino ad adesso ha mantenuto. Questo succedeva in Brasile, in passato e la diretta conseguenza era l`iperinflazione, con il valore del cruzeiro che crollava. Se l`Europa seguirà questo modello, andrà incontro allo stesso destino».

In Europa è percezione comune che la Bce sia un`anomalia storica, che non sia mai esistita una banca centrale indipendente dalla volontà del governo, che in realtà i governi abbiano sempre dettato legge alle banche centrali. E così?
«In un certo senso sì, anche se una banca centrale non può mai essere completamente libera dal controllo politico. La Fed è stata quasi sempre alle dirette dipendenze del Tesoro e anche ultimamente la sua autonomia è a rischio, visto che le politiche fiscali finiscono per influenzare la politica monetaria. Ma quando le pressioni da parte dei governi cominciano ad aumentare, sia nel caso della Fed che della Bce, la loro indipendenza viene meno».

Altra opinione diffusa è che un buon modo di valutazione dell`affidabilità di un paese sia lo spread tra i suoi titoli e quelli tedeschi.
«Ed è falso: finché l`euro rimane la moneta tedesca, la Germania sarà trascinata giù nella crisi iperinflattiva. E anche i suoi titoli di stato crolleranno. Quindi assolutamente no: lo spread è un concetto relativo».

Il governo Monti ha promesso un ampio pacchetto di liberalizzazioni e privatizzazioni: ma dopo una lunga estenuante mediazione tra i partiti, certi settori strategici come le ferrovie e le poste non sono stati toccati. Anche stavolta, non c`è modo di uscire dall`impasse?
«La privatizzazione delle aziende pubbliche però è l`unico modo di uscire dalla crisi del debito evitando nel contempo nuove misure di austerità. Monti ha una grande occasione. E non deve lasciarsela sfuggire».

Da Il Secolo XIX, 3 febbraio 2012

L’economia in una lezione – Capitolo 24

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

Hazlitt conclude il suo scritto con una riflessione sulla ricerca della verità in economia. La sua tesi è che all’interno di questa scienza sociale è fondamentale il metodo deduttivo: partendo da assiomi certi e sviluppandoli con il rigore proprio della logica, l'economia può servire a “irradiare la verità”.

D’altra parte, quanti promuovono tesi che sono in contrasto con i principi basilari dell'economia sono sufficientemente avveduti da non  sviluppare fino in fondo il loro ragionamento, portandolo dove esso condurre a conclusioni manifestamente assurde. Il buon economista deve allora usare il rigore concettuale per mostrare ciò che discende da talune (sbagliate) premesse, aiutando a smascherare i sofismi dei cattivi economisti.

Nel suo opporsi al dirigismo statale, Hazlitt sottolinea che è giusto provare simpatia per quanti – esclusi dal mercato – si trovano in situazioni disagiate e vanno certamente aiutati. Tuttavia la regolazione pubblica volta a correggere i meccanismi produttivi ha finito per proteggere taluni gruppi a scapito di altri, causando più problemi di quelli che intende risolvere. In varie circostante, per giunta, l’intervento pubblico finisce per togliere opportunità proprio a quanti intenderebbe favorire. Quando poi proviamo a considerare la prospettiva complessiva, tenendo in considerazione produttori e consumatori, ci rendiamo facilmente conto di quanto le logiche della pianificazione e della programmazione siano indifendibili.

Lo scopo dell'economia, ricorda ancora una volta Hazlitt, consiste d’altra parte nel considerare i problemi nel loro complesso – considerando i gruppi particolari e la società nel suo insieme, il breve periodo e il lungo periodo – ed evitando in tal modo le trappole di una cattiva scienza economica, spesso al servizio della demagogia.

L’economia in una lezione – Capitolo 23

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

Per gli economisti classici il risparmio rappresentava la condotta più saggia tanto per gli individui come per gli Stati, ma oggi vengono invece addotti sempre nuovi argomenti a sostegno della dottrina della spesa, in base alla quale il risparmio ostacolerebbero lo sviluppo dell'economia.

L'ingenuo argomento secondo cui chi risparmia non spende e quindi non fa circolare il denaro, fa coincidere il risparmio con una sua forma particolare: la “tesaurizzazione”, intesa come un accumulo di denaro che non viene impiegato in alcuna attività. Questa non è però la forma più diffusa di risparmio, dato che in linea di massima – grazie ai propri depositi bancari – chi accantona risorse in vista di investimenti futuri finanzia invece attività che fanno accrescere la produttività complessiva e quindi aiutano ad aumentare la ricchezza, che al contrario diminuisce fino a scomparire quando i capitali sono spesi da chi non si preoccupa di accantonare risorse.

Grazie al risparmio e agli investimenti che esso consente, la produzione totale aumenta di anno in anno, nonostante i fautori della spesa pubblica propongano con successo di far prelevare dallo Stato i risparmi privati, con la scusa di renderli più produttivi. I fautori di un massiccio intervento dei poteri pubblici nell’economia, inoltre, richiedono l'intervento pubblico anche per imporre limiti ai tassi d'interesse, per assicurare che l'industria abbia sempre convenienza a farsi prestare capitali da investire in stabilimenti e impianti.

Contro le tesi di quanti sono favorevoli ad artificiosi bassi tassi di interesse, Hazlitt spiega come il risparmio e gli investimenti tendano a equilibrarsi esattamente come succede alla domanda e all’offerta sul libero mercato. D’altra parte, essi possono essere rispettivamente definiti l’offerta e la domanda di nuovo capitale, che dovrebbero essere regolate da quei particolari prezzi che sono i tassi d'interesse. Se però lo Stato regola i tassi d'interesse, il gioco dell'economia è falsato: esattamente come succede quando si manipolano i prezzi. Quando il costo del denaro è tenuto artificiosamente basso grazie a iniezioni continue di moneta e depositi bancari (chiamati a supplire al risparmio reale), il costo è un'inflazione che a sua volta genera nell’economia fluttuazioni ben più violente di quelle che ci si propone d'impedire.

Viceversa, se non s’interviene a regolare i tassi d'interesse l’incremento del risparmio crea una sua domanda e una naturale riduzione del costo del denaro. L’accresciuta offerta di risparmio in cerca di investimenti obbliga allora i risparmiatori ad accettare tassi inferiori, grazie ai quali un maggior numero di imprese richiede prestiti per fare nuovi investimenti, e il tutto secondo i meccanismi genuini dell'economia.

Ecco quanto pesa il debito pubblico

Novemila (9.697, per la precisione) euro al secondo. È il ritmo col quale cresce il debito pubblico italiano ogni frazione di minuto. Quello stesso debito pubblico che pesa su ogni bambino che nasce per oltre 30 mila euro e su ogni famiglia italiana per oltre 90 mila euro.
Un "mostro" che lievita ogni giorno più o meno di 780 milioni di euro.

DEBITO AL 120% DEL PIL
I numeri sono dell'Istituto Bruno Leoni, che attraverso un orologio virtuale aggiorna ogni 3 secondi la stima dello stock di debito, basata e corretta con i rapporti mensili della Banca d'Italia. L'obiettivo è di aiutare chiunque a capire cosa significa quando si dice che siamo gravati di un debito pari a circa il 120 per cento del prodotto interno lordo.

LA SPESA PUBBLICA
La letteratura economica dimostra che dalle crisi si esce meglio tagliando la spesa e abbassando le tasse ma in Italia, se sulla gravità della situazione (crisi/debito) non ci sono divergenze di vedute, sulla cura da mettere in atto per risanarla, le posizioni contrastanti si sprecano. L'eccesso di spesa pubblica, evidenziano gli esperti del Bruno Leoni, è la vera causa di tanto debito. E in quest'ottica, un ruolo cruciale lo avrà il lavoro denominato spending review avviato per individuare e poi cancellare le sacche di inefficienza, quindi gli sprechi della spesa pubblica italiana. A patto, ovviamente, che ai tavoli di lavoro seguano le azioni.

LA CURA DELL'IBL
Gli spread finalmente in discesa, continuano gli economisti Ibl, non possono essere un alibi per non intervenire sul debito: «L'emergenza, a vedere il differenziale di rendimento tra Btp e Bund, si è calmata per via dell'aspettativa di interventi seri sulla crisi - evidenziano Mingardi e Stagnaro, rispettivamente direttore generale e responsabile ricerche e studi dell'Ibl - ma non perché l'Italia stia meglio di prima». Dunque, è il ragionamento, dopo una manovra deludente perché giocata dal lato delle maggiori entrate (con il prelievo fiscale tornato in pole position) e poco dal lato delle minori spese, è arrivato il momento di tagliare seriamente la spesa pubblica e privatizzare sia in termini di immobili che di partecipazioni.

IL RUOLO DELLA CRESCITA
Con un debito pari a circa il 120% del Pil, tornare a crescere risulta cruciale. La storia più recente dimostra che non basta concentrasi sul rigore finanziario per ridurre quel rapporto se poi, per effetto di dinamiche economiche recessive, il denominatore di questa frazione diminuisce. Ma siccome un debito pubblico mostruoso, pari a circa 1900 miliardi, dà la cifra degli oggettivi vincoli di finanza pubblica a cui l'Italia deve sottostare, risulta necessario intervenire per superare quei vincoli. Non solo.

L'ANALISI DI FORTE
«Dovremmo tornare a crescere, ma soprattutto, dovremmo cercare di abbattere il debito agendo non solo sul deficit ma anche sullo stock», spiega l'economista già ministro del Tesoro Francesco Forte.
Come? «Mediante una politica di vendita, sia pure graduale, di beni pubblici: se noi avessimo debito intorno al 100% del Pil saremmo in una situazione abbastanza tranquilla in quanto il totale del debito posseduto dagli operatori italiani rimarrebbe invariato e la componente estera si ridurrebbe». Considerato che oggi circa il 45% del debito è in mani straniere, proprio quest'ultimo passaggio è, secondo Forte, la chiave per risolvere il problema. Con una precisazione: «Il debito estero si è formato anche in relazione al deficit della bilancia dei pagamenti, dovuto in gran parte a fughe di capitali all'estero soprattutto per ragioni fiscali e di preoccupazioni circa nuove imposte o confische». Chi ha orecchi per intendere...

Da L'Unione Sarda, 3 febbraio 2012

Quelle proteste legittime ma illegali nella Repubblica delle corporazioni

L'agitazione degli autotrasportatori ha posto un problema di ordine pubblico e sollevato un interrogativo etico-politico. Al problema di ordine pubblico il governo ha risposto con la forza della Legge: i blocchi stradali sono illegali. All'interrogativo etico-politico, con la concessione di qualche milione di euro agli autotrasportatori - a compensazione degli aumenti della benzina, delle autostrade e delle tasse - esercitando una funzione di mediazione, tipica dello Stato corporativo, attraverso la (re)distribuzione di denaro pubblico a una corporazione. Ma la mediazione finanziaria ha lasciato inevasa la questione di principio: se la protesta degli autotrasportatori fosse legittima.
Premesso che non c'è ordinamento giuridico che riconosca la facoltà di violarlo e che lo Stato ha sempre ragione di imporre a un'illegalità la legalità, c'è un duplice aspetto che andrebbe chiarito. Primo: è sempre legittima ogni pretesa dello Stato nei confronti dei propri cittadini? Se si rimane nell'ambito del diritto positivo, la risposta non può che essere «sì»; lo è, alla sola condizione che sia sempre rispettosa della legge. Ma, qui, il rischio è di considerare legittimo ogni ordinamento - compresi quelli illiberali - purché legale, cioè autoreferenziale. Secondo: quando la pretesa dello Stato appaia palesemente in contrasto con libertà e diritti individuali fondamentali, è legittima la ribellione dei cittadini? Se si rimane nell'ambito del diritto positivo, la risposta non può essere che «no», non lo è mai. Ma, qui, si finisce con il considerare legittimi non solo ogni ordinamento giuridico, ma anche ogni pretesa dello Stato purché formulata da un regime di democrazia rappresentativa.
Si presupponeva che la contrapposizione fra diritto positivo e diritto naturale fosse superata con il costituzionalismo liberale. Invece la progressiva estensione dell'interventismo pubblico sta (ri)mettendo in discussione la natura stessa della democrazia. Nel Secondo Trattato sul governo, John Locke aveva teorizzato il diritto di ribellione del popolo qualora il Re avesse tradito il consenso sul quale si fondava il Contratto che aveva dato vita allo Stato. E filosofo inglese aveva spiegato che il consenso, e la delega, erano relativi, revocabili, a seconda del rispetto dei diritti di libertà e di eguaglianza che pre-esistevano alla nascita dello Stato.
Ora che l'assolutismo monarchico è stato sconfitto e c'è la democrazia liberale, anche il diritto di ribellione pare desueto. Ma il Secondo Trattato sul governo gettava, altresì, le premesse per la nascita dello «Stato dei proprietari», capitalistico e di mercato. E', dunque, nell'inversione della «funzionalità» dello Stato rispetto alla Società civile - questa messa al servizio di quello e non viceversa - che si manifestano le «mascherature politiche, patriarcali, religiose e sentimentali che abbellivano lo sfruttamento sotto il feudalesimo; una mascheratura che corrispondeva alla forma allora vigente dello sfruttamento e che era stata elaborata in sistema dagli scrittori della monarchia assoluta» (Karl Marx: L'ideologia tedesca).
Gli autotrasportatori si sono battuti contro quella «mascheratura (para)medievale» - la confisca del guadagno (la loro proprietà privata) - dietro la quale si nasconde il potere discrezionale della politica di disporre della ricchezza prodotta dai «proprietari». La loro protesta era, dunque, legittima, ma illegale perché lo Stato - con la sua totalizzante invasività «democratica», che fa coincidere la volontà del governo con la «volontà generale» - preclude il diritto alla ribellione. Non si sovverte un potere, legittimato dal voto popolare, come si uccideva il Re per cambiare regime politico. Ma la legittimità democratica rischia di essere una finzione. La democrazia rappresentativa giustifica e legittima una spesa pubblica fuori controllo e una fiscalità oppressiva perché il Parlamento - nato per controllare, e contenere, le spese del sovrano - è il sovrano contemporaneo; la nuova fonte di spesa incontrollata.
Nella classifica annuale di Heritage Foundation-Wall Street Journal (partner italiano l'Istituto Bruno Leoni) sulla libertà economica nel mondo, lltalia è novantaduesima - cinque punti in meno rispetto al 2011(terzo anno consecutivo di regressione) - penultima in Europa, peggio solo della Grecia. Non è un caso si tratti dei due Paesi che corrono il rischio di bancarotta; né lo è la correlazione spesa pubblica fuori controllo-fiscalità eccessiva-scarsa libertà economica-bassa crescita. Si direbbe che il sistema produca una domanda di inefficienza; e che questa sia la pre-condizione della funzione mediatrice dei poteri che costituiscono e regolano una galassia ostile alla «società aperta». Il risultato è un ordinamento che ha nelle corporazioni, e nella mediazione tra i loro conflitti attraverso accordi provvisori, la sua regola fondativa; che, a sua volta, si declina nell'applicazione, sempre variabile e persino contraddittoria, della stessa norma e/o nel carattere altrettanto variabile delle istituzioni pubbliche.
La Casta politica non è il problema, ma l'effetto della domanda di un'economia contraria al mercato all'interno della quale la legge si afferma contro la concorrenza di chi rivendica il proprio diritto di accesso ma, così facendo, si mette di traverso alle corporazioni. Neppure il Fisco - pur oppressivo - è il problema, mentre lo è l'imprevedibilità del sistema regolatorio. Da un lato, per l'inefficienza della giustizia ordinaria; dall'altro, per l'andamento schizofrenico della legislazione, ad opera di un Parlamento che, secondo il ciclo economico (alto o basso), altera la costanza della certezza del diritto, variando, a ogni manovra finanziaria, sovvenzioni e sacrifici. L'establishment impedisce che si formi una massa critica rispetto a tale «sistema-gruviera», all'interno del quale si annidano gli interessi individuali (miserrimi o altissimi) ai quali l'opinione corrente attribuisce la duplice natura di assicurazione (il «posto fisso», rispetto al precariato), ma, al tempo stesso, di parassitismo. E sistema produce, altresì, uno scollamento fra i diritti economici - ambiguamente sostenuti nella Costituzione - e le regole ordinamentali in grado di rovesciarli: il cittadino può vendere la propria abitazione a prezzo inferiore a quello di mercato, ma poi scatta la presunzione di abuso del diritto di proprietà con l'inversione dell'onere della prova a favore del Fisco.

Dal Corriere della sera, 1 febbraio 2012

L'Argentina è un modello per la Grecia? Un Focus di Vito tanzi

Secondo alcuni, l'esperienza del default argentino dovrebbe renderci meno timorosi circa la possibilità di un fallimento della Grecia o di altri Paesi dell'eurozona. Nel Focus “C’è un default ‘all’Argentina’ nel futuro della Grecia?” (PDF), Vito Tanzi - già direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo Monetario Internazionale ed autore di un libro proprio sull'Argentina, "Questione di tasse. La lezione dall'Argentina" (UBE 2010) - spiega perché si tratta di un'impressione affrettata.

"All’epoca del default", spiega Tanzi, "il debito pubblico argentino era pari al 50 per cento del PIL e il disavanzo (che pure, secondo alcuni osservatori, era stato forse sottostimato) raggiungeva appena il 2,5 per cento del PIL. Con questi dati, l’Argentina sarebbe tranquillamente rientrata nei criteri di Maastricht". Impossibile, dunque, il paragone con la Grecia, Paese che nel 2011 aveva un debito pubblico pari al 165 per cento del PIL e diversissimo per storia economica e dotazioni naturali.

"Nel 2001, in Argentina, la spesa pubblica a carico del governo centrale era inferiore al 30 per cento del PIL", continua Tanzi. "Nel 2010-2011, in Grecia, tal valore si aggira intorno al 50 per cento del PIL greco. Questo elevato livello di spesa pubblica deve coprire le pensioni e svariati sussidi, di disoccupazione e di altro genere, a favore di una notevole percentuale della popolazione: i dipendenti pubblici (che godono di contratti garantiti per legge e sono tutelati da potenti sindacati) e i beneficiari di pensioni e altre prestazioni non meno tutelate e, pertanto, difficilmente modificabili. Vi è un’enorme resistenza all’idea di modificare la situazione attuale, per quanto appaia chiaramente insostenibile e le manifestazioni di piazza siano eventi quasi quotidiani".

"In questo film senza lieto fine che è la crisi europea", commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL, "la tentazione di molti diventa quella di affidarsi a qualche mago di Oz, che promette soluzioni alternative alla riduzione strutturale della spesa pubblica. Non c'è alternativa a un deciso ridimensionamento delle ambizioni e della sfera d'azione degli Stati: prima i cittadini europei - greci e non solo - se ne accorgono, meglio è".

Il Focus “C’è un default ‘all’Argentina’ nel futuro della Grecia?” di Vito Tanzi è disponibile qui: (PDF)

Evasione concimata dalle aliquote

È stata la grande giornata di Attilio Befera, ieri. Prima si è letta la lunga intervista a la Repubblica, omaggiata come pezzo trionfale del quotidiano, con le intere pagine 2 e 3 dedicate a sviolinare il direttore dell’Agenzia delle entrate. Poi c’è stata l’audizione alla Camera, che è impazzata sui siti internet, alle televisioni, nelle radio, per l’intera giornata, con ovvia eco sulla stampa odierna.
Nell’intervista al quotidiano campione del centro-sinistra (come mai un altissimo funzionario pubblico ha compiuto tale scelta?), Befera ha pure lanciato attacchi a quello che ha definito “il partito degli evasori”, citando il notissimo Umberto Bossi e il meno noto avvocato Alberto Goffi, consigliere regionale del Piemonte per l’Udc piemontese. Ha aggiunto “il presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, noto evasore”, affibbiando una definizione che non dovrebbe mai stare sulla bocca di un pubblico dirigente.
Ovviamente, se ci si mette a discutere dell’evasione fiscale ci si attira l’ira sdegnata di mezzo mondo. Altrettanto ovviamente nessuno si affanna a difendere gli evasori. Tuttavia sarebbe bene che anche il direttore Befera (che oggi passa agli occhi della gente, secondo le opinioni, come lo scuoiatore di chi risparmia o come il vendicatore di chi depreda il popolo evadendo) considerasse perché l’evasione sia praticata e pensasse a dirlo. L’evasione si espande allorquando cresce il peso fiscale. Va da sé che, in un Paese nel quale ormai quasi metà della ricchezza nazionale viene assorbita dal fisco, chi può evade, mentre chi non può lancia strali verso chi può. L’evasione prospera quando il fisco è incivile: il caso dell’imposizione sui capitali scudati è la dimostrazione del tradimento statale rispetto ai patti stipulati. L’evasione alligna quando le norme tributarie sono esasperate di numero, contraddittorie, difficilmente comprensibili. L’evasione si moltiplica quando si vede che il salasso serve per costi della politica e spese inutili, sprechi e assurdità.
Prendersela con gli evasori è facile: sia a voce, con reboanti dichiarazioni che trovano lo scontato applauso collettivo, sia nei fatti, con le disposizioni introdotte prima da Giulio Tremonti e poi da Mario Monti. Sono norme che Silvio Berlusconi, quando ancora ragionava, definiva di polizia tributaria: poi, ci ha messo anche lui la firma, e il suo successore le ha incarognite. Per favore, però, cercate di capire che l’evasione non cresce soltanto per l’avido egoismo degli sfruttatori del popolo.

Da Italia Oggi, 1 febbraio 2012

Il direttorio franco-tedesco a comizio, tra dubbi elettorali e resistenze inglesi

Dal nostro inviato a Parigi. Nicolas Sarkozy ha lanciato il suo programma di riforme per la Francia, invitando la cancelliera tedesca, Angela Merkel, a fare campagna per lui e con lui. Un aumento dell'Iva dell'1,6 per cento compenserà il taglio per 13 miliardi degli oneri sociali che gravano sulle imprese, come in Germania. Accordi sulla competitività tra imprese e sindacati avranno valore di legge, come in Germania, e le aziende di 250 addetti che non assumeranno almeno il 5 per cento di apprendisti subiranno multe, come in Germania. Non solo la cancelliera Merkel, ma anche i predecessore socialdemoratico Gerhard Schröder, artefice di riforme del mercato del lavoro, sono gli ispiratori di Nicolas Sarkozy, in calo di popolarità e insidiato dal riformismo moderato del socialista François Hollande.
L'asse politico con Merkel, la più forte e la più invisa tra i leader europei, in un momento di crisi e con tutto quel che si è detto e scritto sul direttorio franco-tedesco restituirà grandeur alla Francia o si rivelerà controproducente? "Scelta intellettualmente coerente, ma politicamente inefficace", sentenzia il direttore del Figaro Magazine, Alexis Brézet, che oltre alla pedagogia della crisi si aspetta una campagna sui valori. "Sarkozy convincerà lo zoccolo duro del suo elettorato, ma l'appello alla Germania rischia di allontanare l'elettorato del Fronte nazionale che vota Marine Le Pen". Esulta invece il politologo Alexandre Adler: "E' la prima volta che accade. Sarkozy ha risposto così al passo falso del socialista Hollande che intende rinegoziare l'accordo con la Merkel. Ma la congiuntura non basta a spiegare la svolta: da decenni la coppia franco-tedesca vive l'alleanza politica, segue i suoi destini incrociati, sin dai tempi del socialdemocratico Helmut Schmidt alleato del liberale Giscard d'Estaing, o del socialista Mitterrand sodale sull'euro del democristiano Kohl".
Philippe Raynaud ricorda l'intervista al Figaro dell'ex cancelliere Schröder, nel dicembre scorso, quando aveva ricordato l'ostilità di Hollande nei suoi confronti e aveva lodato il riformismo di Sarkozy. Però è convinto che arruolare Merkel "non è una mossa abile, ma un'idea disastrosa": "Significa ignorare l'elettorato. Sarkozy pensa che i francesi si possano salvare solo se diventano altro da sé, mentre Hollande insiste nel dire `la Francia non è il problema, ma la soluzione'. E' vero che dobbiamo avvicinarci al modello tedesco, perché in termini di competitività e produttività si è rivelato migliore del nostro, ma sarebbe meglio spiegare che farlo è la cosa che ci conviene di più. Oggi le debolezze francesi rispetto alla forza tedesca non sono mai state così chiare, perciò non possiamo più permetterci il lusso di essere arroganti e anti tedeschi, secondo una inveterata tradizione, ma nemmeno ci salviamo adottando tutte le misure dei tedeschi, in più facendolo contro buona parte dell'elettorato, che non capirà. Temo che i sondaggi non cambieranno con l'ingresso della Merkel nella campagna elettorale".

Roma. La tassa sulle transazioni finanziarie, il "mostro di Loch Ness del dibattito economico" come lo ha definito una volta Mario Monti, torna a farsi vedere. A spingerlo momentaneamente fuori dalle acque del dibattito europeo è stato questa volta il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy. Per "provocare uno choc", oltre che per ripianare il deficit, domenica Sarko ha annunciato che da agosto una tassa dello 0,1 per cento colpirà tutte le operazioni di Borsa in Francia, comprese quelle sui derivati (come i Cds). Parigi punta a dare l'"esempio", poi "nel momento in cui l'Europa si sarà dotata di una tassa - ha detto il presidente - noi ci uniremo al gruppo europeo". Come ogni mostro che si rispetti, anche di fronte a quella che alcuni chiamano "Tobin Tax" - in riferimento alla proposta orginaria che nel 1912 puntava a calmierare l'eccessiva volatilità sul mercato dei cambi - non mancano le reazioni inorridite. Ieri Dan Waters, operatore finanziario londinese, sul Wall Street Journal commentava così: "Le tasse sulle transazioni finanziarie sono una cattiva idea che però non muore mai". Secondo Alberto Mingardi, direttore dell'Istituto Bruno Leoni, c'è un problema empirico: "Le imposte non colpiranno le banche o le istituzioni finanziarie, visto che queste ultime hanno come controparte delle persone su cui la tassa sarà fatta ricadere". Per esempio risparmi investiti, pensioni, etc. Senza contare, sostiene Mingardi, che nell'unico caso nella storia in cui fu messa in campo una Tobin tax "pura", la Svezia della metà degli anni 80, la fuga di capitali non fu indifferente: "Nonostante la `bassa' tassa dello 0,003 per cento sui bond a 5 anni, le loro negoziazioni diminuirono dell'85 per cento nella prima settimana dopo l'introduzione dell'imposta". A un liberista poi risulta indigesta la filosofia di fondo di Sarko: "La `Tobin tax' è una `terra promessa' riproposta ciclicamente. Prima per stabilizzare le transazioni valutarie negli anni 70, poi come passe-partout contro il libero scambio negli anni 90, infine oggi come punizione per le locuste della finanza".
Eppure proprio l'intento (anche) pedagogico della misura riscuote consensi tra alcuni osservatori. "I risultati negativi della liberalizzazione completa della finanza sono sotto gli occhi di tutti - commenta Riccardo Realfonzo, economista dell'Università del Sannio - quindi frenare i movimenti di capitale che avvengono nell'arco di una sola giornata, quelli non legati a esiti produttivi per merci e servizi, è una scelta condivisibile". Lo stesso Realfonzo nota però che "quella introdotta da Sarkozy non è una Tobi.n tax"' cioè non colpisce propriamente le transazioni finanziarie ed è più simile a un'imposta di bollo: "E' l'Europa intera a doversi proteggere dagli eccessi speculativi, altrimenti la misura non avrà effetto". Gli operatori potrebbero spostarsi in mercati meno tassati. Per l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, il problema è un altro: tassare certe transazioni è come tassare le rapine, ha detto ieri. La Commissione Ue comunque ci sta lavorando, con l'obiettivo di raccogliere fino a 45 miliardi di euro l'anno, ma se ne parlerà nel 2014. A meno di accelerazioni di Parigi, Berlino e Roma (Che con Monti si è schierata per il "sì"). E senza contare l'opposizione tenace di Londra.

Da Il Foglio, 31 gennaio 2012

I nei dell'authority dei trasporti

E Istituita l'Autorità dei Trasporti. Anzi no. È presente nel "pacchetto liberalizzazioni" del Governo Monti, ma non vedrà luce fin da subito. Solo nei prossimi mesi. Non sarà legge tramite un veloce decreto, ma bisognerà aspettare che passi attraverso una lunga revisione del Parlamento che dovrà emanare un disegno di legge entro tre mesi. Quindi sarà possibile per tutte le forze parlamentari fare le modifiche che potrebbero portare ad un indebolimento dell'autorità stessa.
Le funzioni dell'autorità competente per porti, aeroporti, ferrovie, autostrade e taxi verranno svolte dal regolatore che prenderà il nome di autorità delle reti e vedrà al suo interno anche il settore del gas e dell'energia. L'anomalia italiana, quella di non avere un'authority competente in uno dei settori più importanti dell'economia, è durata fin troppo a lungo. Essere un regolatore con molti compiti ha un vantaggio e uno svantaggio. Partiamo dal punto negativo sottolineato anche dall'Istituto Bruno Leoni: troppi compiti per poche persone che dovranno essere specializzate in più settori rischiano di fare affondare il regolatore. In positivo bisogna tuttavia rimarcare che un'autorità di grandi dimensioni è più difficilmente catturabile, cioè è maggiormente indipendente. Perché è necessaria? Esiste da oltre due decenni l'autorità della concorrenza e del mercato, ma questa ha il solo compito di intervenire ex-post. Se un monopolista agisce per falsare le condizioni del mercato, attualmente non esiste alcun regolatore che sappia mettere tutti gli operatori sullo stesso piano fin dall'inizio della partita.
Quali i punti negativi? Non si sono inserite per legge delle gare per fornire i servizi universali fin da subito, rimandando a data da definire. Si è introdotta la separazione della rete del gas, ma poco altro è stato fatto. In conclusione, l'autorità era necessaria, ma al Governo è sembrato mancare un carico di coraggio.

Da L'Unione Sarda, 31 gennaio 2012

Cavilli e rinvii e i costi della politica non calano

Di annunci mai seguiti da fatti concreti ne abbiamo già sentiti troppi.
Sarebbe perciò avvilente se pure questa volta finisse così. Se gli uffici di presidenza di Camera e Senato, che oggi dovrebbero prendere provvedimenti per tagliare costi e privilegi, partorissero decisioni da ratificare in futuro, da sottoporre a nuove verifiche, da applicare soltanto a partire dalla prossima legislatura. Peggio ancora se non si dovesse arrivare a mettere la parola fine, e senza pasticci, a faccende scandalose come quella degli assistenti parlamentari, da decenni in attesa di essere riconosciuti e retribuiti come tali mentre i soldi che sono a loro destinati vengono talvolta intascati dai parlamentari o versati nelle casse dei partiti.
Il fatto è che da quando è scoppiato il caso di certi costi insensati della politica (da non confondere con quelli della democrazia, che invece dobbiamo essere orgogliosi di sostenere), si sta girando senza costrutto intorno a un problema che pochi sembrano davvero decisi a voler risolvere.
I numeri dicono tutto: dal 2006 al 2010 le spese sostenute dai contribuenti italiani per il mantenimento degli organi costituzionali sono lievitate di 190 milioni di euro, con una crescita di 119 milioni per la Camera e di 47 per il Senato. Secondo l'Istituto Bruno Leoni il Parlamento è arrivato a costare a ogni cittadino italiano oltre 26 euro l'anno, il doppio rispetto alla Francia e due volte e mezzo rispetto al Regno Unito. Prendiamo le retribuzioni dei nostri rappresentanti: il problema forse più piccolo e sulla carta facile da sistemare, ma certamente il più sensibile per l'opinione pubblica. Sembrava che con la decisione di adeguarsi alla media europea, imposta non senza fatica da Giulio Tremonti e subito oggetto di un piccolo sabotaggio, si fosse quantomeno arrivati a un punto fermo. Ma subito è cominciato il fuoco di sbarramento. Prima sono stati messi in circolazione studi di fonte non imparziale (la Camera) tesi a dimostrare che i parlamentari italiani costano meno dei loro colleghi europei: forse nella segreta speranza di salvare i trattamenti attuali. Poi si sono contestati i risultati della commissione presieduta da Enrico Giovannini, incaricata di predisporre i confronti continentali per stabilire la benedetta media.
Insomma, il partito del rinvio è in piena attività, con proseliti sempre più numerosi: evitiamo che vinca anche in questa occasione.

Dal Corriere della sera, 30 gennaio 2012

L’economia in una lezione – Capitolo 22

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

La moneta e la politica monetaria sono legate in modo indissolubile al processo economico. 
In questo capitolo Hazlitt pone la questione delle ragioni dell'ampio consenso accordato nel corso della storia alle politiche inflazionistiche e delle loro conseguenze, e lo fa sottolineando come la confusione tra denaro e ricchezza sia un classico errore, il quale si trova anche nella Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith ed è alla base delle politiche inflazionistiche.

In realtà, la vera ricchezza cresce con il benessere prodotto dalla capacità di produrre e consumare, mentre le illusioni che generano inflazione distolgono dall'analisi dai principi basilari del processo economico. 

Alle mercé di interessi particolari, molti autori intendono l'inflazione come uno strumento per correggere quella misteriosa “debolezza del sistema” secondo la quale l'industria non sarebbe sistematicamente in grado di distribuire in modo efficiente il denaro, così che i produttori possano riacquistare da consumatori i loro prodotti. Questi sostenitori del “credito sociale” propongono soluzioni che dicono “scientifiche” e in grado di apportare gli aggiustamenti necessari ad aumentare la capacità d'acquisto di alcuni gruppi, ponendo rimedio alla presunta “deficienza” del mercato.

In verità, il sistema non viene riparato ma danneggiato, e i danni da cui sono esclusi inizialmente alcuni gruppi alla fine peggiorano anche la loro condizione, dato che vengono stravolti i normali rapporti di un’economia stabile.

Gli inflazionisti mirano a far uscire il Paese dalla depressione, ma ne trascurano le vere cause, che risiedono sempre nel rapporto disarmonico tra salari, prezzi e costi di produzione. Superata una certa soglia critica, tale disarmonia soffoca la produzione. Hazlitt spiega come l'inflazione non faccia altro che distorcere ulteriormente simili rapporti, accelerando il calo della produttività, quindi l’occupazione e la ricchezza, nonostante ci si proponga di “rimettere in moto il dinamismo dell'industria” e determinare la piena occupazione. Eppure ogni generazione e ogni Paese inseguono la stessa chimera, mentre il favore popolare legittima le politiche inflazioniste.

Hazlitt sottolinea anche come l'inflazione sia una forma di tassazione occulta e imprevedibile, che alza un velo su tutto il processo economico, travolgendo i normali rapporti che dovrebbero regolare un'economia sana.

L’economia in una lezione – Capitolo 21

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

L'avversione ideologica al profitto è in contrasto con la sua utilità reale per l'economia.

Una funzione fondamentale del profitto è quella di orientare e incanalare i fattori produttivi, in modo che la produzione dei vari beni sia conforme alla domanda. Per quanto preparato, nessun funzionario pubblico può risolvere in maniera discrezionale questo problema, mentre soltanto i prezzi liberi e i liberi guadagni consentono alla produzione di raggiungere il suo massimo livello, ponendo rimedio più rapidamente di ogni altro sistema alla scarsità.  

Un controllo arbitrario dei prezzi e un’arbitraria limitazione del profitto, invece, possono solo prolungare la carenza e ridurre tanto la produzione quanto l’occupazione.

Il profitto è essenziale per promuovere la crescita economica e il progresso tecnologico, poiché chi è a capo di industrie attive in mercati concorrenziali continua a progredire e a migliorare l’efficienza, indipendentemente dal livello di successo già raggiunto. 

Nelle annate prospere, infatti, questo avviene per aumentare i suoi guadagni; in tempi normali per resistere ai concorrenti; nelle annate cattive per poter sopravvivere.

L’economia in una lezione – Capitolo 20

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

 

Hazlitt contrappone la nozione medievale di prezzi e salari “giusti” (ripresa da alcuni economisti moderni) e quello di prezzi e salari funzionali, elaborata dagli economisti classici. Purtroppo la nozione dei salari funzionali è stata riformulata in forma corrotta dai marxisti ed è nata una “scuola del potere d'acquisto”, secondo cui gli unici salari a funzionare, cioè a evitare crisi economiche sistemiche, sono quelli che consentono all'operaio di “riacquistare il prodotto del suo lavoro”. All’interno di questa prospettiva saranno giusti quei datori di lavoro che rispetteranno questa condizione, ma rimane ben poco chiaro come si possa stabilire quando il lavoratore è in grado di “riacquistare ciò che egli produce”.

La soluzione non può essere il salario minimo, perché, come spiega Hazlitt, è stato dimostrato sia statisticamente sia con argomenti deduttivi che se il salario cresce oltre il punto di produttività marginale, la riduzione dell'occupazione risulta normalmente tre o quattro volte maggiore dell'aumento dei salari.

I vantaggi che i lavoratori ottengono dal salario minimo sono relativi (ai settori su cui interviene la legge) e non complessivi, tanto più che – superato il periodo di transizione in cui i prezzi si adattano all'aumento salariale – è probabile che gli svantaggi finiscano per prevalere. In effetti i lavoratori ottengono una fetta più grande di una torta più piccola e questa volta a essere ignorato è il valore assoluto. Sarebbe stato assai meglio, infatti, ottenere una fetta più piccola di una torta più grande. 

I salari migliori non sono i più alti, ma quelli che consentono una piena produttività. Se si guarda ai benefici complessivi di industriali e lavoratori, i salari migliori sono quelli che spingono il maggior numero di persone a diventar datori di lavoro e a determinare un incremento dell’occupazione. 

Se si tenta di dirigere l’economia di un Paese a beneficio di un gruppo o di una classe alla fine si danneggiano tutti, a partire da quelli che si voleva favorire.

L’economia in una lezione – Capitolo 19

La traduzione italiana de L’economia in una lezione è disponibile sul sito IBL Libri e come eBook su eBooksItalia (ePUB) e Amazon.it (Kindle).

I riassunti dei capitoli sono disponibili su questa pagina.

I sindacati svolgono una funzione utile e legittima, ma il loro potere di elevare i salari è sopravvalutato, proprio mentre è sottostimata l'efficacia del fattore che in realtà è il più determinante: la produttività. 

Quando i sindacati riescono a imporsi senza rivendicare l'efficienza produttiva dei loro iscritti, ma usando la loro forza politica o la loro posizione strategica, arrecano complessivamente un danno alla società e ai lavoratori. Tutti gli aumenti salariali che i sindacati riescono a ottenere in tal modo, infatti, poiché non si accompagnano a un aumento di produttività, comportano necessariamente una sottrazione di risorse e quindi una perdita. Questa si pensa che sia a carico dei datori di lavoro, ma è così solo in circostanze particolari e nel breve periodo, mentre nel medio e lungo termine (su cui un economista deve riflettere) impoverisce la maggioranza dei lavoratori.

Nella loro posizione di consumatori, i lavoratori pagheranno un aumento dei prezzi e rischieranno maggiormente la disoccupazione. Anche considerando quei casi in cui gli aumenti salariali vengano assorbiti dagli utili di determinate industrie, gli investitori saranno incentivati a cambiare settore e se si estenderanno i risultati della politica sindacale anche a questo settore, allora cercheranno all'estero opportunità di maggiori rendite.

Hazlitt fa una rassegna di tutti i risultati ottenuti dai sindacati che hanno compromesso la crescita delle economie nazionali e il benessere delle comunità e spiega come alla base di quelle iniziative ci fosse sempre lo stesso errore: la falsa credenza che esista una limitata quantità di lavoro e l'ignoranza del basilare principio per cui il lavoro crea altro lavoro, dato che quanto è prodotto da A crea la domanda di ciò che B potrà produrre.

"Ma la solidità di un paese non si misura confrontando i suoi bond con quelli tedeschi"

«Non crediate che una super Bce vi possa salvare. Né tantomeno che lo spread sia un totem intoccabile. Anche la Germania può essere vulnerabile».
Anzi, per George Selgin, professore di economia alla University of Georgia e Senior Fellow del Cato Institute, le banche centrali sarebbe meglio abolirle del tutto.

Professore, lei propone di di abolire le banche centrali e di sostituirle con le banche private che emettano valute in concorrenza tra di loro.
Ma come sarebbe possibile arrivare a questo obiettivo?
«Il mio è più un ideale che una proposta concreta. So bene che non si potrebbe arrivare a questo né in un giorno, né in un anno. Ci sono troppe regole da eliminare o perlomeno da cambiare.
Fino all`inizio dell`800 in Scozia c`era un sistema di free banking, molto più stabile di quello inglese che invece si basava sul modello oggi dominante. Anche in Italia fino alla fine dell`800 c`erano diverse banche che emettevano valuta, ma era un sistema spurio, che non funzionava bene come quello scozzese. Il quale dimostra come ci sia un`alternativa all`attuale situazione».

George Selgin, l`Ue sembra andare in un`altra direzione: molti politici ed economisti dei paesi più indebitati come Grecia e Italia chiedono che la Bce compri i titoli di debito dei singoli paesi. Perché sostengono che così fa anche la Fed.
«Attenzione: la Fed non fa niente del genere. Nessuna obbligazione emessa dai singoli Stati federati viene comprata dalla Banca centrale. Se fosse stata fatta una cosa del genere, la situazione adesso sarebbe ben peggiore e l`inflazione sarebbe incontrollabile. E questa secondo me è una delle poche cose buone del nostro sistema. I paesi indebitati per uscire dal pantano devono trovare qualche altra soluzione».

E quindi, quale salvezza ci può essere per questi paesi? Sono destinati inevitabilmente al default?
«Queste economie vanno aiutate, ma senza causare danni irreparabili all`intero sistema. Se ogni nazione potesse rivolgersi alla Bce, l`euro perderebbe la sua stabilità, che fino ad adesso ha mantenuto. Questo succedeva in Brasile, in passato e la diretta conseguenza era l`iperinflazione, con il valore del cruzeiro che crollava. Se l`Europa seguirà questo modello, andrà incontro allo stesso destino».

In Europa è percezione comune che la Bce sia un`anomalia storica, che non sia mai esistita una banca centrale indipendente dalla volontà del governo, che in realtà i governi abbiano sempre dettato legge alle banche centrali. E così?
«In un certo senso sì, anche se una banca centrale non può mai essere completamente libera dal controllo politico. La Fed è stata quasi sempre alle dirette dipendenze del Tesoro e anche ultimamente la sua autonomia è a rischio, visto che le politiche fiscali finiscono per influenzare la politica monetaria. Ma quando le pressioni da parte dei governi cominciano ad aumentare, sia nel caso della Fed che della Bce, la loro indipendenza viene meno».

Altra opinione diffusa è che un buon modo di valutazione dell`affidabilità di un paese sia lo spread tra i suoi titoli e quelli tedeschi.
«Ed è falso: finché l`euro rimane la moneta tedesca, la Germania sarà trascinata giù nella crisi iperinflattiva. E anche i suoi titoli di stato crolleranno. Quindi assolutamente no: lo spread è un concetto relativo».

Il governo Monti ha promesso un ampio pacchetto di liberalizzazioni e privatizzazioni: ma dopo una lunga estenuante mediazione tra i partiti, certi settori strategici come le ferrovie e le poste non sono stati toccati. Anche stavolta, non c`è modo di uscire dall`impasse?
«La privatizzazione delle aziende pubbliche però è l`unico modo di uscire dalla crisi del debito evitando nel contempo nuove misure di austerità. Monti ha una grande occasione. E non deve lasciarsela sfuggire».

Da Il Secolo XIX, 3 febbraio 2012

Rischio di un altro stop all'economia

Questa volta potrebbe essere la "tempesta perfetta" a rallentare l'economia italiana. Dopo il blocco dei Tir dei giorni scorsi – costato in tutto, secondo le stime del Sole 24 Ore, quasi un miliardo di euro – adesso è l'allarme freddo a spaventare il mondo dell'industria e dei trasporti. Con un rischio tilt delle grandi arterie di comunicazioni e dei centri logistici più importanti – dalle autostrade alle ferrovie, passando per gli hub di terra agli aeroporti – dovuto ai cinque giorni di freddo polare e neve che i meteorologi prevedono per il nostro Paese.
Già ieri molte autostrade erano bloccate e ritardi si sono verificati sulle linee delle Ferrovie, anche se i centri operativi delle Fs hanno attivato le misure «organizzative necessarie a fronteggiare l'eventuale emergenza», fa sapere l'azienda. E infatti in serata è continuato a nevicare su tutto il Centro-Nord, in particolare in Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Abruzzo, con oltre mille chilometri di autostrade investite dalla neve. In particolare, gli svincoli più problematici sono stati sulla A1 tra Casal Pusterlengo e Fabro; sulla A6 tra Mondovì e Savona; sulla A7 tra Serravalle e Genova; sulla A9 tra Lomazzo Sud e Chiasso; sulla A12 tra Genova e Sestri Levante; sulla A26 tra Genova e Casale Monferrato. Intanto Autostrade per l'Italia, per fronteggiare l'emergenza, ha messo in campo oltre 2mila mezzi e 5mila operatori sull'intera rete.
Ma quanto può costare un altro eventuale blocco della circolazione delle persone e delle merci, dopo lo stop dei mezzi pesanti? Per avere un possibile metro di paragone si può guardare al 17 dicembre del 2010, quando il venerdì nero del maltempo costò al Paese circa il 5-6% del prodotto interno lordo giornaliero, per una cifra non lontana dai 250 milioni di euro sui 4 miliardi di Pil macinati ogni ventiquattro ore.
«Per il momento l'impatto economico è ancora basso – spiega Andrea Giuricin, economista dell'Istituto Bruno Leoni – ma c'è il rischio che si ripeta la situazione di un anno fa, quando i danni all'economia si attestarono almeno intorno al 5 per cento del prodotto interno lordo giornaliero».
Nello specifico, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, il mancato fatturato solo sul trasporto passeggeri potrebbe aggirarsi complessivamente intorno ai 10-11 milioni di euro, così diviso: sui 300mila viaggiatori che volano ogni giorno generando un fatturato per le compagnie di 50 milioni di euro, è stimabile che nel giorno di gelo massimo almeno un quinto possa rimanere a terra. E quindi parliamo di circa 10 milioni di euro perduti. Poi c'è tutto il traffico ferroviario: se rimanesse bloccato, come nel dicembre 2010, circa il 10% dei 7mila treni che viaggiano per l'Italia, soprattutto regionali, e stimando in 1.500 euro il ricavo "teorico" di ogni treno regionale (un computo di massima e per difetto, che non tiene conto dei tragitti), si raggiungerebbe un mancato introito di oltre un milione di euro.
Sono cifre prudenti alle quali andrebbero aggiunte le ore di straordinario pagate ai lavoratori delle Ferrovie. E se il tempo è denaro, pare arduo quantificare il costo dei ritardi, degli appuntamenti di lavoro saltati, delle merci che non hanno visto la loro destinazione e più in generale degli affari mancati.
Senza contare che l'elenco dei costi del maltempo, più sul lungo periodo, coinvolge direttamente altre filiere industriali, come quelle dell'agricoltura e dell'allevamento. Proprio ieri la Coldiretti ha lanciato l'allarme-gelo per gli animali nelle stalle, così come il freddo sta mettendo a dura prova anche le campagne, con intere coltivazioni di ortaggi a rischio e un vero e proprio allarme per gli alberi da frutta. E proprio contro il gelo la stessa Coldiretti ha mobilitato i suoi trattori. Senza dimenticare gli extra-costi di manutenzione di infrastrutture più hi-tech, tra le tante le centraline telefoniche e gli impianti dell'Enel, poco amici di freddo e ghiaccio. Nella speranza che la temperatura risalga e l'emergenza (vera) torni ad essere relegata al campo delle ipotesi.

Da Il Sole 24 ore, 1 febbraio 2012

Strano ma vero: Alitalia va meglio del suo azionista Air France-KLM

Alitalia cresce grazie all’acquisto di Windjet e Blue Panorama. Dopo l’annuncio tramite comunicato stampa e all’Autorità della Concorrenza e dei Mercati si può ben dire che il vettore aereo si rafforza sul mercato italiano. Lo scorso anno la compagnia guidata da Rocco Sabelli ha trasportato 24,7 milioni di passeggeri secondo le stime che si possono ricavare dall’associazione europea delle compagnie tradizionali.
La fusione con Windjet e Blue Panorama dovrebbe portare circa 2,8 e 2 milioni di passeggeri annui in più. Nel complesso il nuovo gruppo dovrebbe trasportare circa 29,5 milioni di passeggeri. La compagnia torna dunque ai livelli 2007, tenendo in considerazione anche il traffico di AirOne. La quota di mercato è tuttavia inferiore, erosa dalle due principali low cost europee, fortissime sul mercato italiano, Ryanair ed Easyjet.
Nel 2007 la market share Alitalia e Airone era del 30 per cento, mentre il nuovo gruppo, compreso anche delle due nuove compagnie aeree italiane, dovrebbe essere nel 2011 del 25,6 per cento. Quasi cinque punti percentuali in meno, nonostante l’annessione delle due compagnie.
Tuttavia una perdita di quota di mercato da parte dei vettori tradizionali è un dato confermato in tutta Europa. Le compagnie low cost stanno conquistando parti di mercato sempre più ampie ormai da quindici anni. Ryanair è diventata la seconda compagnia in termini di passeggeri trasportati in Europa con oltre 76 milioni di viaggiatori l’anno, superando anche AirFrance-KLM, mentre è la prima compagnia mondiale per traffico internazionale. In Italia ha ormai una market share superiore al 20 per cento, mentre anche la seconda low cost europea, la britannica Easyjet, cresce costantemente sia in Italia che in tutto il Continente.
La fusione di Alitalia con i due piccoli operatori in difficoltà economiche è dunque necessaria, poiché riesce ad aumentare la “potenza” di fuoco da parte della compagnia italiana. WindJet era maggiormente focalizzata sul network nazionale e i voli dalla Sicilia, nella quale isola si rafforza la posizione di Alitalia. Blue Panorama controllava invece due marchi: Blu-Express per i voli nazionali e Blu Panorama per i charter intercontinentali. Di fatto Alitalia acquista forza nel mercato domestico, rafforzando il feederaggio, mentre non conquista grandi quote di mercato di voli internazionali.
Tutto perfetto? Ci sono due punti interrogativi. In primo luogo la fusione deve avere l’approvazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. La legge “Salva Alitalia” del 2008 non permetteva infatti all’Antitrust d’intervenire in caso di concentrazioni, ma questa legge ha avuto una durata limitata a tre anni e dunque da questo anno ha il potere di controllare le fusioni. I problemi maggiori all’ottenimento dell’autorizzazione potrebbero derivare da alcune rotte da Fiumicino, dove la compagnia di bandiera controlla già il 50 per cento degli slot. Bisogna anche ricordare che sempre più tratte vedono la concorrenza di vettori low cost e del treno ad alta velocità. Senza dubbio l’Antitrust terrà in conto queste due variabili.
Il secondo punto interrogativo deriva dalla situazione finanziaria delle due compagnie. Alitalia non dovrebbe aver raggiunto il pareggio operativo nel 2011 e i due piccoli vettori annessi non avevano una situazione finanziaria tranquilla. Sommando due segni meno, il rosso diventa ancora più grande. Le economie di scala potrebbero nascere da un buon feederaggio da parte di Blu-Express nello scalo di Fiumicino per i voli intercontinentali di Alitalia, sempre che l’Antitrust lo permetta.
I problemi maggiori per Alitalia tuttavia non derivano dall’interno, dove Rocco Sabelli ha saputo fare un buon lavoro di razionalizzazione di costi, quanto dal socio estero, Air France-KLM. Il primo azionista della compagnia italiana continua a macinare perdite e solo il bilancio 2010-2011 era stato “salvato” dalla vendita di Amadeus. Nel corso di questo ultimo esercizio le perdite potrebbero superare il miliardo di euro, tanto che l’amministratore delegato Alexandre de Juniac ha annunciato un piano di razionalizzazione costi per circa 2 miliardi di euro nei prossimi due anni. E i sindacati francesi hanno già annunciato scioperi a catena, dimostrando che il “National Champion” non ha saputo riorganizzarsi di fronte alla crescita delle compagnie a basso costo ed è rimasto indietro.
AirFrance affonda, mentre Alitalia cresce per vie esterne. Per una volta sembra che l’attore forte sia la compagnia italiana.

Da L'Occidentale, 27 gennaio 2012

Professioni e liberalizzazioni il bicchiere mezzo vuoto. "Passi avanti troppo timidi"


MEDICI
Liberalizzazioni flop. Doveva essere una "rivoluzione a 360 gradi". Ma alla fine il decreto Cresci-Italia, varato la scorsa settimana, almeno per quanto riguarda il capitolo dedicato alle professioni, sembra notevolmente ridimensionato. L'aspettativa dei consumatori era molto alta. L'abolizione totale delle tariffe, sia minime che massime, anche come solo riferimento, unito all'obbligo di preventivo scritto, nel quale il professionista doveva indicare gli estremi della polizza Rc, promettevano bene. All'ultimo minuto, però, quell'obbligo è sparito, declassato a facoltà e solo dietro richiesta specifica del cliente. Un passo indietro che rimanda a una serie di domande per ora senza risposta: alla fine quale sarà il guadagno reale per i consumatori? Pagheremo di meno le parcelle? Le tariffe e le prestazioni saranno più trasparenti? Il servizio migliorerà? E quali nuove occasioni si aprono peri giovani? Sarà più facile e veloce accedere alle professioni?
Il decreto, che ha appena iniziato il suo iter parlamentare di conversione in legge, introduce alcune novità anche sul piano di tirocini e praticantati che non potranno durare più di 18 mesi. E di questi un semestre potrà essere svolto all'università, sia durante il ciclo triennale che in quello specialistico. O, in alternativa, dopo la laurea, presso un'amministrazione pubblica.
Tra i professionisti più toccati dal Cresci-Italia troviamo notai e farmacisti. I primi faranno i conti con un ampliamento della pianta organica di 500 unità (in tutto saranno messi a concorso 1.500 posti entro il 2014, tra vecchi e nuovi). I secondi dovranno misurarsi con l'apertura di oltre 5 mila nuove farmacie su tutto il territorio nazionale, ma conserveranno la possibilità di vendere i farmaci di fascia C con ricetta. Basterà questo per creare più concorrenza e abbassare i prezzi?
Le professioni sanitarie si salvano dallo "tsunami" delleliberalizzazioni, anche nella loro ultima e più modesta versione. Escluse dalle norme sul tirocinio più breve e da svolgersi anche in università, ad esempio. Partita vinta anche sull'obbligo per i medici di famiglia di inserire in ricetta la dizione sui farmaci equivalenti da erogare al paziente in alternativa a quelli di marca, da parte del farmacista, se il prezzo è inferiore. Ebbene anche quest'obbligo, contestato dall'associazione dei medici di base ma anche da Farmindustria, all'ultimo momento è saltato. Ora i medici possono scrivere in calce alla ricetta "sostituibile" oppure "non sostituibile", ma anche niente. E in quest'ultimo caso il farmacista può, anche qui nessun obbligo, offrire al cliente un farmaco equivalente che costi meno. «Ci preoccupa soprattutto la parte del decreto in cui si dice che il medico deve informare il cittadino su tutta una serie di variabili nella scelta del farmaco che neanche l'Aifa sa, figuriamoci noi», sidifende Giacomo Milillo, segretario Fimmg, Federazione medici di famiglia. «È un'ipocrisia. Noi inizieremo una campagna di tutela dei medici invitandoli a scrivere sempre "non sostituibile", dopo aver concordato la prescrizione con il paziente, in modo da essere certi che il farmaco che prenderà sarà effettivamente quello che secondo noi è il più appropriato, brand o generico che sia». Alla fìne, tenuto conto anche dello stop alla libera vendita dei farmaci di fasciaC (quelli con ricetta, ma a carico totale del paziente) presso le parafarmacie, stesso risultato: zero risparmi per il consumatore.
L'abolizione delle tariffe (quelle massime in campo medico non sono mai esistite e quelle minime sono state di fatto cancellate già da Bersani) e l'opzione, non più l'obbligo, di presentare preventivo scritto, ma solo su richiesta del paziente, riguardano solo i medici che erogano le prestazioni in cliniche non convenzionate e studi privati. E con ogni probabilità potrebbero avere un effetto tangibile più sulle operazioni chirurgiche che non su visite e diagnosi. Se il paziente lo richiede, ora a differenza di prima un chirurgo dovrà mettere nero su bianco il costo di ogni voce legata all'intervento, dall'anestesia all'assistenza.

NOTAI
«Non chiamatela liberalizzazione. Per i notai, si tratta solo di pianificazione». Serena Sileoni, ricercatrice dell'Istituto Bruno Leoni, è netta: «Le liberalizzazioni creano competizione e concorrenza. L'aumento dei posti disponibili, come nel caso dei notai, non è detto che comporti in automatico una maggiore efficienza del servizio e dunque onorari più bassi». L'intervento sui notai, «minimo», lo definisce Sileoni, riguarda in effetti la sola pianta organica che viene ampliata di 500 unità, mentre andranno a concorso 1.500posticomplessivamente, tra vecchi e nuovi, in tre bandi entro il 2014. Poi, certo, anche per i notai intervengono le disposizioni su preventivo e tariffe. «Accrescere la pianta organica non necessariamente farà decollare le transazioni, anche perché se non si vendono immobili o non si aprono nuove società certo non dipende dai notai. La crisi e l'aumento dei costi in generale sta operando da tempo e in profondità», prosegue Sileoni. «Il punto è anche un altro: il sistema fiscale che sta dietro gli atti. Posso anche aumentare il numero di notai sul territorio, ma se le imposte sui singoli atti non cambiano, difficilmente i prezzi scenderanno. E le imposte pesano per i quattro quinti. La grossa ingessatura di questo mercato non è tanto l'onorario del notaio, quanto le altre tasse. Si, certo, forse ci sarà più flessibilità nelle tariffe. Ma l'effetto finale sul cittadino sarà marginale. Già oggi molti notai sono disposti a fare un preventivo. Non credo che le nuove norme, appena 500 posti in più, incentiveranno più di tanto la concorrenza sulle tariffe». Come uscirne? «La concorrenza tra notai si può ottenere solo facendo entrare nuovi soggetti nel mercato, così come accadde ai tempi della lenzuolata di Bersani con parafarmacie e corner degli ipermercati dove vendere i farmaci da banco», suggerisce Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. «Il vero nodo è togliere. alcune attività ai notai, oggi in esclusiva, e consentirle anche ad avvocati, commercialisti o segretari comunali. Come le autentiche di firme e di atti, la costituzione di piccole società, alcuni rogiti. Senza sconvolgere il sistema della tutela della legalità che certo spetta ai notai, garanti della certezza del diritto ma con un'esclusività troppo ampia. E la società semplificata a 1 euro, prevista dal decreto per gli under 35, che non ha bisogno del passaggio dal notaio, è già un primo passo».

AVVOCATI
Il fronte degli avvocati si è rivelato il più agguerrito. «Non c'è dubbio che per gli avvocati l'obbligo di un preventivo sia una vera rivoluzione copernicana, proprio perché storicamente convinti che sia impossibile calcolare in anticipo il costo di una causa», spiega Paolo Martinello, avvocato e presidente di Altroconsumo, una delle più importanti associazioní italiane dei consumatori. Un cambio di mentalità un po' annacquato, visto che l'obbligo è saltato proprio alla vigilia della pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale. Ma il cliente, se lo vuole, potrà sempre richiederlo e ottenerlo. Ci saranno risparmi? «Diciamo che la liberalizzazione delle professioni crea sicuramente uno scenario per la discesa dei prezzi, ma non ci sarà un effetto immediato», prosegue ancora Martinello. «Si tratta di un processo più lungo e articolato, al termine del quale potremo avere risparmi significativi anche dell'ordine del 30% sulla parcella media. Già in questi anni abbiamo avuti episodi significativi di ribassi importanti, provenienti soprattutto da studi aperti da gruppi di giovani avvocati. Ma questi tentativi sono stati finora repressi, soffocati, boicottati e talora anche puniti dagli Ordini. Grazie al decreto gli sconti diventeranno sempre più diffusi. Lentamente le tariffe caleranno, la pubblicità aumenterà e i vantaggi per i cittadini saranno tangibili. Le proteste degli avvocati sono francamente incomprensibili, e lo dico da avvocato! C'è una profonda sfiducia che serpeggia all'interno degli stessi Ordini nella capacità della professione di uscimevincenti. Il pemo del nuovo scenario è senz'altro la pubblicizzazione. Il vero preventivo è proprio questo: il professionista si prende tutti i rischi del caso, promuovendo alcune tipologie di cause ad un dato prezzo, proprio perché non sa quante saranno le telefonate, gli atti, le udienze. Non sottovaluterei questo meccanismo che introdurrà sicuramente dinamismo». Più scettico Silvio Boccalatte, ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni che definisce la nuova lenzuolata di liberalizzazioni «una montagna che ha partorito un topolino e per giunta gracile». Il decreto sulle liberalizzazioni «declama l'abolizione delle tariffe (tranne che in caso di liquidazione da parte dei giudici, il che è corretto), ma stabilisce che "in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguato all'importanza dell'opera". E quindi? Quindi si è legittimati a ritenere che non sia cambiato assolutamente nulla. Certo, non si menziona più il "decoro" della professione, ma un compenso reputato inadeguato all'importanza dell'opera sarà automaticamente da considerarsi "indecoroso": un bel valzer di parole, ma ci si continua a dimenare sulla stessa mattonella, senza fare un passo in avanti».

FARMACISTI
Un servizio più capillare e prezzi al consumo più bassi: è la posta in gioco del decreto legge del 20 gennaio, in materia di distribuzione del farmaco. Ma sono deluse le organizzazioni dei consumatori, come Cittadinanzattiva e Federconsumatori. «Occorreva liberalizzare tutta la fascia C e portare avanti la riforma Bersani del 2006, mettendo fine al monopolio delle farinacie, in favore delle parafarmacie», dice Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori.
L'arrivo di circa 5.000 nuove farmacie (nella seconda parte del 2012), grazie alla revisione delle "pianta organica" (con quorum, ovvero il rapporto farmacia/cittadini, abbassato a 3.000), è comunque un dato forte. Tutti gli esercizi hanno da subito libertà di orario, oltre gli obblighi stabiliti dai turni già in vigore. C'è poi la possibilità di aprire farmacie nei vari scali, nelle aree di servizio e nei centri commerciali.
In giro si vedranno, dunque, più esercizi e probabilmente meno laureati in farmacia disoccupati. La differenza si sentirà soprattutto nei piccoli centri: per fare alcuni esempi, in un comune con 6 mila abitanti, mentre ora c'è una sola farmacia, ce ne potranno essere 2; in un centro con 10 mila abitanti, si passerà dalle 2 attuali alle 4 possibili; in uno di 12.500, da 3 farmacie a 5.
Ma i nuovi parametri, questo è senza dubbio un difetto, non tengono conto dei flussi demografici temporanei, cioè della migrazione ciclica della popolazione nei periodi di vacanza o a causa del pendolarismo lavorativo. In un piccolo comune balneare o di montagna, per esempio, spesso la popolazione nei mesi di alta stagione si moltiplica esponenzialmente e certo una o due farmacie in più non possono bastare.
Un punto potenzialmente positivo per gli utenti è la facoltà immediatamente conferita alle farmacie di praticare sconti sul prezzo delle medicine. Da qui potrebbero arrivare risparmi per i cittadini, ma occorrerà capire, per la reale efficacia dei ribassi, se tra le farmacie si stabilirà un effettivo spirito concorrenziale, mettendo da parte i cartelli. Cosa che al momento, date le barricate di Federfarma (le farmacie sciopereranno il 1° febbraio), sembra difficile.
È un'incognita, infine, anche la questione dei cosiddetti "equivalenti". Il dottore che prescrive una medicina, infatti, deve apporre la dicitura: "sostituibile con equivalente generico", oppure "non sostituibile" («nei casi in cui - afferma il testo del decreto - sussistano specifiche motivazioni cliniche contrarie»). Qui i risparmi potenziali sono nelle mani dei medici e della loro eventuale fiducia nei prodotti "no logo".

Da Repubblica - Affari e Finanza, 30 gennaio 2012

E ora anche Air France mette nei "guai" Colaninno e soci

Mentre Alitalia ha dato il via a un progetto di integrazione con Blue Panorama e Windjet, Air France-Klm, che negli ultimi anni ha mostrato di perdere continuamente competitività, sembra essere diventata ormai un problema per la compagnia italiana. Indubbiamente, i costi del vettore guidato da Rocco Sabelli sono molto inferiori a quelli del colosso franco-olandese e non è un caso che quest’ultimo abbia chiesto ai sindacati di rinegoziare i contratti di lavoro con l’obiettivo di ridurre i costi salariali di mezzo miliardo di euro. Il semestre marzo-settembre, che è il migliore del settore aereo per chiare ragioni di stagionalità, è stato chiuso con un rosso di oltre 180 milioni di euro. L’anno precedente aveva registrato un utile di oltre un miliardo di euro, ma bisogna anche dire che il dato era condizionato dalla vendita di Amadeus, che aveva apportato risorse fresche e che di fatto avevano salvato il bilancio. L’aumento del prezzo del petrolio ha fatto il resto e nel corso dell’anno fiscale 2011-12 le perdite di Air France-Klm potrebbero superare abbondantemente il miliardo di euro (ieri, il Ceo Alexandre de Juniac, in un'audizione paramentare, ha affermato che la perdita operativa del 2011 dovrebbe ammontare a "parecchie centinaia di milioni di euro").
E Alitalia? Nei primi nove mesi la perdita operativa di Alitalia è stata di “soli” 25 milioni di euro e dunque, si può dire senza dubbio, che la compagnia italiana si stia comportando meglio del partner francese. Quali le conseguenze di questa divergenza di comportamento? Air France-Klm ha già annunciato che nel corso del 2013 non riuscirà a salire nel capitale di Alitalia. La compagnia francese aveva già dovuto fare una svalutazione viste le perdite complessive della nuova gestione di Alitalia, oltre 600 milioni di euro nei tre anni successivi alla rinascita. La quota azionaria del 25% detenuta dalla compagnia di Jean Cyril Spinetta dovrebbe essere ulteriormente svalutata e la crescita nel capitale di Alitalia è improponibile ora che i francesi hanno un piano di recupero di competitività di due miliardi di euro da qui al 2014.
Due miliardi di euro sono una cifra molto importante anche per il colosso franco-olandese che si deve oltretutto scontrare con l’arrivo di una recessione molto dura per l’Europa. La stessa recessione che non ha portato a un abbassamento significativo del prezzo del petrolio (come ci si poteva aspettare), che continua a viaggiare intorno a quotazioni di 100 dollari al barile e la stessa recessione con la quale si deve confrontare Alitalia.
Rocco Sabelli indubbiamente ha saputo ridurre i costi aziendali, ma il vettore italiano rimane troppo piccolo per competere a livello globale. I passeggeri trasportati nel 2011 dovrebbero essere 24,7 milioni, contro i 55,5 milioni di Easyjet e i 76,1 di Ryanair, rispettivamente la terza e la seconda compagnia sul mercato italiano. La force de frappe dei due vettori low cost è enorme e durante periodi recessivi storicamente le difficoltà sono maggiori per i vettori tradizionali che per i vettori low cost. Ryanair ha registrato delle ottime performance di traffico sia nel biennio successivo all’attacco alle Torri Gemelle che durante la dura fase recessiva del 2008-2009 dopo la crisi (da 49 a 65 milioni di passeggeri annui).
Il pareggio di Alitalia non è stato raggiunto quasi certamente nel corso del 2011, come era previsto dal Piano Fenice, ma quel che è più difficile da affrontare ora per la compagnia di Rocco Sabelli è il tema alleanza. La scelta di Air France, che era inevitabile nel 2008, si sta lentamente trasformando in un peso per l’azienda italiana. I francesi non riescono a salire e al contempo non riescono ad apportare risorse nuove alla compagnia italiana. Sembra quasi che Alitalia non sia più tanto il problema di Air France, quanto la compagnia francese sia un problema per Alitalia.

Da ilSussidiario.net, 27 gennaio 2012

Impigliati nella rete

Lo stridio dei freni si sentiva fin nei corridoi di palazzo Chigi, venerdì 20 gennaio, durante il Consiglio dei ministri no stop. Otto ore di discussione tra furori liberisti e il realismo di chi, preoccupato dalle fughe in avanti, messo sotto pressione da lobby forse meno rumorose ma ben più radicate dei tassisti o dei camionisti, ammoniva che il meglio è il contrario del bene. Alcuni hanno rappresentato Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, per sei anni predicatore disarmato dal pulpito dell'Antitrust, come campione delle liberalizzazioni. Mentre Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, titolare del decreto, avrebbe assunto una posizione sistemica, con sfumature stataliste. Dagherrotipo troppo sfocato. Viene evocata la partecipazione di Intesa in Ntv, la società dell'alta velocità di Luca Montezemolo e Diego Della Valle: per non incappare in nessun conflitto d'interesse, nemmeno retroattivo, l'ex banchiere adesso sposa la cautela. Ipotesi maliziosa tanto quanto la dietrologia secondo la quale non conviene svalutare le Fs in attesa di accorparle dentro Cassa depositi e prestiti (Cdp) insieme a una buona fetta delle partecipazioni statali.
Certo Mario Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie, tira un sospiro di sollievo. Con lui Massimo Sarmi, perché non si farà nulla nei servizi postali, o Franco Bernabè, la cui rete telefonica non è nemmeno menzionata. Se la sono cavata i Benetton e i Gavio: la scala mobile delle tariffe non viene toccata, ogni anno sale per due terzi del costo della vita stimato dall'Istat. Il price cap (che lega il prezzo in rapporto all'efficienza del servizio e agli investimenti) resta un'ipotesi e a fare da argine ci pensa il presidente dell'Aiscat, l'associazione dei concessionari, Fabrizio Palenzona. I Moratti, i Garrone e gli altri petrolieri hanno difeso con successo la loro posizione: potranno rifornirsi a piacimento dal migliore offerente solo i benzinai proprietari dell'impianto. E qui i numeri ballano - le associazioni di categoria parlano di mille al massimo su 25 mila, il governo di 10 mila. Persino i tassisti hanno ottenuto una pausa di riflessione.
Dunque, l'unica a rimetterci è l'Eni, costretta a vendere Snam? Paolo Scaroni non si è messo di traverso e ha fatto bene, ma ci vogliono sei mesi per partorire un decreto che stabilisca tempi e modi del break up. Carlo Scarpa, docente di politica industriale a Brescia, sostiene che «è un termine ordinatorio non tassativo, quindi è di fatto un rinvio». Comunque vada, sarà ceduta l'intera società, cioè il ciclo integrato che va dallo stoccaggio alle bollette riscosse. casa per casa. Bisogna vedere se nuovi operatori potranno accedere, e in quali condizioni, a monte e a valle della rete. Poi occorre studiare le condizioni di mercato e capire chi saranno i nuovi azionisti. Cdp farà da baluardo, come è successo con Terna separata nel 1999 quando al ministero dell'Industria c'era Pier Luigi Bersani, messa in vendita nel 2004 da Antonio Marzano e controllata per il 29% dalla Cdp.
Il principio aureo della concorrenza per il quale si battono i liberisti di ogni ordine, grado e preferenza politica, dai bocconiani «di sinistra» come Francesco Giavazzi e Alberto Atesina ai ragazzi dell'Istituto Bruno Leoni guidati da Alberto Mingardi, che ogni anno pubblicano il loro indice della libertà economica, si basa sulla netta distinzione tra chi produce e chi distribuisce, con il fine di aumentare la competizione, migliorare l'efficienza e abbassare i prezzi. In Italia è sul tappeto rosso della politica dal 1994 quando al governo c'era Carlo Azeglio Ciampi. E ci resterà ancora a lungo.
Una cosa è scrivere eleganti formule sui libri di testo, tutt'altro è affrontare la realtà, vischiosa, infida, con i suoi potenti blocchi d'interesse. Chi controlla le reti controlla tutto. Il monopolio naturale dà un vantaggio incomparabile. Anche quando, come avviene nei telefoni e come accadrà sui binari, si è costretti ad aprire le infrastrutture ai concorrenti. Non solo in Italia. Gli spiriti liberalizzatori della Ue, ai quali Mario Monti ha dato un importante contributo come commissario alla Concorrenza, ripiegano stanchi di fronte a una crisi che impone altre priorità e alla pressione degli interessi costituiti. Prendiamo il gas. A Bruxelles il principale fornitore del continente, il colosso russo Gazprom, ha premuto per scongiurare la separazione delle reti. Preferisce stringere accordi tra monopolisti, senza contrattare in continuazione il prezzo, e magari offrire sconti in cambio di un ingresso come distributore sui mercati più ghiotti. L'esigenza di mantenere il controllo si fa più pressante ora che arriva un'offerta di gas non convenzionale da aree geografiche diverse rispetto a Russia e Nord Africa.
Un altro punto interrogativo riguarda le Authority. Sono già 13 e il governo aveva annunciato lo sfoltimento. Invece, ne nascerà un'altra per mettere sotto controllo i mezzi di locomozione pubblici esclusi gli aerei. Nel frattempo, l'Autorità che si occupa di elettricità, gas e acqua; estende il suo raggio d'azione a ogni tipo di rete, telefonia a parte. Con il pericolo che una soluzione nata come temporanea diventi permanente. Senza contare l'aggravio di compiti diversi: le bollette hanno poco in comune con i biglietti ferroviari e niente con il costo di un taxi. E che guaio mettersi a discutere con i Comuni se aumentare le licenze o come compensare i conducenti. Così, anche un organismo che ha funzionato bene, a giudizio di tutti, sia sotto Alessandro Ortis sia ora con Guido Bortoni, può diventare un carrozzone ingestibile.

Da Economy, 26 gennaio 2012

Tre misure liberali per il rilanciare il trasporto ferroviario

Rivoluzione liberale? No, grazie. Questa è la risposta chiara del Governo nel settore ferroviario. Non è un caso che l’amministratore delegato del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, il monopolista, si sia detto soddisfatto di questa “sventagliata” di liberalizzazioni.
Nella prima bozza del decreto circolata sembrava che anche il settore ferroviario potesse finalmente vedere la luce della concorrenza, grazie alla separazione della rete e alla creazione di un’Autorità dei Trasporti forte e con pieni poteri. Nella versione finale l’articolo relativo alla separazione è scomparso, mentre l’Authority rimane per ora sulla carta.
E perché i sindacati più estremi del settore scioperano? Non contenti di avere fatto 30, vogliono fare 31. Nella scorsa estate, una norma del Governo Berlusconi aveva introdotto l’obbligo di avere un contratto unitario nazionale nel settore dei trasporti. La tipica norma che, creando una barriera all’entrata, avrebbe appesantito i costi delle società di trasporto ferroviario nel settore merci. Nuovo Trasporto Viaggiatori non era interessata da questa norma perché era riuscita a trovare un accordo con i sindacati per un contratto di lavoro più flessibile e meritocratico.
L’Italia è un paese liberalizzato? Poco, basta vedere l’indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni che relega il nostro paese ad un grado di apertura alla concorrenza molto inferiore alla sufficienza. E perché Mauro Moretti, AD di FS continua a prendere ad esempio la Germania come modello e cerca in tutti i modi di screditare il modello britannico?
Esistono altri modelli, ma per correttezza è bene guardare fino in fondo i dati dell’Italia, della Gran Bretagna e anche quelli della Svezia, altro paese dove nel 1988, ben 24 anni fa, si decise per la separazione della rete. E partiamo proprio da quest’ultima tematica. La separazione, osteggiata da FS che controlla sia la rete tramite RFI che l’operatore monopolista, Trenitalia, ha dimostrato di portare un grande vantaggio sia ai consumatori che al contribuente.
In Svezia il costo della rete per treno-chilometro è inferiore a quello italiano del 42 per cento, mentre il risparmio in Gran Bretagna (separata nel 1994) è inferiore del 30 per cento rispetto all’Italia. La rete non avrebbe bisogno di contributi pubblici in Italia se il grado di efficienza fosse uguale a quello svedese. Non si parla di bruscolini, ma di 1,2 miliardi l’anno.
La sicurezza in Gran Bretagna è peggiorata? Qui Moretti con l’appoggio dell’editorialista del Corriere della Sera Massimo Mucchetti evidentemente non guarda dati aggiornati. La Gran Bretagna nell’ultimo quinquennio ha dimostrato di avere un sistema ferroviario più sicuro di quello italiano. Dati Eurostat, non Virgin Train.
Ultimo, ma non meno importante è guardare l’andamento della domanda. Ci si potrebbe aspettare che la situazione britannica sia peggiore, dal momento della liberalizzazione, rispetto a quella tedesca o italiana. Così non è.
Quale è stato infatti il paese che ha registrato la maggior crescita nel trasporto ferroviario passeggeri, senza aver investito grandi somme in alta velocità? Ovviamente la Gran Bretagna che ha registrato tra il 1995 e il 2010 una crescita di oltre l’80 per cento dei passeggeri-chilometri. In Germania la crescita è stata inferiore al 20 per cento, sotto alla media europea, mentre in Svezia l’aumento della domanda ha superato il 60 per cento.
Quale prestazione per l’Italia, visti anche i grandi investimenti in alta velocità? Per inciso, si ricorda che il nostro paese è quello che ha maggiormente investito in termini di miliardi di euro in Europa per l’alta velocità. La domanda italiana, nonostante questo, è rimasta stabile nel periodo considerato, con una caduta del traffico di oltre il 5 per cento tra il 2006 e il 2010. Un dato preoccupante, che di fatto ha fatto diminuire la quota di trasporto modale del treno, al contrario di Svezia e Gran Bretagna.
Il nostro sistema ferroviario può essere migliorato? Certamente. In primo luogo con una piena separazione tra RFI e Ferrovie dello Stato. Dare ad un altro ministero – visto che l’azionista pubblico rimarrebbe comune – la gestione della rete è essenziale per fare una competizione ad armi pari. Secondo, ma non meno importante, è creare un’Autorità forte che sappia fare rispettare le regole del gioco competitivo. Ultimo, ma non meno importante, è necessario introdurre immediatamente le gare nel settore pendolari. Attualmente il mercato del trasporto regionale è chiuso e non esistono esperienze serie di gare.
Con queste tre semplici misure, l’Italia ferroviaria potrà ricominciare a correre, magari al pari di Gran Bretagna e Svezia e non come la Germania.

Da Libertiamo, 25 gennaio 2012

Poche ferrovie e vie del mare, così i Tir fanno quel che vogliono

I prefetti si mobilitano e parte lo stop ai blocchi dei tir. Ma se le proteste continuano, fermando la circolazione e i trasporti, sorge la domanda: com’è possibile che i cortei degli autotrasportatori riescano a mettere in crisi un Paese?
Oltre ai disagi, ci sono i danni economici. Per fare un esempio, le perdite degli agricoltori, le cui merci restano ferme per il blocco, toccano i 50 milioni di euro al giorno. Al centro delle proteste, inoltre, è un piccolo gruppo sindacale che conta al loro interno circa 7.000 membri, mentre la maggioranza delle organizzazioni delle aziende degli autotrasporti ha sottoscritto la proposta del governo. Insomma, sembra che bastino pochi per bloccare tutto. Perché? Lo spiega Andrea Giucirin, professore a contratto di Finanza Pubblica presso l’Università Milano Bicocca.

«È un problema piuttosto grave», racconta. «Succede spesso che si ricorra a questo tipo di protesta, cercando di bloccare il traffico e la circolazione. Penso, ad esempio, alle azioni degli operai di Pomigliano D’Arco». Insomma, «è una brutta abitudine, che va contro al diritto degli altri di circolare, che non viene mai combattuta sul serio». Ma il punto è un altro. In Italia l’alternativa al trasporto su strada è molto limitata.
«Ad esempio, se pensiamo all’economia ferroviaria italiana», spiega, «si vede che è sviluppata molto bene, sia per trasporti che per capillarità. Ma solo al nord». Al sud la questione è molto più difficile. «In sostanza, manca tutto». E, soprattutto, «non è stato sviluppato un sistema efficace di intermodalità», attraverso il quale le merci possano passare da un mezzo di trasporto all’altro con facilità. «È il caso del rapporto tra le ferrovie e i porti: spesso non ci sono collegamenti tra i due mezzi». Di conseguenza, «le navi container preferiscono attraccare dei porti di Rotterdam e di Anversa, (anche se allungano il tragitto di almeno cinque giorni) e poi trasportare le merci in Italia». Non bastasse, «in diversi porti italiani non sono stati fatti i lavori necessari per ospitare grandi navi di trasporto». Si pensa al porto di Trieste, che pure, avendo un fondale basso, sarebbe perfetto per ospitare i grandi trasporti e «che viene superato, però, dal vicino porto di Capodistria», in Slovenia.
Per via aerea, c’è un altro problema, di natura diversa: «le dogane». Secondo Giuricin, «è un problema un po’ ridicolo», ma le merci che arrivano in Italia per via aerea devono affrontare una trafila di lungaggini burocratiche «che durano almeno 24 ore». Per fare un esempio, gli aerei «preferiscono, piuttosto che atterrare a Malpensa, arrivare a Francoforte, e poi da lì smistare la merce e farla arrivare in Italia con i tir». In questo modo, pur atterrando a 500 km di distanza da Milano, si riesce a fare più in fretta. Anche se aumentano i costi in termini di traffico, di consumo e di inquinamento. «Non si affidano ai treni perché, a quel punto, è più semplice il tipo di trasporto point-to-point, reso possibile solo con i camion».
E, infine, anche nello stesso mondo degli autotrasportatori: questa volta, il problema è il «nanismo delle imprese: la maggior parte delle imprese di autotrasporti è molto piccola, a conduzione familiare, con due o tre camion». La cosa, oltre che provocare grande frammentazione nella categoria, «ha ricadute nel volume degli affari», che, per le aziende, «è molto piccolo». Sono i casi in cui «i tir hanno il carico per l’andata, ma non per il ritorno. Cioè fanno il secondo viaggio vuoti, e in questo modo sprecano soldi, tempo e inquinano». In questo modo, l’intero comparto dei trasporti soffre di più se aumenta il prezzo del carburante, che è già tra i più alti d’Europa, se aumenta la concorrenza e l’abuso.
Insomma, «si deve agire su concorrenza, intermodalità e burocrazia». Sono le tre frontiere, secondo Giucirin, attraverso le quali «il trasporto italiano può diventare più fluido» e renderlo meno attaccabile.

Da Linkiesta, 25 gennaio 2012

Lastwagenfahrer in Italien legen den Verkehr lahm

Lunedì scorso i sindacati radicali dei trasportatori italiani hanno bloccato il trasporto di merci sulle autostrade e principali strade provinciali. Sotto la vigilanza della polizia i sindacati hanno bloccato importanti tratti e svincoli autostradali. I vettori cercano di partecipare alle proteste contro la liberalizzazione promossa dal governo Monti, anche se di fatto questa li colpisce direttamente. Si protesta contro il rincaro delle accise sui carburanti e gli aumenti del pedaggio autostradale applicati da gennaio.
I trasportatori reclamano, tra l'altro, che i conseguenti oneri a carico del loro settore siano rimborsati. Le proteste sono iniziate la settimana scorsa in Sicilia, lasciando a secco le pompe di benzina e vuoti gli scaffali dei negozi. I precoci raccolti di frutta e verdura dalla Sicilia non hanno potuto raggiungere gli acquirenti del Nord. E' anche stato segnalato che apparati mafiosi sarebbero ben rappresentati dai trasportatori e che pertanto non si possa lasciare ai manifestanti il controllo sull'isola. Hanno scioperato anche i tassisti, benché della liberalizzazione proposta per loro non sia rimasto molto più del trasferimento della competenza al rilascio delle licenze, dai Comuni all'amministrazione statale.
La piccola minoranza dei liberali italiani, organizzati intorno all'istituto Bruno Leoni, accusa il primo ministro di fare molto fumo e poco arrosto. Alla presentazione del pacchetto liberalizzazioni, il premier avrebbe rinviato a studi OCSE che prospettano per l'Italia per effetto della liberalizzazione del mercato una crescita dell'11%, sebbene suddivisa in diversi anni. Ma il presupposto di simili effetti sarebbero però misure di liberalizzazione ben più ampie, alla maniera di Margaret Thatcher. E sembra volercisi mettere anche il partito dell'ex premier Silvio Berlusconi a diluire i limitati propositi di Monti. Quest'ultimo ha annunciato che per ora non intende ricorrere alla fiducia per l'approvazione del pacchetto liberalizzazioni, ma che ritiene preferibile evitare che sia aperto del tutto alla revisione in parlamento.

Da Frankfurter Allgemeine Zeitung, 23 gennaio 2012

Con lo scorporo Snam da Eni si apre l'autostrada del gas

Separare chi gestisce l'importazione del gas, il colosso Eni, da chi lo distribuisce nel Paese, Snam Rete Gas, società controllata dall'Eni. È
probabilmente il più corposo (e coraggioso) provvedimento contenuto nel decreto dell'esecutivo sulle liberalizzazioni. Che ha un obiettivo preciso - abbassare le bollette delle famiglie e delle imprese - e un modello già sperimentato da seguire: la divisione fra Enel e Tema, la società nata per la rete ad alta tensione, che prima era inglobata nel gigante elettrico. I benefici per gli utenti di questa separazione avviata tredici anni fa sono stati impressionanti: dal 1999 a oggi il prezzo sulla bolletta è salito di meno del 2%.
Per ottenere simili effetti nel mercato del gas ci vorrà tempo, certo. Lo ha sottolineato in qualche modo lo stesso Paolo Scaroni, Ad Eni, dichiarandosi «pronto» a cedere Snam cercando di «realizzare il massimo valore» per gli azionisti: «Di per sé non credo che ci saranno grandi vantaggi per i consumatori da questo specifico provvedimento». Ma il livello da cui si parte lascia ampi spazi di miglioramento sul fronte tariffario: l'Italia ha il metano più caro d'Europa e le imprese pagano bollette più salate di un terzo rispetto ai concorrenti esteri. Secondo Confartigianato, il peso delle tariffe energetiche è del 3,9% in Italia (contro il 2,9% della Francia e il 2,5% della Germania) e quello dell'import di energia del 4,9% (contro il 3,6% di Parigi e il 3% di Berlino). Per comprendere i possibili benefici in termini di concorrenza della separazione di Eni e Snam, bisogna considerare la situazione da cui si parte. Nell'ultima relazione annuale, l'Autorità per l'energia ha sottolineato come in Italia la rete di trasporto nazionale del gas sia in pancia a Snam Rete Gas, che possiede complessivamente 31.531 km di tubi su un totale di 33.584. Snam è una società del Groppo, Eni che detiene anche una quota di mercato del 96% degli stoccaggi (tramite Stogit) e del 23,2% della distribuzione locale (attraverso Italgas). L'ex monopolista pubblico è dunque una multinazionale verticalmente integrata «attiva lungo tutta la filiera dell'oil & gas e nella produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica». Limitatamente al gas, Eni possiede o controlla tutti i gasdotti internazionali attraverso cui il nostro Paese importa metano e ha una quota di mercato dell'85% nella produzione nazionale di metano e del 49,5% nelle importazioni nette. Per l'economista Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, «la separazione di Eni e Snam Rg rappresenta una delle migliori notizie che si possono trovare all'interno del provvedimento governativo». Perché scardina un assetto monopolistico dentro al quale può trovare spazio quella concorrenza alla quale è affidato il compito, secondo la prassi economica, di abbassare i prezzi.

Da Avvenire, 22 gennaio 2012

I superpoteri dell'Authority trasporti

Sarà pure transitoria ma la neonata Autorità per le Reti si presenta fin da subito come una realtà piuttosto complessa. Non si tratta di un nuovo ente, bensì dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas che accresce le proprie competenze, allargandole alle infrastrutture e ai trasporti, inclusi pure i taxi.
Il governo si è dato tempo tre mesi, nel decreto sulle liberalizzazioni approvato venerdì sera, per presentare un disegno di legge che istituirà «una specifica autorità indipendente di regolazione dei trasporti». Intanto, dal 30 giugno prossimo «sino all'istituzione dell'Autorità di regolazione dei trasport», sarà l'Authority dell'energia ad occuparsi di autostrade, ferrovie e taxi per stimolare la concorrenza in quegli ambiti, pur continuando a seguire cosa accade nei settori dell'elettricità e del gas. La decisone ha suscitato più di qualche perplessità, perché il risultato è una superauthority che dovrà destreggiarsi in settori completamente diversi tra di loro, che richiedono specializzazioni diverse. Obiettivo, dichiarato nel decreto, è fare in modo che l'Autorità delle Reti garantisca «secondo metodologie che incentivino la concorrenza, l'efficienza produttiva delle gestioni e il contenimento dei costi per gli utenti, le imprese e consumatori, condizioni di accesso eque e non discriminatorie alle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, alle reti stradali».
E così una sola Authority stabilirà le condizioni minime di qualità dei servizi di trasporto nazionali e locali quando si tratta di servizio pubblico o sovvenzionato, ma definirà anche i contenuti minimi degli specifici diritti (pure a livello di risarcimento) che gli utenti potranno esigere dai gestori. Non solo, definirà gli schemi dei bandi delle gare per l'assegnazione dei servizi di trasporto in esclusiva; stabilirà per le nuove concessioni autostradali i sistemi tariffari dei pedaggi basati sul metodo del price cap (ovvero sulle rivalutazioni dei prezzi inferiori all'inflazione); per l'infrastruttura ferroviaria invece definirà i criteri perla determinazione dei pedaggi da parte del gestore dell'infrastruttura e i criteri di assegnazione delle tracce e della capacità. Infine i taxi: l'Autorità stabilirà numero delle licenze in circolazione e tariffe.
Il primo effetto probabile sarà un inevitabile appesantimento burocratico della struttura. Perplessità le ha sollevate anche l'Istituto Bruno Leoni, il think tank che da anni si occupa di liberalizzazioni: «Il rischio è che dovendo sapere un po' di tutto, i commissari dell'Authority arrivino a prendere decisioni poco informate, poco specifiche e quindi poco adatte ed efficaci. Inoltre mettere insieme ambiti così grandi - sottolinea l'Istituto - significa creare un mostro burocratico poco snello nelle procedure e quindi poco incisivo nelle decisioni». Ma un altro problema nasce dall'aspetto transitorio della nuova Autorità. La scelta non convincerebbe appieno nemmeno Ntv, il futuro concorrente sull'Alta velocità delle Ferrovie dello Stato, che vede nel provvedimento degli effetti a lunga gittata ma non immediati.

Dal Corriere della sera, 23 gennaio 2012

Snam e il destino delle bollette

Adesso il mercato del gas è libero e felice? Il decreto liberalizzazioni prevede l'obbligo di emanare, entro sei mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, un decreto della presidenza del Consiglio atteso da anni, per avviare il processo di separazione proprietaria di Snam Rete Gas (che controlla la rete di trasporto nazionale del metano) dall'Eni.
Eni è il maggior importatore e venditore di gas nel nostro paese. Il fatto che il soggetto dominante sia "verticalmente integrato", cioè sia contemporaneamente presente nei segmenti competitivi del mercato e in quelli per loro natura monopolistici (come appunto la rete e gli stoccaggi), determina una serie di problemi dal punto di vista competitivo. In primo luogo, esso potrebbe approfittarne, per esempio attraverso una politica di investimenti infrastrutturali tesa ad assecondare non la domanda, ma gli interessi della società capogruppo. Inoltre, i potenziali nuovi entranti sono consapevoli di questo rischio, e quindi sono disincentivati dal tentare di sottrarre all'incumbent quote di mercato. Il decreto liberalizzazioni interviene su questo tema, coerentemente con le sollecitazioni della Commissione europea e dell'Autorità per l'energia.
Lo scorporo della rete gas dall'Eni è stato a lungo ostacolato dalla fortissima resistenza lobbistica della compagnia di Stato. Per capire se e quali conseguenze ci saranno, però, occorre vedere il modo in cui la norma verrà redatta. Il diavolo si nasconde nei dettagli, specie in questi casi. Di certo, se l'intervento sarà efficace potremo finalmente vedere diversi soggetti confrontarsi nella fornitura di gas alle famiglie e alle imprese, con potenziali benefici per tutti. Infatti è proprio la natura monopolistica del mercato a spiegare la differenza tra i prezzi italiani ed europei del gas. Una convergenza verso i valori medi dell'Ue renderebbe più competitive le imprese energivore e indirettamente potrebbe produrre anche un calo della bolletta della luce, visto che il metano è il principale combustibile oggi impiegato nella generazione di energia elettrica.

Da Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2012

Il tesoro della concorrenza

Più di 13 miliardi di risparmi all'anno - diretti e indiretti - per i cittadini, la possibilità di dimezzare il carico fiscale attualmente pagato per i servizi di erogazione di elettricità e gas e minori spese a carico dello Stato per circa 4 miliardi in sussidi a trasporto pubblico locale, ferrovie (solo traffico passeggeri) e servizi postali. Sono i vantaggi che deriverebbero, in un arco di tempo misurabile in 5-7 anni, ai consumatori/contribuenti se l'Italia come viene ricordato nella premessa al decreto sulle liberalizzazìoni licenziato venerdì scorso dal Governo - si allineasse alle best practice europee in fatto di mercati più concorrenziali. Il che significa non tanto dimostrare che le deregulation portano a riduzioni automatiche delle tariffe, quanto verificare la possibile convenienza, per le tasche dei cittadini e per i conti dello Stato, del costo finale del servizio comprensivo di sussidi e costi non immediatamente percepiti ma comunque pagati dal consumatore-contribuente attraverso la fiscalità generale.
Ma come si ottengono i 13 miliardi di minori costi? «Abbiamo innanzitutto preso in considerazione per cinque settori di public utilities i Paesi benchmark, cioè a più alto tasso di liberalizzazioni, individuati nel rapporto annuale dell'Istituto Bruno Leoni - spiega Ugo Arrigo, docente di Finanza pubblica presso l'Università Bicocca di Milano e curatore per Il Sole 24 Ore dello studio comparativo - e abbiamo immaginato che gli utenti italiani potessero godere delle stesse condizioni di prezzo (compresala componente fiscale) degli abitanti del Paese più deregolamentato, convertendo per i comparti diversi da quelli energetici i valori monetari in euro con le parità di potere d'acquisto calcolate dall'Ocse». E da questo confronto, ipotizzando prezzi invariati nel secondo semestre 2011 rispetto al primo (per gas ed elettricità) o nel 2011 rispetto al 2010 (per Tpl, ferrovie e servizi postali) e consumi annui invariati, emerge che la minore spesa annua ammonterebbe a 5,4 miliardi per il gas, 3,6 per l'elettricità,1,4 per i servizi postali, 1,1 miliardi per il Tpl e altri 1,4 per le ferrovie, immaginando in questi ultimi due casi che i livelli di consumo pro capite possano crescere sino agli stessi dei Paesi benchmark».
L'ipotesi dell'incremento della domanda non è avanzata a caso, perché una delle maggiori obiezioni all'apertura dei mercati è che potrebbero verificarsi impatti negativi sui livelli occupazionali. Ma i numeri dimostrano il contrario. «Prendiamo il trasporto ferroviario - aggiunge Arrigo - In Gran Bretagna prima della liberalizzazione si contavano 117mila addetti; dieci anni dopo, sommando i dipendenti di tutte le società in cui si è scisso il servizio, ammontavano a 112 mila, mentre i passeggeri in 15 anni sono quasi raddoppiati: la complessa riforma britannica ha comportato la perdita solo di 5mila occupati. In Italia, nel 1997 Fs contava 126mila dipendenti, che a fine 2010 si erano ridotti a 8omila, mentre i passeggeri attuali sono inferiori a quelli di allora. In Gran Bretagna l'occupazione ha tenuto, mentre i consumi sono aumentati e la modalità ferroviaria è stata rilanciata: ogni cento chilometri percorsi in Gran Bretagna la quota del treno è cresciuta tra la metà degli anni Novanta e oggi da 4,5 a 7 e in Svezia da 6 a quasi 10, mentre nel nostro Paese è diminuita da 6,5 a 5,5 facendo perdere 46mila occupati. Quindi con le liberalizzazioni si avrebbero impatti positivi collaterali anche su livelli di domanda, produttività e occupazione».
Stesse evidenze si ricavano anche nei servizi postali («In Olanda, Paese quattro volte più piccolo dell'Italia, Tnt, che non offre servizi finanziari, conta gli stessi addetti al recapito di Poste Italiane e un business tradizionalmente in utile»), mentre nel trasporto pubblico locale «far viaggiare un bus per un chilometro in Italia costa il doppio che in Gran Bretagna e 1,5 volte rispetto alla media Ue e il prezzo del biglietto, pari a un terzo dei costi, serve sostanzialmente a pagare le inefficienze del servizio. Aparità di sovvenzioni e senza inefficienze potremmo viaggiare gratis».
E se lo Stato aprisse con convinzione.alle liberalizzazioni, «risparmierebbe - conclude Arrìgo-1,6 miliardi all'anno in sussidi alle ferrovie, 2 miliardi nel trasporto pubblico locale e quasi 500 milioni nei servizi postali. Con questi risparmi potrebbe, per esempio, dimezzare l'esorbitante prelievo fiscale su elettricità e gas».

Da Il Sole 24 ore, 23 gennaio 2012

Scelte importanti ma da liberista faccio 3 critiche

"Erano anni che l'Italia aveva bisogno di un serio programma di manutenzione". "Non importa quanto duriamo, ma in che condizioni lasceremo l'Italia". "Misure incisive e corpose".
I giudizi del premier Mario Monti e del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sulle decine di articoli in cui si articola il provvedimento di liberalizzazioni varato ieri dopo otto ore d'esame dal Consiglio dei ministri danno bene l'idea dell'importanza attribuita al provvedimento. Al quale se ne aggiungerà subito un secondo, sulle semplificazioni, mentre decisioni aggiuntive sono in arrivo per l'apertura rapida dei cantieri infrastrutturali con sblocco di congrui finanziamenti Cipe.
Monti è stato commissario alla Concorrenza europea. E alle misure ha molto lavorato l'ex presidente dell'Antitrust, Catricalà, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il governo rimette così al centro dell'agenda nazionale l'apertura alla concorrenza. E fa bene. Non porterà a breve risultati miracolistici nella crescita a segno meno che incombe sull'Italia (e su tre quarti d'Europa), ma ne attenuerà gli effetti. E alla lunga concorrerà a ricondurci meglio verso una crescita che punti al più 2% di Pil l'anno. Crescita che deve restare obiettivo costante, se vogliamo rendere sostenibile un rientro del debito pubblico che non ammazzi il Paese sotto il peso di tasse e disoccupazione.
L'ampiezza dei settori e degli interessi toccati dal provvedimento era necessaria. Non solo perché sono tanti gli ambiti della vita economica e amministrativa italiana in cui la concorrenza latita. Ma anche per dare tangibilmente l'idea che non si tratta di misure che mettano nel mirino questa o quella rendita di posizione, bensì di una svolta complessiva intesa a produrre il massimo per tutti - consumatori finali e imprese concorrenti - dei benefici in termini di minori prezzi e tariffe, di maggiore occupazione, redditi d'impresa e di lavoro.
Detto questo, non posso nascondere, insieme ai miei sodali dell'Istituto Bruno Leoni, di essere un sostenitore radicale della bontà della concorrenza, della libertà d'impresa e dei loro effetti benefici. Di conseguenza, reso omaggio al forte investimento simbolico e politico del governo sulle liberalizzazioni, è nostro compito osservare che, esaminate le norme, di meglio si poteva e si doveva fare. Almeno tre restano le perplessità di fondo.
La prima ha a che vedere coi grandi gruppi pubblici. La separazione della rete gas e di Snam da Eni è giusta. Perché allora nei servizi postali e nella separazione di rete ferroviaria dai servizi di Trenitalia non c'è stata analoga decisione? L'impressione è che serva a evitare che presto si determinino le condizioni necessarie per la dismissione dell'incumbent pubblico, postale e ferroviario. E' un errore, perché il debito pubblico non si cura solo con avanzi primari realizzati per più tasse, ma con dismissioni pubbliche, che non sono recessive.
Seconda perplessità. Tassisti e farmacisti insorgono. Ma di fatto resta lo Stato, a decidere l'offerta di un certo bene o servizio. Sarà l'autorità delle reti per i taxi, mentre per farmacie e notai si dispone nel provvedimento l'aumento di migliaia di unità. Ma senza liberalizzare la vendita di farmaci, senza sottrarre all'esclusiva dei notai funzioni che potevano essere consentite ad avvocati e commercialisti. Mentre per agenti assicurativi, banche e distributori di carburanti si entra nel merito di come funzionano le catene d'impresa verticalmente integrate, e si decide che la concorrenza sia l'offerta da parte di uno stesso agente di prodotti concorrenti. Che senso ha una simile distinzione? Perché credere che lo Stato sappia meglio quale sia il numero di farmacie e notai, mentre decide offerte concorrenti a un unico sportello bancario e assicurativo, che implicano pluralità di piattaforme, costi aggiuntivi all'offerta e dunque costi finali per i cliente?
Terza perplessità. I servizi pubblici locali. Ottimo il rafforzamento dell'obbligo di gara e la riduzione della soglia nella quale è possibile l'affidamento in house, ma l'autocertificazione locale degli ambiti ottimali in caso di fusioni di società locali apre ancora a facili aggiramenti delle gare. Il parere dell'Antitrust dovrebbe esser reso vincolante, nell'Italia delle 7mila società locali per lo più in perdita e amministrate quasi sempre da trombati della politica.
Se queste sono le maggiori perplessità del liberista convinto, altre osservazioni positive vanno fatte. Per la libertà d'impresa e la rimozione di molti vincoli amministrativi, è importante quanto affermato nel provvedimento con tanto di termine entro il quale le Autonomie dovranno adeguarsi a pena di interventi centrali coatti, con tanto di nuovo servizio ad hoc alla Concorrenza presso palazzo Chigi. In questo, sarà decisivo che Regioni e Comuni evitino l'errore di considerarla una impropria invasione di campo. L'Italia ha bisogno di coesione e serietà nella disciplina di finanza pubblica ma anche nell'adozione di un quadro complessivo che a tutti i livelli consenta minori ostacoli e impedimenti alla creazione di lavoro ed efficienza. Mentre ciò di cui l'Italia sicuramente non ha bisogno è la levata di scudi come quella alla quale stiamo assistendo, che vede molte categorie, dai tassisti agli avvocati ai farmacisti, ricorrere a forme di protesta eccessive, dannose e talora ingiustificabili.
Per le professioni, è positiva l'abolizione delle tariffe come la semplificazione dell'accesso con la possibilità di svolgere parte del tirocinio durante gli anni di studio. Di fatto, non si comprende una protesta tanto dura quando le professioni restano incardinate nell'ordinamento vigente. Nel commercio, di fatto i saldi liberi sono caduti, resta l'indicazione per l'estensione degli orari. C'è infine una proliferazione di nuove Autorità - delle reti, dei trasporti e degli aeroporti, rispetto a un'aggiuntiva agenzia per le infrastrutture presso il ministero - che bisogna vigilare non crei una improvvida proliferazione difforme di orientamenti amministrativi a carico dei concessionari autostradali, delle imprese ferroviarie e di trasporto aereo. Sarebbe l'esatto contrario di una liberalizzazione.
Ora tocca al Parlamento. Se lavorerà per migliorare ulteriormente le misure, sarà meglio per tutti. Se le annacquerà anteponendo gli interessi elettorali dei partiti, alla ricerca interessata di tutela di questa o quella rendita di posizione, sarà un nuovo passo falso della politica. Una nuova delegittimazione, che darebbe ancora più forza al governo d'emergenza.

Da Il Gazzettino, 21 gennaio 2012

Fermate la logica del «tutto gratis»

Nella nostra società cresce sempre più il peso dell'economia legata alla conoscenza, insieme ai prodotti e alle attività connessi a cultura e spettacolo. Non deve quindi sorprendere se da anni la questione del copyright anima un dibattito piuttosto animato, anche in conseguenza del successo di siti internet che hanno costruito la loro fortuna sulla condivisione dei file. In linea di massima, nel mondo occidentale si ritiene che il copyright vada tutelato alla stregua del brevetto, anche se in realtà talune distinzioni andrebbero fatte. Nel caso del brevetto industriale viene rilasciata una sorta di «monopolio» che sbarra la strada alla libera iniziativa e frena la competizione. Chi per i fatti suoi oggi trova una soluzione tecnologica innovativa, può essere impedito a utilizzarla se anche soltanto ieri qualcuno - magari dall'altra parte del mondo - ha già brevettato quella medesima procedura, a cui magari i due inventori sono giunti in maniera del tutto autonoma (come talora succede). In tema di copyright, però, il discorso è differente. Nessun compositore può arrivare autonomamente a riscrivere la «Quinta» di Beethoven; se lo fa, è un plagiario. Si possono muovere motivate critiche al sistema attuale di protezione del lavoro intellettuale in generale e anche del copyright, ma è pur vero che se saltasse l'attuale regime a tutela degli autori ne emergerebbe uno liberamente contrattuale e volontario. L'acquirente di un DVD o di un CD verrebbe chiamato a impegnarsi, all'acquisto, a non fare copie di quel prodotto e/o a non far circolare quanto ha acquistato. A quel punto non si commercializzerebbe un bene, ma un servizio. Questo dovrebbe indurre le imprese a modificare totalmente la loro strategia, anche perché è difficile difendere regole che vietano quello che la quasi totalità dei giovani (e non solo) fa ogni giorno. Alla fine, il diritto non può del tutto ignorare e trascurare le pratiche sociali prevalenti.
C'è un punto di carattere culturale, per contro, che qui va sottolineato. Specie dinanzi ai giovani, è importante che non s'imponga ancor più quella mentalità - oggi largamente dominante - che fa coincidere la realtà e il desiderio. Spesso siamo portati a considerare come necessariamente nostro quello che desideriamo, ci piace, c'interessa. È significativo che ben pochi tra quanti scaricano film o musiche si pongano problemi morali. La loro logica è semplice: «la mia volontà è la mia legge». Ci si deve confrontare in merito al fatto se esista o meno un diritto di proprietà intellettuale. Ma evitare ogni confronto e farsi dominare dai desideri significa aprire la strada a esiti sociali disastrosi.

Da Il Giornale, 21 gennaio 2012

Ma perché il prezzo della benzina non scende?

E adesso anche la soglia di 1 euro e 80 centesimi è stata superata. Di più. Martedì un litro di verde ha raggiunto quota 1,84. Per ora nei distributori del Centro Italia, ma c'è da aspettarsi a breve un «livellamento» su scala nazionale. Facendoci guadagnare il primato europeo. Non certo per la gioia degli automobilisti, ma per il piacere delle casse del Fisco. Che se l'anno scorso ha incassato 32 miliardi e mezzo, pur senza raffinare una sola goccia di petrolio ma semplicemente attraverso il più comodo prelievo fiscale, quest'anno si prepara a fare festa con maggiori e più consistenti introiti.
Certo non c'è solo il Fisco. Al di là delle fluttuazioni delle quotazioni del greggio e dell'andamento del cambio tra euro e dollaro, sul caro carburanti assume un certo peso anche l'inefficienza di una rete distributiva. Tema sul quale si è cimentato pure il governo con l'emanazione di specifici decreti nell'ambito delle liberalizzazioni.
Al netto di tutto questo, è comunque bene mettersi sin d'ora l'anima in pace: con il nuovo aumento dell'Iva del 2% che scatterà dal 1° ottobre, su ogni rifornimento la «tassa sulle tasse» salirà al 23%.
Anche nell'ipotesi di un rallentamento dei consumi di benzina e gasolio, determinato da una riduzione degli spostamenti causa crisi e da un minore utilizzo delle automobili, le casse dell'erario, c'è da starne certi, non ne risentiranno. I consuntivi 2011 insegnano: a fronte di un calo dell'1,3% nelle vendite di carburanti nel corso del 2011, il carico fiscale è cresciuto del 9% e la spesa complessiva risulta aumentata quasi del 16% (15,8% per la precisione). In particolare, secondo una elaborazione del Centro studi promotor (Csp) sulla base della banca dati sui consumi e sui prezzi dei carburanti per autotrazione del ministero dello Sviluppo economico, emerge che in valori assoluti la spesa 2011 per carburanti è stata di 64,3 miliardi con un incremento di 8,8 miliardi, mentre le imposte sono salite a 32,5 miliardi, con una crescita di 2,7 miliardi.
«Un vero e proprio salasso - spiega Gian Primo Quagliano, presidente del Csp - dove i rincari del prezzo alla pompa, più che dagli incrementi del prezzo industriale, sono stati alimentati, soprattutto, dal carico fiscale, che va all'erario».
Tra l'inizio e la fine del 2011 il prezzo industriale della benzina è aumentato del 7,3%, mentre la componente fiscale ha avuto un incremento del 23,8% e il prezzo alla pompa è salito del 16,7%. Ancora più forte il rincaro per il gasolio e in particolare per la componente fiscale: sempre tra l'inizio e la fine del 2011 il prezzo industriale del gasolio è aumentato del 15,4%, la componente fiscale è cresciuta addirittura del 37,1% e il prezzo al consumo è salito del 26%.
E la tendenza all'aumento delle componenti del prezzo alla pompa non si è certo arrestata con l'arrivo del nuovo anno. Secondo i dati rilevati lunedì 30 gennaio dal ministero dello Sviluppo economico, per la benzina il prezzo medio alla pompa è salito a 1,717 euro, con un incremento del 2,5% sui prezzi di fine 2011, mentre il prezzo industriale è salito del 5,2% e la componente fiscale è aumentata dello 0,7%. Analoga situazione per il gasolio: il prezzo medio, rilevato lunedì 30 alla pompa, è salito a 1,685 euro, con un incremento rispetto a fine dicembre dell'1,9%, mentre il prezzo industriale è salito del 3,5% e la componente fiscale è aumentata dello 0,6%. Incrementi di tutto rispetto, soprattutto se si considera che si sono verificati nell'arco di un solo mese.
E gli effetti dei provvedimenti sulle liberalizzazioni decisi dal governo?
«Sulla dinamica dei prezzi in gennaio nessuna influenza hanno potuto avere i nuovi provvedimenti adottati dal governo - risponde Quagliano -. Se effettivi saranno, si vedranno nei prossimi mesi. Va tuttavia sottolineato che l'intervento dell'esecutivo per i carburanti non ha puntato a ridurre direttamente i prezzi alla pompa, ma piuttosto a creare le condizioni per diminuire i costi per i distributori di carburanti nel presupposto che questa riduzione determini anche un calo dei prezzi al consumo. Le esperienze del passato hanno però dimostrato che questo automatismo è tutt'altro che scontato».
A rafforzare questo concetto, condividendo più di una perplessità su possibili ribassi in tempi rapidi, è anche Carlo Stagnaro, direttore dell'Ufficio studi dell'Istituto Bruno Leoni: «Se il prezzo del gasolio alla pompa è aumentato del 26% solo nel 2011, come è possibile immaginare significativi ribassi da quei 4 centesimi che si potrebbero recuperare attraverso una maggiore efficienza della rete di distribuzione?». Stagnaro si lancia anche all'attacco dell'eccessivo peso fiscale che oggi grava su ogni litro di carburante, convinto com'è che una riduzione delle accise potrebbe sicuramente costituire una misura per la crescita: «Il livello dei prezzi è sistematicamente troppo alto per una pressione fiscale esagerata».
E nell'anno che ci siamo lasciati alle spalle, qualcuno forse se l'è già dimenticato, l'esecutivo ha già «prelevato » sei volte al bancomat dei carburanti, con altrettante operazioni fiscali, cominciate il 6 aprile, per il finanziamento del fondo per lo spettacolo e finite il 6 dicembre (8 centesimi in più sulla benzina e 11 sul gasolio), con il decreto salva Italia.

Dal Corriere della sera, 1 febbraio 2012

Rischio di un altro stop all'economia

Questa volta potrebbe essere la "tempesta perfetta" a rallentare l'economia italiana. Dopo il blocco dei Tir dei giorni scorsi – costato in tutto, secondo le stime del Sole 24 Ore, quasi un miliardo di euro – adesso è l'allarme freddo a spaventare il mondo dell'industria e dei trasporti. Con un rischio tilt delle grandi arterie di comunicazioni e dei centri logistici più importanti – dalle autostrade alle ferrovie, passando per gli hub di terra agli aeroporti – dovuto ai cinque giorni di freddo polare e neve che i meteorologi prevedono per il nostro Paese.
Già ieri molte autostrade erano bloccate e ritardi si sono verificati sulle linee delle Ferrovie, anche se i centri operativi delle Fs hanno attivato le misure «organizzative necessarie a fronteggiare l'eventuale emergenza», fa sapere l'azienda. E infatti in serata è continuato a nevicare su tutto il Centro-Nord, in particolare in Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Abruzzo, con oltre mille chilometri di autostrade investite dalla neve. In particolare, gli svincoli più problematici sono stati sulla A1 tra Casal Pusterlengo e Fabro; sulla A6 tra Mondovì e Savona; sulla A7 tra Serravalle e Genova; sulla A9 tra Lomazzo Sud e Chiasso; sulla A12 tra Genova e Sestri Levante; sulla A26 tra Genova e Casale Monferrato. Intanto Autostrade per l'Italia, per fronteggiare l'emergenza, ha messo in campo oltre 2mila mezzi e 5mila operatori sull'intera rete.
Ma quanto può costare un altro eventuale blocco della circolazione delle persone e delle merci, dopo lo stop dei mezzi pesanti? Per avere un possibile metro di paragone si può guardare al 17 dicembre del 2010, quando il venerdì nero del maltempo costò al Paese circa il 5-6% del prodotto interno lordo giornaliero, per una cifra non lontana dai 250 milioni di euro sui 4 miliardi di Pil macinati ogni ventiquattro ore.
«Per il momento l'impatto economico è ancora basso – spiega Andrea Giuricin, economista dell'Istituto Bruno Leoni – ma c'è il rischio che si ripeta la situazione di un anno fa, quando i danni all'economia si attestarono almeno intorno al 5 per cento del prodotto interno lordo giornaliero».
Nello specifico, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi, il mancato fatturato solo sul trasporto passeggeri potrebbe aggirarsi complessivamente intorno ai 10-11 milioni di euro, così diviso: sui 300mila viaggiatori che volano ogni giorno generando un fatturato per le compagnie di 50 milioni di euro, è stimabile che nel giorno di gelo massimo almeno un quinto possa rimanere a terra. E quindi parliamo di circa 10 milioni di euro perduti. Poi c'è tutto il traffico ferroviario: se rimanesse bloccato, come nel dicembre 2010, circa il 10% dei 7mila treni che viaggiano per l'Italia, soprattutto regionali, e stimando in 1.500 euro il ricavo "teorico" di ogni treno regionale (un computo di massima e per difetto, che non tiene conto dei tragitti), si raggiungerebbe un mancato introito di oltre un milione di euro.
Sono cifre prudenti alle quali andrebbero aggiunte le ore di straordinario pagate ai lavoratori delle Ferrovie. E se il tempo è denaro, pare arduo quantificare il costo dei ritardi, degli appuntamenti di lavoro saltati, delle merci che non hanno visto la loro destinazione e più in generale degli affari mancati.
Senza contare che l'elenco dei costi del maltempo, più sul lungo periodo, coinvolge direttamente altre filiere industriali, come quelle dell'agricoltura e dell'allevamento. Proprio ieri la Coldiretti ha lanciato l'allarme-gelo per gli animali nelle stalle, così come il freddo sta mettendo a dura prova anche le campagne, con intere coltivazioni di ortaggi a rischio e un vero e proprio allarme per gli alberi da frutta. E proprio contro il gelo la stessa Coldiretti ha mobilitato i suoi trattori. Senza dimenticare gli extra-costi di manutenzione di infrastrutture più hi-tech, tra le tante le centraline telefoniche e gli impianti dell'Enel, poco amici di freddo e ghiaccio. Nella speranza che la temperatura risalga e l'emergenza (vera) torni ad essere relegata al campo delle ipotesi.

Da Il Sole 24 ore, 1 febbraio 2012

«Tagliare la spesa per ridurre le accise. Solo così avremo crescita ed equità»

«Ridurre le accise sui carburanti sarebbe sicuramente una misura per la crescita». Carlo Stagnaro, direttore dell'ufficio studi e ricerca dell'Istituto Bruno Leoni celebre think thank liberista e liberale - condivide la campagna per una riduzione del carico fiscale sui carburanti. Usate come `bancomat' dai governi, le accise portano ancora il segno di ogni spesa straordinaria: dalla guerra in Libia del 1935 alla tragedia del Vajont del 1966, dall'alluvione di Firenze, ai terremoti del Belice, dell'Irpinia, e del Friuli, per arrivare alle missioni in Libano e Bosnia fino - e siamo al 2011 - al finanziamento alla Protezione Civile, il fondo per lo spettacolo e l'ultimo decreto Salva Italia.
«Un taglio delle accise - osserva Stagnaro - avrebbe un effetto procrescita perché aumenterebbe il reddito disponibile dei lavoratori e farebbe ridurre i costi per tutta una serie di beni e servizi». Il governo si è concentrato sulla riduzione del costo industriale dei carburanti «quando invece - sottolinea Stagnaro - non si può ignorare il fatto che la maggior parte del prezzo è dominato dalla componente fiscale». Nel 2011, osserva Stagnaro «per il gasolio l'aumento è stato, compresa l'Iva al 21%, oltre i 20 centesimi. Possiamo accontentarci dei 4 centesimi che potremmo recuperare con una maggiore efficienza nella distribuzione? No». Dal punto di vista della massimizzazione del gettito fiscale la logica di una manovra sulle accise è abbastanza comprensibile: dato che la richiesta di carburanti è rigida, per quanto si aumenti la pressione fiscale la domanda non diminuirà in maniera eccessiva e quindi il governo sa grossomodo su quante risorse potrà contare. «Ma questo - sottolinea Stagnaro - ha ovviamente un effetto recessivo importante. Ha una influenza pesante sull'inflazione. Ed è anche diseducativo perché è un modo per dire che i problemi di bilancio non si possono risolvere tagliando le spese».
Da buon liberista, Stagnaro è scettico sull'ipotesi di compensare il taglio delle accise con un aumento delle tasse su giochi, alcool o fumo. «Non mi sembra sia utile - dice - fare il gioco del cerino. Penso invece che il problema sia politico: se aumentare le tasse o ridurre le spese. E da un punto di vista macroeconomico i tagli sono migliori degli aumenti fiscali, anche se più difficili».
Pollice verso di Stagnaro anche alla proposta dei consumatori di introdurre accise variabili: «Sono molto scettico. Il problema non è la fluttuazione del prezzo, per cui dobbiamo usare le accise per stabilizzarlo. Il problema è che il livello dei prezzi è sistematicamente troppo alto a causa di una pressione fiscale eccessiva». Abbassarli è la priorità. «E sia chiaro che a essere più colpiti da accise alte - chiosa Stagnaro - sono in primis i ceti con redditi mediobassi. Chi sta bene può permettersi casa vicino al luogo di lavoro e comunque su un reddito alto i costi per il carburante incidono meno. Quindi, oltre che una misura per la crescita, un taglio delle accise sarebbe anche una misura per l'equità». Giusto quel che aveva promesso il professor Monti.

Da QN, 31 gennaio 2012

Se la benzina italiana è più cara, lo zampino statale c'entra eccome

A Chiasso, subito oltreconfine, un litro di benzina costava ieri 1,484 euro. A Como, subito al di qua della linea immateriale eppure molto concreta che divide l'Italia dalla Svizzera, lo stesso litro della stessa benzina costava 1,711 euro. La differenza dipende, in larga misura, dal diverso trattamento fiscale. L'accisa elvetica, infatti, ammonta a "solo" 61,6 centesimi, contro i 70,4 centesimi italiani, a cui si applica l'Iva al 21 per cento, senza contare le varie addizionali regionali. I tributi, che ammontano a più del 60 per cento del prezzo alla pompa, sono il vero "driver" degli aumenti osservati negli ultimi mesi. A pesare non è solo il maxi-rincaro contenuto nel decreto "salva Italia" (più di 8 centesimi sulla benzina e 11 sul gasolio), ma anche le continue revisioni al rialzo nel corso del 2011, che messi assieme fanno circa 6 centesimi al litro (più Iva). I livelli di pressione fiscale raggiunti, vale a dire 85,2 centesimi per la verde e 71,8 centesimi sul diesel al lordo dell'imposta sul valore aggiunto, ci collocano ai primi posti in Europa. Pure volgendo lo sguardo verso gli altri stati membri dell'Ue - che a differenza della Svizzera hanno i medesimi obblighi di armonizzazione sulla tassazione dei carburanti al di sopra di livelli minimi comuni - peggio di noi stanno solo gli olandesi (73,6 centesimi). I cittadini dei Paesi Bassi, però, hanno un reddito molto più alto. Nella sostanza, dunque, noi paghiamo più tasse pur guadagnando meno, ed essendo costretti a guidare per l'assenza di alternative reali.
E' davvero singolare, allora, che la polemica sul caro-pieno si concentri sempre e solo sul "prezzo industriale", cioè il prezzo al netto delle tasse su cui peraltro incombe la solita Iva, che rappresenta solo una porzione minoritaria di quello che paghiamo. Ciò non significa che una maggiore competizione non possa produrre efficienza e dunque, anche in questo caso, riduzioni dei prezzi. Anzi, lo "stacco" tra i prezzi italiani ed europei, sempre al netto delle tasse, sta attorno ai 4 centesimi, gran parte dei quali dipendono proprio dalla scarsa modernizzazione delle reti distributive, caratterizzate da una eccessiva capillarità degli impianti con un erogato medio troppo basso e poco o nessun reddito dalla vendita di altri prodotti. L'intervento del governo nell'ultimo decreto può aiutare a superare alcuni di questi problemi, nella parte in cui rimuove i residui ostacoli all'organizzazione dei punti vendita consentendo la vendita, oltre agli altri prodotti non oil, di tabacchi e giornali. Ma, nella sostanza, gli ostacoli stanno nelle norme regionali che aumentano gli attriti e impediscono ai nuovi entranti di fare la propria offerta, per esempio laddove impongono l'installazione di pompe per i carburanti ecocompatibili (Gpl, metano e idrogeno). Uno studio dell'Istituto Bruno Leoni, che ha monitorato i prezzi nei supermercati Conad e negli impianti circostanti nel primo semestre 2010, ha in effetti trovato conferma del fatto che, quando il gioco viene perturbato, i consumatori hanno solo da guadagnarci.
Tutto ciò, comunque, non toglie il punto fondamentale: un governo che estrae dal portafoglio degli automobilisti una parte cospicua del suo gettito fiscale (34 miliardi nel 2009) e che insiste nell'incrementare questa leva, è poco credibile nel momento in cui si lamenta del comportamento degli operatori privati, i quali tra l'altro stanno attraversando un periodo di profonda crisi. La pagliuzza concorrenziale va rimossa, ma non scusa la trave fiscale.

Da Il Foglio, 24 gennaio 2012

Liberalizzazioni in pillole: cosa cambia nel settore del gas

È la madre di tutte le liberalizzazioni: si tratta della separazione della Snam da Eni per la rete del gas (trasporto e gasdotti), separazione che riguarda, come ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera tutta la holding, che ingloba la distribuzione del gas in mano a Italgas, lo stoccaggio di metano gestito da Stogit e l' impianto di rigassificazione di Panigaglia. L'operazione è di enorme portata, anche perché va ad intaccare l'ormai consolidato monopolio dell'Eni, per altro grande campione nazionale, una delle prime aziende al mondo negli idrocarburi. "È in linea con la strategia che avevamo annunciato pochi mesi fa", ha dichiarato l'amministratore delegato dell'Eni. "Attendo di vedere", ha aggiunto non a caso Paolo Scaroni, "come potremo realizzare la vendita di Snam, mi auguro di farlo nell'interesse degli azionisti". La separazione, dunque, richiederà tempo. Il governo deve studiarne le modalità per metterle nero su bianco in un decreto del Presidente del Consiglio entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto sulle liberalizzazioni. "L'apertura del mercato, incidendo in modo diretto sulle politiche aziendali delle imprese, grandi e piccole" si legge in comunicato del Consiglio dei Ministri "è in grado di determinare una sensibile riduzione dei prezzi, con vantaggi evidenti per i consumatori". E il caso del gas in questo senso è eclatante: come ha evidenziato l'Autorità dell'Energia, in Italia la rete di trasporto nazionale del gas è in mano a Snam ReteGas che possiede 31.531 chilometri di tubi su 33.584. Snam poi, tramite la Stogit possiede il 96% degli stoccaggi di metano e il 23,2% della distribuzione locale tramite Italgas. Eni possiede o controlla ancora tutti i gasdotti internazionali, il rigassificatore di Panigaglia ed ha una quota di mercato dell' 85% nella produzione nazionale di metano e del 49,5% nelle importazioni. Sul fronte tariffe la situazione è quella fotografata proprio a fine dicembre sempre dall' Autorità per l' Energia: da gennaio la bolletta del gas aumenta del 2,7%, per il rilevante aumento della materia prima, i cui prezzi sono ancora legati alla quotazione del petrolio e ai contratti di lungo periodo, genere di contratti stipulati dall' Eni. Risultato: i prezzi medi di riferimento del gas saranno di 86,38 centesimi di euro per metro cubo, con un aumento di 2,31 centesimi di euro per metro cubo, tasse incluse. Il che vorrebbe dire una spesa di 1.209 euro all' anno per il consumatore. Insomma, commenta l'Istituto Bruno Leoni, liberista per eccellenza, "come sempre il diavolo si nasconde nei dettagli quindi prima di cantar vittoria sarà necessario vedere il testo del dpcm "fantasma" - un dpcm atteso da anni, in quanto, come ricostruisce la relazione illustrativa al decreto, la scelta della separazione proprietaria è stata già definita con una legge nel 2003" e poi prorogata negli anni.

Da LA7.it, 21 gennaio 2012

Liberalizzazioni in pillole: la rivoluzione nei trasporti

Ferrovie, taxi e autostrade: l'altra patata bollente delle liberalizzazioni per far si che a questo giro scatti davvero viene per ora solo riorganizzata come sistema. Il decreto di Palazzo Chigi prevede infatti una forte Autorità dei Trasporti che si dovrà occupare di regolare tutti i settori, taxi inclusi, che vengono così strappati dalla supervisone dei comuni, prassi che trasformava la categoria in un prezioso bacino elettorale. L'Autorità si occuperà di regolare tutto il trasporto, da quello metropolitano - autobus, tram, metropolitane- a quello ferroviario, autostradale, portuale e aeroportuale. Questa nuova Autorità, con poteri forti, verrebbe conglobata in una più complessiva Autorità delle Reti con l'Authority per l' Energia. La separazione della rete ferroviaria Rfi dal Gruppo Fs verrà demandata alla nuova Authority. Obiettivo della nuova istituzione, sia che decida per la separazione delle reti, sia che non la faccia, è quello di creare in ciascun settore una piattaforma unica su cui tutti gli operatori di quella categoria possano competere ad armi pari. L'operazione dunque prevede una revisione delle tariffe, cosa che implica un cambiamento nel meccanismo di formazione dei prezzi. Semplificando molto, alle concessioni si dovrà sostituire gradualmente un sistema di remunerazione per le aziende basato sulla produttività. L'ultimo anello della catena, il consumatore, sfruttando la maggiore concorrenza così creata in tutto il trasporto dovrebbe pagare meno i servizi ed averli con una qualità minima che dovrebbe poi essere fissata per legge. Va da sè che a cascata dovranno essere fissati anche i diritti minimi del consumatore, e i relativi risarcimenti da chiedere ai gestori dei servizi e delle infrastrutture. Insomma, a detta del liberista Istituto Bruno Leoni, nel settore dei trasporti il governo ha introdotto elementi molto positivi, ma è mancato un po' di coraggio, come quello di liberalizzare alcune imprese pubbliche del settore. Dal Presidente del Consiglio, infine un avvertimento: il decreto nel suo complesso è corposo e incisivo, ma - ha ammonito Mario Monti - non toccate la logica d' insieme.

Da LA7.it, 21 gennaio 2012

Con lo scorporo Snam da Eni si apre l'autostrada del gas

Separare chi gestisce l'importazione del gas, il colosso Eni, da chi lo distribuisce nel Paese, Snam Rete Gas, società controllata dall'Eni. È
probabilmente il più corposo (e coraggioso) provvedimento contenuto nel decreto dell'esecutivo sulle liberalizzazioni. Che ha un obiettivo preciso - abbassare le bollette delle famiglie e delle imprese - e un modello già sperimentato da seguire: la divisione fra Enel e Tema, la società nata per la rete ad alta tensione, che prima era inglobata nel gigante elettrico. I benefici per gli utenti di questa separazione avviata tredici anni fa sono stati impressionanti: dal 1999 a oggi il prezzo sulla bolletta è salito di meno del 2%.
Per ottenere simili effetti nel mercato del gas ci vorrà tempo, certo. Lo ha sottolineato in qualche modo lo stesso Paolo Scaroni, Ad Eni, dichiarandosi «pronto» a cedere Snam cercando di «realizzare il massimo valore» per gli azionisti: «Di per sé non credo che ci saranno grandi vantaggi per i consumatori da questo specifico provvedimento». Ma il livello da cui si parte lascia ampi spazi di miglioramento sul fronte tariffario: l'Italia ha il metano più caro d'Europa e le imprese pagano bollette più salate di un terzo rispetto ai concorrenti esteri. Secondo Confartigianato, il peso delle tariffe energetiche è del 3,9% in Italia (contro il 2,9% della Francia e il 2,5% della Germania) e quello dell'import di energia del 4,9% (contro il 3,6% di Parigi e il 3% di Berlino). Per comprendere i possibili benefici in termini di concorrenza della separazione di Eni e Snam, bisogna considerare la situazione da cui si parte. Nell'ultima relazione annuale, l'Autorità per l'energia ha sottolineato come in Italia la rete di trasporto nazionale del gas sia in pancia a Snam Rete Gas, che possiede complessivamente 31.531 km di tubi su un totale di 33.584. Snam è una società del Groppo, Eni che detiene anche una quota di mercato del 96% degli stoccaggi (tramite Stogit) e del 23,2% della distribuzione locale (attraverso Italgas). L'ex monopolista pubblico è dunque una multinazionale verticalmente integrata «attiva lungo tutta la filiera dell'oil & gas e nella produzione, distribuzione e vendita di energia elettrica». Limitatamente al gas, Eni possiede o controlla tutti i gasdotti internazionali attraverso cui il nostro Paese importa metano e ha una quota di mercato dell'85% nella produzione nazionale di metano e del 49,5% nelle importazioni nette. Per l'economista Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, «la separazione di Eni e Snam Rg rappresenta una delle migliori notizie che si possono trovare all'interno del provvedimento governativo». Perché scardina un assetto monopolistico dentro al quale può trovare spazio quella concorrenza alla quale è affidato il compito, secondo la prassi economica, di abbassare i prezzi.

Da Avvenire, 22 gennaio 2012

Snam e il destino delle bollette

Adesso il mercato del gas è libero e felice? Il decreto liberalizzazioni prevede l'obbligo di emanare, entro sei mesi dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, un decreto della presidenza del Consiglio atteso da anni, per avviare il processo di separazione proprietaria di Snam Rete Gas (che controlla la rete di trasporto nazionale del metano) dall'Eni.
Eni è il maggior importatore e venditore di gas nel nostro paese. Il fatto che il soggetto dominante sia "verticalmente integrato", cioè sia contemporaneamente presente nei segmenti competitivi del mercato e in quelli per loro natura monopolistici (come appunto la rete e gli stoccaggi), determina una serie di problemi dal punto di vista competitivo. In primo luogo, esso potrebbe approfittarne, per esempio attraverso una politica di investimenti infrastrutturali tesa ad assecondare non la domanda, ma gli interessi della società capogruppo. Inoltre, i potenziali nuovi entranti sono consapevoli di questo rischio, e quindi sono disincentivati dal tentare di sottrarre all'incumbent quote di mercato. Il decreto liberalizzazioni interviene su questo tema, coerentemente con le sollecitazioni della Commissione europea e dell'Autorità per l'energia.
Lo scorporo della rete gas dall'Eni è stato a lungo ostacolato dalla fortissima resistenza lobbistica della compagnia di Stato. Per capire se e quali conseguenze ci saranno, però, occorre vedere il modo in cui la norma verrà redatta. Il diavolo si nasconde nei dettagli, specie in questi casi. Di certo, se l'intervento sarà efficace potremo finalmente vedere diversi soggetti confrontarsi nella fornitura di gas alle famiglie e alle imprese, con potenziali benefici per tutti. Infatti è proprio la natura monopolistica del mercato a spiegare la differenza tra i prezzi italiani ed europei del gas. Una convergenza verso i valori medi dell'Ue renderebbe più competitive le imprese energivore e indirettamente potrebbe produrre anche un calo della bolletta della luce, visto che il metano è il principale combustibile oggi impiegato nella generazione di energia elettrica.

Da Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2012

«Dai taxi solo briciole, si parta col gas»

«Il programma del governo sulle liberalizzazioni è insufficiente: troppa enfasi sui tassisti ed eccessiva timidezza sugli altri settori». Ad esempio mercato del gas, trasporti ferroviari e servizi pubblici locali. Eppure aprirli alla concorrenza significherebbe crescere di un punto di Pil all'anno. «Quando sento dire che bisogna intervenire senza "se" e senza "ma" sui taxi, ma che la separazione della rete gas da Eni non è una priorità mi viene da ridere», sbotta Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, il pensatoio liberista che domani presenterà, insieme ai colleghi di Glocus, il think tank presieduto da Linda Lanzillotta, deputato dell'Api, un'agenda in dieci punti su «cosa e come liberalizzare per rilanciare la crescita del Paese».

Intervenire sui taxi non serve?

«Tutt'altro. Solo che mi pare un investimento, in capitale politico, esagerato. Il governo ha un capitale politico a disposizione? Meglio utilizzarlo per altro».

Da dove partire, allora?
«C'è solo l'imbarazzo della scelta. Se proprio devo scegliere, tra i grandi settori opto per il gas».

Perché?
«Eni svolge tutte le attività: dal giacimento alla vendita al cliente finale. Alcune di queste si svolgono in condizioni concorrenziali. Ma altri settori, come il trasporto nazionale e internazionale del gas e la sua distribuzione locale, sono monopoli tecnici. E il fatto che il soggetto che vende il gas sia lo stesso che gestisce la rete crea una serie di conflitti di interesse che hanno risvolti anti-concorrenziali».

Gas, dunque. E poi?
«Trasporto ferroviario. Il governo sta facendo alcune cose buone, come la creazione di un regolatore autonomo e la separazione della rete infrastrutturale dalle Ferrovie dello Stato».

Cosa manca, allora?
«Nel momento in cui questi due soggetti, per quanto distinti, restano controllati dallo stesso azionista, il conflitto di interessi, seppur mitigato, resta».

Conseguenze?
 «Il problema maggiore riguarda la politica degli investimenti di chi gestisce la rete: gli investimenti dovrebbero favorire la concorrenza e non il monopolista».

Perché il governo non tocca.settori come gas e ferrovie?
«Guardiamo alla storia politica degli ultimi dieci anni: tanto i governi di centrosinistra, quanto quelli di centrodestra, non sono stati in grado di intervenire. E poiché la maggioranza che sostiene questo governo è la somma delle due maggioranze precedenti, è logico pensare che lo stesso tipo di veti incrociati si sia riproposto».

Deluso?
«Una delle motivazioni alla base della nascita di un esecutivo tecnico è stata: serve una squadra in grado di riuscire laddove gli altri hanno fallito. Quindi se il governo adesso non ce la fa e affoga nel mare del 3570, be', la delusione c'è».

Si parla tanto di crescita: quale sarebbe il beneficio, in termini di Pil, dell'intervento nei settori affidati al monopolista statale?
«Uno studio di pochi anni fa della Banca d'Italia sul settore dei servizi ipotizzava un aumento potenziale del Pil, sul lungo termine, di undici punti. Di cui la metà nel giro dei primi tre-cinque anni. Un tesoretto, ad essere pessimisti, di circa un punto di Pil all'anno».

Altro che i tassisti...
«Liberalizzare i dieci settori che abbiamo individuato, dal gas alle poste passando per i servizi pubbli ci locali e il mercato del lavoro, farebbe la differenza nel giro di pochi anni».

Anche sul trasporto pubblico locale le proposte di riforma sono finite nel nulla.
«Ci sono imprese, formalmente in perdita a causa dei costi esorbitanti, che sopravvivono solo grazie alla rendita monopolistica. Se ci fosse concorrenza, sarebbero obbligate a tagliare. Bisogna avere il coraggio di dire che gli eccessi di organico rappresentano uno dei costi della politica. Per questo i vari tentativi di riforma, col centrosinistra e col centrodestra, non sono andati abuonfine».

Quali vantaggi ci sarebbero per i cittadini dalla vostra agenda di liber ioni?
«In termini di prezzi, innanzitutto. Con la concorrenza ci sarebbero le condizioni per un calo delle tariffe o, in subordine, per un aumento inferiore a quanto poi si è verificato. Prendiamo l'elettricità e il gas: negli ultimi dieci anni nel primo settore, dove c'è una relativa concorrenza dopo la separazione delle rete elettrica dall'Enel, i prezzi sono cresciuti meno velocemente del costo della vi ta. L'opposto di quanto accaduto per il gas. Poi c'è il vantaggio in termini di qualità del servizio».

Da Libero, 17 gennaio 2012

Liberalizziamo la benzina ma il 59% del costo al litro è dovuto alle tasse

Dalle indiscrezioni trapelate, venerdì sul tavolo del Consiglio dei ministri planerebbe un piano di interventi per le liberalizzazioni anche sul fronte carburanti, che prevedrebbe la cessione di un terzo delle pompe di benzina direttamente possedute dalle compagnie petrolifere (oggi sono il 55 per cento di tutte le stazioni di servizio, contro il 45 per cento di proprietà di altri soggetti) e la possibilità per i gestori di acquistare la metà dei carburanti di cui hanno bisogno sul libero mercato, senza gli attuali vincoli di esclusiva con i produttori. Due gli articoli del maxi decreto del governo dedicati al tema, intitolati "Liberalizzazione della distribuzione" e "Separazione tra produzione, vendita all'ingrosso e distribuzione".
Ma col rincaro dei prezzi dovuto all'aumento delle tasse sui carburanti, cosa potrebbe cambiare davvero per i consumatori? Secondo una stima compilata da Federconsumatori, se le liberalizzazioni prevedessero anche tre particolari interventi, l'utente finale risparmierebbe appena 18-19 centesimi a litro, circa 216 euro annui. I tre interventi sono: 1) Commissione istituzionale di verifica per evitare speculazioni sugli andamenti del costo del petrolio. 2) Eliminazione del prezzo in millesimi, perché il consumatore possa avere chiarezza sui prezzi. 3) Incremento di vendite non-oil presso i distributori.
Perché si risparmierebbe così poco e che cosa succede in Italia rispetto al resto dei paesi europei, lo chiarisce l'ultimo studio effettuato su questo tema dall'Istituto Bruno Leoni nel 2010. La prima cosa che emerge dal report infatti è che già nel 2010, il prezzo della benzina all'epoca di 1,4 euro al litro era dato per 80 centesimi da tasse, solo per 40 centesimi dal costo della materia prima, e per circa 20 centesimi dal margine lordo degli operatori. E il prezzo del gasolio, all'epoca ad 1,20 euro al litro, era costituito per ben 60 centesimi da tasse. Aggiornati i dati al presente, il risultato non cambia, anzi: il 12 gennaio 2012 il prezzo medio della benzina è di 1,754 euro al litro e quello del gasolio di 1,712 euro al litro (fonte: Quotidiano Energia). Dopo il decreto Salva-Italia e gli interventi addizionali delle regioni, lo Stato incamera il 59 per cento del prezzo della benzina e il 53 per cento del prezzo del gasolio. Secondo Fegica-Cisl e Faib-Confesercenti, due sindacati dei benzinai, ad oggi ai gestori dei distributori resta solo il 3,8 per cento del ricavato lordo sul carburante erogato.
Torniamo dunque allo studio del Bruno Leoni del 2010: gli esperti avevano calcolato l'incidenza delle accise e dell'Iva sui prezzi nel nostro paese e nei 27 membri dell'Ue. L'Italia si collocava ai posti alti della classifica europea: da noi, due anni fa, l'accisa sulla benzina era quantificata a 564 euro per ogni mille litri, quella sul gasolio a 423 euro, mentre l'Iva incideva per il 20 per cento. «Solo altri sette Stati membri hanno un'accisa sulla benzina più alta della nostra, e solo cinque nel caso del gasolio» scriveva l'Istituto Leoni. Davanti, c'erano ad esempio Germania, Danimarca, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Francia e Regno Unito. «Ma - proseguiva la ricerca - confrontandoci con le realtà comparabili al nostro paese (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) in particolare osserviamo che solo la Spagna ha una tassazione significativamente inferiore». Lo studio del 2010, inoltre, evidenziava alcune caratteristiche interessanti per conoscere il settore. Ad esempio il fatto che il nostro Paese è sui 27 stati Ue quello che ha il maggior numero di impianti (21.919 nel 2010) ma con uno dei minori quantitativi di erogato medio, un basso numero di impianti self service (appena il 29 per cento, contro il 99 per cento in Germania, il 96 per cento in Gran Bretagna, il 35 per cento in Spagna; mentre in Francia non ce ne sono), un basso numero di impianti con prodotti non oil, basso numero di supermercati (da noi lo 0,2 per cento, contro il 51,6 per cento della Francia, il 10 per cento della Germania, il 36 per cento del Regno Unito, il 3,6 per cento della Spagna). Queste caratteristiche hanno però secondo il Bruno Leoni delle conseguenze anche sul prezzo, in particolare: «Nel nostro Paese la rete è più capillare e governata da norme e vincoli che, generalmente, altrove non si propongono. I gestori italiani nel confronto agli omologhi europei hanno un erogato medio più basso, lavorano meno ore e meno giorni all'anno, e derivano il proprio profitto quasi unicamente dal margine che riescono ad ottenere sui carburanti, non potendo contare se non in minima parte sulla vendita di prodotti non oil».
Lo studio infine proseguiva osservando cosa avveniva sui prezzi dei carburanti, nelle zone in cui esistono impianti della Gdo (Grande distribuzione organizzata), notando significativi abbassamenti dei prezzi anche in tutti gli altri distributori di quelle zone. Secondo l'Istituto Leoni, in sintesi, la possibilità di aprire la distribuzione alla Gdo, così come di aprire alla vendita di altri prodotti all'interno delle stazioni di servizio, a parità di accise e Iva, potrebbe comportare una diminuzione dei prezzi della benzina.

Da Tempi.it, 13 gennaio 2012

Benzina libera in libero Stato. Ma conviene?

Potrebbe essere in arrivo una vera rivoluzione nella distribuzione dei carburanti. Ma lo sapremo soltanto quando arriverà il decreto legge del governo sulle liberalizzazioni (per il momento, circola solo una bozza del dl).
Dall'articolato "ufficioso" risulta che i benzinai titolari di un distributore potranno acquistare benzina, gasolio o gpl presso rivenditori e grossisti diversi dal marchio che campeggia sull'impianto, cioè sul libero mercato e al di fuori dell'esclusiva coni produttori. Dal mese successivo all'entrata in vigore della legge, tutti i contratti «che prevedevano l'esclusiva nell'approvvigionamento sono nulle», afferma il provvedimento «per la parte eccedente il 50 per cento della fornitura complessivamente pattuita» o il «50 per cento di quanto erogato nell'almo precedente dal singolo punto vendita». Con l'obiettivo di accrescere la concorrenza e ridurre i prezzi di consumo, nel maxi decreto del governo sulle liberalizzazioni, c'è anche l'ipotesi di fare in modo che un terzo degli impianti posseduti dalle grandi compagnie petrolifere possa essere riscattato da gestori o ceduto a terzi.
Ma, nel nostro Paese, la "lenzuolata" su benzina e distribuzioni non è una novità. Le liberalizzazioni sulle concessioni ci sono state nel 1998, nel 2008 quelle sugli orari e sulle dimensioni degli impianti e, infine, l'ultima "lenzuolata" sui self service e sui contratti risale a qualche mese fa. Così, arriviamo al 2012: ci siamo lasciati alle spalle un annus horribilis anche per la benzina. I numerosi rincari sul prezzo del greggio hanno toccato un nuovo record a quota 1,723 curo al litro per la verde. Insomma, spostarsi con un mezzo privato è diventato quasi impossibile: rispetto all'inizio dell'anno passato, infatti, il prezzo del carburante è cresciuto del 18 per cento, quello del gasolio addirittura del 27 per cento.
Un problema non nuovo che chiama in causa proprio la rete dei distributori e che, come nelle passate occasioni, fa sentire la loro voce. Agitazione anche tra le compagnie riunite nell'Unione petrolifera che si dichiara «totalmente contraria» e tra i gestori riunite nelle tre sigle sindacali di settore (Faib, Fegica e Figisc). Per la Fegica, la riforma va fatta e anzi da tempo se ne chiede l'attuazione: «Ci auguriamo che il governo non sia troppo timido - spiega al Rifornista Alessandro Zavalloni, segretario nazionale Fegica - e abbia la forza, anche parlamentare, per completare l'opera». L'anomalia tutta italiana, continua Zavalloni, sta nella gestione del sistema: «Il 55 per cento dei punti vendita è di proprietà diretta dei petrolieri, gestita in comodato d'uso da altri, il restante 45 per cento delle pompe di servizio è invece nelle mani di privati, affidato sempre a un gestore». In pratica, l'assoluta maggioranza dei punti vendita si convenziona sempre con le compagnie petrolifere più grandi che hanno il controllo della rete e stabiliscono i prezzi di mercato del carburante. Nessuna anomalia, replica Claudio Burani, vicesegretario nazionale di Figisc: «Il problema del prezzo dei carburanti - afferma - è che su un litro di benzina grava quasi un curo di tasse». Per la Fegica il risparmio per i consumatori potrebbe essere di quasi 10 centesimi al litro e considerati i 38 miliardi di litri all'anno, consumati complessivamente in Italia, «l'abbattimento di 10 centesimi significherebbe quasi 4 miliardi di curo risparmiati».
Dubbi e timori però restano, soprattutto tra i gestori preoccupati di essere costretti a tagliare i vincoli rassicuranti con i grandi marchi, e dunque di essere obbligati alla chiusura se si arrivasse a imporre la serrata per gli impianti inefficienti (circa 24mila). Ma i dubbi sono anche quelli dei consumatori. Quanto risparmierebbero? «Nemmeno un centesimo», è la secca risposta di Carlo Stagnaro, direttore Ricerche e studi dell'ultra-liberista Istituto Bruno Leoni. «I vincoli maggiori stanno nelle norme regionali, specie quelli che impongono ai nuovi distributori di dotarsi di carburanti eco compatibili, che richiedono spazi più ampi e dunque costi maggiori», creando una barriera iniziale per l'avvio dell'attività a "pompe bianche" e grande distribuzione (Gdo) che invece comprano il carburante fuori dalla grande distribuzione delle compagnie, e che quindi hanno prezzi inferiori.
Entro il 20 gennaio cadrà il velo sul decreto del governo. Intanto, tra gli automobilisti italiani chi può emigra: in Svizzera un pieno costa meno di 20 euro.

Da Il Riformista, 13 gennaio 2012

La solita Italia del cavillo vuole il Colosseo a pezzi

C'è un'Italia che, in nome di un «meglio» che con ogni probabilità non vedremo mai, è sempre pronta a bloccare quel poco di buono che comunque si sta tentando di realizzare.
Ed è esattamente questa Italia che ieri ha esultato quando l'Antitrust ha dato ragione al Codacons, rilevando alcune scorrettezze nella procedura che ha affidato al gruppo Tod's di Diego Della Valle il restauro del Colosseo. Non è assolutamente escluso che, in questo come in altri casi, ci siano stati comportamenti superficiali e, alle solite, magari l'abitudine a definire il risultato al di fuori delle regole di legge. L'incapacità a indire gare davvero aperte a tutti è un tratto italico, il quale accomuna i sindaci che devono rifare il tetto del municipio come i professori universitari che gestiscono le carriere accademiche. In questa circostanza, ad ogni modo, è necessario sottolineare come la Capitale abbia trovato un'impresa privata seriamente interessata a usare risorse proprie per il recupero di uno dei monumenti più legati all'immagine della città.
Ora si profila però il rischio che, a seguito dell'iniziativa dell'associazione di Carlo Rienzi, il progetto si areni e tutto resti come prima. In effetti non si può escludere la possibilità che l'affidamento della sponsorizzazione del monumento sia messo in discussione in ragione del ricorso presentato (sempre per iniziativa del Codacons) al Tardai Lazio, che dovrà esprimersi in tempi stretti. Le critiche avanzate nei riguardi dell'operazione possono anche essere fondate. In particolare, l'Antitrust rileva come la scelta di optare per una procedura negoziata, coinvolgendo un numero assai piccolo di realtà, sia in contrasto con quei criteri di trasparenza e concorrenzialità che devono ispirare una buona amministrazione. Allo stesso modo, l'organismo incaricato di vegliare sulla competizione esprime perplessità di fronte alla scelta dell'amministrazione appaltante di assegnare meno di 48 ore di tempo ad altri eventuali soggetti intenzionati ad avanzare offerte. Ma esiste davvero qualcuno che sia interessato a fare di più e meglio di Della Valle? Per ora, non pare che qualcuno si sia fatto avanti e quindi si ha la sensazione di trovarsi ad avere a che fare, una volta di più, con le solite situazioni che stanno affossandoci: tra amministrazioni, da un lato, che adottano procedure non proprio lineari e, dall'altro, contestatori assai zelanti, abituati però a ragionare secondo la logica del «tanto peggio, tanto meglio». In verità, l'Italia avrebbe un dannato bisogno di un Colosseo restaurato dal Della Valle di turno, oggi, in modo da avere una Pompei da affidare a qualcun altro, domani, e via dicendo. L'Italia non è priva di quelli che Gianni De Michelis - con un'espressione fortunata - battezzò i nostri «giacimenti culturali». L'Italia è ricca di monumenti, borghi antichi, abbazie medievali, resti greci e romani: basta fare un passeggiata a Firenze o a Venezia per rendersene conto. Ma quello che troppo spesso manca è lo spirito che, in tale circostanza, sta guidando il gruppo Tod's, desideroso a condurre a termine un'iniziativa utile a Roma e gradita a tutti quanti amino la storia e la cultura, oltre che in grado di offrire un ritorno d'immagine per chi mette a disposizione i capitali. Sullo sfondo della vicenda, comes'è detto, è facile riconoscere il groviglio dei nostri vizi: le diffìcoltà di un Paese in cui il sistema delle regole è contorto, l'attitudine a non rispettarle è assai alta e in cui, pergiunta, va trionfando uno spirito giacobino in virtù del quale molti si candidano a essere i giustizieri di turno. Costi quel che costi.

Da Il Giornale, 10 gennaio 2012

Gli italiani e il Climategate

Era il 1989 e usciva "Weekend con il Morto". All'inizio del film i protagonisti, Larry e Richard, combattevano la calura estiva newyorkese standosene sull'incatramato tetto di un grattacielo con una mini piscina gonfiabile e una radiolina gialla a pile che gridava: "Caldo, caldo, caldo! La Grande Mela si sta trasformando in una grande mela cotta!" Già si parlava di riscaldamento globale, cambiamenti climatici, inquinamento, gas serra e via discorrendo. Come sappiamo, ancora se ne parla. Solo che la questione sta diventando più controversa di quanto non lo sia stata in passato.
Il riscaldamento globale ci ucciderà tutti. Anzi no, il riscaldamento globale è una bufala. I cambiamenti climatici sono tutta colpa dell'uomo, che sta portando il pianeta Terra alla rovina. Non è vero, sul pianeta Terra i cambiamenti climatici ci sono sempre stati, non è certo una novità. Chiacchiere da bar? Forse. Fatto sta che gli scienziati non sempre sono d'accordo sul modo in cui considerare il fenomeno del riscaldamento globale, le sue cause e le sue conseguenze.
Un recente articolo di Steven F. Hayward su quello che viene definito Climategate II, la cui traduzione abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, accende nuovamente i riflettori sulla questione delle connivenze tra politica e scienze e sulle verità nascoste che riguardano l'attuale stato di salute del nostro pianeta.
Dopo il contributo del climatologo Franco Battaglia, pubblichiamo l'intervista a Carlo Stagnaro. Ingegnere ambientale e del territorio, membro della Società Italiana di Fisica e Direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni.

Secondo gli estratti delle email riportati da Hayward, ciò che sembra emergere è che in alcuni casi la politica si è 'nutrita' della 'favola' del riscaldamento globale per seminare il panico, accaparrarsi voti, giustificare erogazioni di fondi. D'altra parte, il mondo della scienza si sarebbe 'nutrito' degli stessi fondi erogati per la ricerca, giustificandoli a suon di previsioni catastrofiche sul cambiamento climatico. Si può dire che è il solito attacco dei negazionisti del riscaldamento globale; oppure si può dire che Hayward ha descritto il funzionamento di un'associazione per delinquere.
Credo che il Climategate sia una dimostrazione lampante dei guasti che possono derivare dalla politicizzazione della scienza. Il punto, qui, non è di sostanza ma di metodo: le email pubblicate non ci dicono se il pianeta si stia riscaldando e perché. Ci dicono però che si è creato un pericoloso meccanismo collusivo tra alcuni interessi politici e commerciali e un gruppo di studiosi che, per varie ragioni, si è trovato a influenzare in modo eccessivo la visione che l'Ipcc (cioè un organismo tecnico-scientifico delle Nazioni Unite) forniva dei temi climatici, e che a sua volta influenzava le determinazioni dei governi. Come minimo, quello che emerge è che il lavoro dell'Ipcc non è "fair", e questo è preoccupante se si pensa alla rilevanza delle politiche che sono state adottate, in Europa e altrove, nel nome proprio di questa visione dello "stato dell'arte" sul clima.

Se il meccanismo perverso disegnato da Hayward fosse effettivamente in atto, non si tratterebbe soltanto di un grave danno di immagine per la comunità scientifica e dell'ennesimo per il mondo della politica. Vorrebbe anche dire che ingenti somme di denaro pubblico vengono sprecate in misure e progetti che non hanno solide basi scientifiche e che quindi non portano benefici di alcun tipo per l'uomo. Vale anche per gli incentivi per le cosiddette 'energie pulite'?
Ancora una volta: se le mail si rivelassero effettivamente la prova di una "congiura", non significherebbe automaticamente che le preoccupazioni per il clima siano del tutto prive di fondamento. Significherebbe però che il pubblico "laico" dei non specialisti, inclusi i decisori politici, è stato esposto a una rappresentazione del dibattito parziale, e che è stato indotto a prendere scelte magari giuste, ma comunque poco informate. Questo è preoccupante.

Secondo la corrispondenza privata tra gli scienziati, esiste effettivamente una mancanza di consenso generale all'interno della comunità scientifica riguardo la minaccia rappresentata dei cambiamenti climatici. In che misura la politica, ovvero chi prende le decisioni, tiene in considerazione questa differenza di vedute e in che misura ne è adeguatamente informata? In pratica, come si orienta il politico nel momento in cui è di fronte a due diverse 'verità' scientifiche?
C'è un duplice problema. Primo: il mandato reale che la politica ha dato all'Ipcc (al di là delle "parole") è quello di fornire una rappresentazione "equa" del dibattito scientifico, oppure quello di fornire giustificazioni scientifiche per decisioni politiche predeterminate? Secondo: l'Ipcc ha davvero fornito una rappresentazione scorretta del dibattito scientifico? Il Climategate probabilmente aiuta a rispondere alla seconda domanda, ma non alla prima. E quasi qualunque risposta è inquietante.

L'ultimo summit sudafricano non ha fatto grande notizia. Leggendo i quotidiani apprendevamo semplicemente che non si stava producendo nulla di concreto. Forse è banale chiedere di chi è la colpa ma…lei che idea si è fatto? Come mai non ci si smuove? È solo per via della fame di energia (tanta e subito) delle grandi potenze emergenti?
La colpa, io credo, è dell'ostinazione nel continuare a proporre un modello che evidentemente non funziona, perché da 14 anni continua a ripetersi con l'organizzazione di vertici faraonici e inutili che tentano, senza successo, di chiudere accordi capestro tra decine di paesi. A mio avviso bisognerebbe abbandonare l'attitudine a definire "targets and timetables" vincolanti sulla riduzione delle emissioni, che è palesemente impossibile, e puntare a obiettivi più ragionevoli e di lungo termine, come la riduzione progressiva dell'intensità carbonica (cioè delle emissioni per unità di Pil) che dipende dal tasso di sviluppo tecnologico e dalla crescita economica. E quindi la questione di policy da affrontare non è come ridurre le emissioni nei prossimi 5 o 10 anni, ma come creare un framework pro-crescita e pro-innovazione per i prossimi decenni.

Da Notapolitica.it, 8 gennaio 2012

Il referendum sull'acqua? Dannoso per il pubblico

La priorità del governo Monti, adesso, è quella di far ripartire l’economia. L’Antitrust, l’Autorità garante per la concorrenza del mercato, gli ha suggerito come: proponendo un pacchetto di liberalizzazioni da attuare al più presto. Tra i settori cui metter mano vi sono le Poste, le farmacie, i tassisti, il trasporto ferroviario, le professioni, la rete gas e i servizi pubblici locali. Su quest’ultimo punto, sorge un problema: della categoria, infatti, fa parte anche la gestione dei servizi idrici locali. Tuttavia, due dei quattro quesiti referendari di quest’estate vertevano proprio sulla materia (gli altri erano su nucleare e legittimo impedimento); e, con la vittoria dei “Sì”, venne sancita l’impossibilità di liberalizzare il settore. E adesso? «Quel referendum è stato vinto, sostanzialmente, attraverso una frode perpetrata ai danni degli elettori perché si è descritto un fenomeno che non esisteva, ovvero la privatizzazione dell’acqua», spiega, raggiunto da ilSussidiario.net Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni. In effetti, in realtà, si stava «semplicemente discutendo - continua - della possibilità di mettere a gara la gestione del servizio pubblico locale; secondo modalità, inoltre, il più lontane possibili dalla privatizzazione. Il decreto Ronchi prevedeva di bandire una gara per l’affidamento dei servizi o che quelli già affidati scendessero al di sotto di una certa quota di partecipazione pubblica».
Secondo Mingardi, l’esito di quel referendum pone dei problemi anche al di là della gestione dei servizi idrici. «Ha messo nei guai non soltanto gli operatori genuinamente privati ma anche le imprese municipalizzate che sono controllate dal pubblico ma con una quota di capitale raccolto sul mercato». In sostanza: «l’esito del referendum è incompatibile con una gestione ragionevole dei servizi pubblici. Dato che è frutto di una frode politica, è sensato pensare di rivederlo». Resta da capire se, effettivamente, sia possibile ignorarne il risultato. «Se in Italia non fosse possibile ignorare i risultati dei referendum - replica - avremmo avuto gli ultimi dieci anni di vita pubblica italiana con una Rai privatizzata, senza un ministero dell’Agricoltura, e con una legge elettorale maggioritaria». Rimane, in ogni caso, la questione della praticabilità politica. «Il referendum è stato vinto dagli attori che lo hanno promosso perché, dopo la vittoria di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli, è montata un’onda che ha visto anche nel referendum la possibilità di dare un forte segnale politico contro l’allora governo Berlusconi e, segnatamente, contro il presidente del Consiglio». Oggi, le condizioni sono radicalmente cambiate: «nessuno, tra i partiti politici, ha una visione della gestione dei servizi pubblici locali socialista - è questo il termine più corretto - come quella dei promotori del referendum». Ciò non significa che l’esecutivo avrà la strada spianata.
«Temo, in ogni caso, che avrà forti difficoltà a recepire le segnalazioni dell’antitrust, date le storiche resistenze alla liberalizzazioni. Inoltre, questo è un governo di grande coalizione, condizionato dalla difficoltà di costruire un ampio consenso in Parlamento. Ogni partito, infatti, ha le proprie categorie e i propri gruppi di interesse di riferimento e, più ci si avvicina alle elezioni, più ciascuna formazione tenterà di proteggere i suoi». Sta di fatto che siamo in una fase particolarmente anomala, e occorrerà fare di necessità virtù. «Non siamo più in condizioni normali. L’Italia sta correndo enormi rischi. Il governo Monti dovrà riuscire a dare una risposta sensata ai mercati e al resto del mondo, che ci chiede di dare una prospettiva al Paese. Del resto, la pressione fiscale ha raggiunto i suoi massimi storici. E, sul fatto che questo determinerà un effetto depressivo, tutti gli economisti concordano». In conclusione: «Per controbilanciare l’effetto di compressione della crescita occorre necessariamente metter in campo le liberalizzazioni. Se non ora, quando?»

Da ilSussidiario.net, 7 gennaio 2012

«Pagheranno soprattutto ceti popolari»

«Il vero aumento dei carburanti è di 17 centesimi per la benzina e 22 per il gasolio. Perché alle accise bisogna applicare l'Iva». Spiega Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Studi e ricerche dell'Istituto Bruno Leoni. L'aumento influirà sui prezzi di tutti i beni di largo consumo, dagli alimentari al trasporto pubblico. E a «essere penalizzate saranno le famiglie con redditi bassi e medio bassi».

L'aumento e le accise
«In un anno i carburanti sono aumentati di un terzo solo per la parte fiscale: 20 centesimi in più di tasse». A contribuire, oltre agli aumenti di Monti, ci sono i 6 centesimi di accise per il Fondo unico dello spettacolo e per la guerra in Libia. Ma sono solo gli ultimi di una lunga serie di balzelli. Infatti si pagano ancora quello per la guerra di Abissinia del 1935, per la crisi di Suez del '56, per il disastro delVajont del'63 e per l'alluvione di Firenze del'66. Senza contare le accise regionali di cui per ora la Sardegna è ancora esente (basti pensare che per i costi dell'alluvione la Liguria ne ha imposto uno di 7 centesimi).

Le ripercussioni
«Questi incrementi avvengono in un momento in cui prezzo del petrolio aumenta», sottolinea Stagnaro, che non può non notare, come in un periodo di crisi economica, «questi rincari non aiutano di certo». Per due motivi. Primo, i carburanti «hanno una domanda "rigida"», cioè si è obbligati a comprarli a prescindere dal loro prezzo. «Se uno deve andare al lavoro in auto esce di casa anche se la benzina aumenta», spiega l'economista. E poi perché «i prezzi di quasi tutti i beni e servizi sono legati a quelli del diesel».

Ecco chi paga
E questo il motivo per cui, al di là dei termini e delle analisi economiche, «questa impennata andrà ad incidere soprattutto sui redditi bassi e medio bassi». Proprio perché si tratta di un bene di prima necessità. Un po' come la prima casa, «che è un bene che nell'80% dei casi non produce reddito ma è una forma di risparmio», su cui graverà l'Imu. L'esperto dell'Istituti Bruno Leoni conclude con un'amara constatazione: «Un intervento del genere è proprio da ultima spiaggia».

Da L'Unione Sarda, 11 dicembre 2011

Professioni e liberalizzazioni il bicchiere mezzo vuoto. "Passi avanti troppo timidi"


MEDICI
Liberalizzazioni flop. Doveva essere una "rivoluzione a 360 gradi". Ma alla fine il decreto Cresci-Italia, varato la scorsa settimana, almeno per quanto riguarda il capitolo dedicato alle professioni, sembra notevolmente ridimensionato. L'aspettativa dei consumatori era molto alta. L'abolizione totale delle tariffe, sia minime che massime, anche come solo riferimento, unito all'obbligo di preventivo scritto, nel quale il professionista doveva indicare gli estremi della polizza Rc, promettevano bene. All'ultimo minuto, però, quell'obbligo è sparito, declassato a facoltà e solo dietro richiesta specifica del cliente. Un passo indietro che rimanda a una serie di domande per ora senza risposta: alla fine quale sarà il guadagno reale per i consumatori? Pagheremo di meno le parcelle? Le tariffe e le prestazioni saranno più trasparenti? Il servizio migliorerà? E quali nuove occasioni si aprono peri giovani? Sarà più facile e veloce accedere alle professioni?
Il decreto, che ha appena iniziato il suo iter parlamentare di conversione in legge, introduce alcune novità anche sul piano di tirocini e praticantati che non potranno durare più di 18 mesi. E di questi un semestre potrà essere svolto all'università, sia durante il ciclo triennale che in quello specialistico. O, in alternativa, dopo la laurea, presso un'amministrazione pubblica.
Tra i professionisti più toccati dal Cresci-Italia troviamo notai e farmacisti. I primi faranno i conti con un ampliamento della pianta organica di 500 unità (in tutto saranno messi a concorso 1.500 posti entro il 2014, tra vecchi e nuovi). I secondi dovranno misurarsi con l'apertura di oltre 5 mila nuove farmacie su tutto il territorio nazionale, ma conserveranno la possibilità di vendere i farmaci di fascia C con ricetta. Basterà questo per creare più concorrenza e abbassare i prezzi?
Le professioni sanitarie si salvano dallo "tsunami" delleliberalizzazioni, anche nella loro ultima e più modesta versione. Escluse dalle norme sul tirocinio più breve e da svolgersi anche in università, ad esempio. Partita vinta anche sull'obbligo per i medici di famiglia di inserire in ricetta la dizione sui farmaci equivalenti da erogare al paziente in alternativa a quelli di marca, da parte del farmacista, se il prezzo è inferiore. Ebbene anche quest'obbligo, contestato dall'associazione dei medici di base ma anche da Farmindustria, all'ultimo momento è saltato. Ora i medici possono scrivere in calce alla ricetta "sostituibile" oppure "non sostituibile", ma anche niente. E in quest'ultimo caso il farmacista può, anche qui nessun obbligo, offrire al cliente un farmaco equivalente che costi meno. «Ci preoccupa soprattutto la parte del decreto in cui si dice che il medico deve informare il cittadino su tutta una serie di variabili nella scelta del farmaco che neanche l'Aifa sa, figuriamoci noi», sidifende Giacomo Milillo, segretario Fimmg, Federazione medici di famiglia. «È un'ipocrisia. Noi inizieremo una campagna di tutela dei medici invitandoli a scrivere sempre "non sostituibile", dopo aver concordato la prescrizione con il paziente, in modo da essere certi che il farmaco che prenderà sarà effettivamente quello che secondo noi è il più appropriato, brand o generico che sia». Alla fìne, tenuto conto anche dello stop alla libera vendita dei farmaci di fasciaC (quelli con ricetta, ma a carico totale del paziente) presso le parafarmacie, stesso risultato: zero risparmi per il consumatore.
L'abolizione delle tariffe (quelle massime in campo medico non sono mai esistite e quelle minime sono state di fatto cancellate già da Bersani) e l'opzione, non più l'obbligo, di presentare preventivo scritto, ma solo su richiesta del paziente, riguardano solo i medici che erogano le prestazioni in cliniche non convenzionate e studi privati. E con ogni probabilità potrebbero avere un effetto tangibile più sulle operazioni chirurgiche che non su visite e diagnosi. Se il paziente lo richiede, ora a differenza di prima un chirurgo dovrà mettere nero su bianco il costo di ogni voce legata all'intervento, dall'anestesia all'assistenza.

NOTAI
«Non chiamatela liberalizzazione. Per i notai, si tratta solo di pianificazione». Serena Sileoni, ricercatrice dell'Istituto Bruno Leoni, è netta: «Le liberalizzazioni creano competizione e concorrenza. L'aumento dei posti disponibili, come nel caso dei notai, non è detto che comporti in automatico una maggiore efficienza del servizio e dunque onorari più bassi». L'intervento sui notai, «minimo», lo definisce Sileoni, riguarda in effetti la sola pianta organica che viene ampliata di 500 unità, mentre andranno a concorso 1.500posticomplessivamente, tra vecchi e nuovi, in tre bandi entro il 2014. Poi, certo, anche per i notai intervengono le disposizioni su preventivo e tariffe. «Accrescere la pianta organica non necessariamente farà decollare le transazioni, anche perché se non si vendono immobili o non si aprono nuove società certo non dipende dai notai. La crisi e l'aumento dei costi in generale sta operando da tempo e in profondità», prosegue Sileoni. «Il punto è anche un altro: il sistema fiscale che sta dietro gli atti. Posso anche aumentare il numero di notai sul territorio, ma se le imposte sui singoli atti non cambiano, difficilmente i prezzi scenderanno. E le imposte pesano per i quattro quinti. La grossa ingessatura di questo mercato non è tanto l'onorario del notaio, quanto le altre tasse. Si, certo, forse ci sarà più flessibilità nelle tariffe. Ma l'effetto finale sul cittadino sarà marginale. Già oggi molti notai sono disposti a fare un preventivo. Non credo che le nuove norme, appena 500 posti in più, incentiveranno più di tanto la concorrenza sulle tariffe». Come uscirne? «La concorrenza tra notai si può ottenere solo facendo entrare nuovi soggetti nel mercato, così come accadde ai tempi della lenzuolata di Bersani con parafarmacie e corner degli ipermercati dove vendere i farmaci da banco», suggerisce Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo. «Il vero nodo è togliere. alcune attività ai notai, oggi in esclusiva, e consentirle anche ad avvocati, commercialisti o segretari comunali. Come le autentiche di firme e di atti, la costituzione di piccole società, alcuni rogiti. Senza sconvolgere il sistema della tutela della legalità che certo spetta ai notai, garanti della certezza del diritto ma con un'esclusività troppo ampia. E la società semplificata a 1 euro, prevista dal decreto per gli under 35, che non ha bisogno del passaggio dal notaio, è già un primo passo».

AVVOCATI
Il fronte degli avvocati si è rivelato il più agguerrito. «Non c'è dubbio che per gli avvocati l'obbligo di un preventivo sia una vera rivoluzione copernicana, proprio perché storicamente convinti che sia impossibile calcolare in anticipo il costo di una causa», spiega Paolo Martinello, avvocato e presidente di Altroconsumo, una delle più importanti associazioní italiane dei consumatori. Un cambio di mentalità un po' annacquato, visto che l'obbligo è saltato proprio alla vigilia della pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale. Ma il cliente, se lo vuole, potrà sempre richiederlo e ottenerlo. Ci saranno risparmi? «Diciamo che la liberalizzazione delle professioni crea sicuramente uno scenario per la discesa dei prezzi, ma non ci sarà un effetto immediato», prosegue ancora Martinello. «Si tratta di un processo più lungo e articolato, al termine del quale potremo avere risparmi significativi anche dell'ordine del 30% sulla parcella media. Già in questi anni abbiamo avuti episodi significativi di ribassi importanti, provenienti soprattutto da studi aperti da gruppi di giovani avvocati. Ma questi tentativi sono stati finora repressi, soffocati, boicottati e talora anche puniti dagli Ordini. Grazie al decreto gli sconti diventeranno sempre più diffusi. Lentamente le tariffe caleranno, la pubblicità aumenterà e i vantaggi per i cittadini saranno tangibili. Le proteste degli avvocati sono francamente incomprensibili, e lo dico da avvocato! C'è una profonda sfiducia che serpeggia all'interno degli stessi Ordini nella capacità della professione di uscimevincenti. Il pemo del nuovo scenario è senz'altro la pubblicizzazione. Il vero preventivo è proprio questo: il professionista si prende tutti i rischi del caso, promuovendo alcune tipologie di cause ad un dato prezzo, proprio perché non sa quante saranno le telefonate, gli atti, le udienze. Non sottovaluterei questo meccanismo che introdurrà sicuramente dinamismo». Più scettico Silvio Boccalatte, ricercatore dell'Istituto Bruno Leoni che definisce la nuova lenzuolata di liberalizzazioni «una montagna che ha partorito un topolino e per giunta gracile». Il decreto sulle liberalizzazioni «declama l'abolizione delle tariffe (tranne che in caso di liquidazione da parte dei giudici, il che è corretto), ma stabilisce che "in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguato all'importanza dell'opera". E quindi? Quindi si è legittimati a ritenere che non sia cambiato assolutamente nulla. Certo, non si menziona più il "decoro" della professione, ma un compenso reputato inadeguato all'importanza dell'opera sarà automaticamente da considerarsi "indecoroso": un bel valzer di parole, ma ci si continua a dimenare sulla stessa mattonella, senza fare un passo in avanti».

FARMACISTI
Un servizio più capillare e prezzi al consumo più bassi: è la posta in gioco del decreto legge del 20 gennaio, in materia di distribuzione del farmaco. Ma sono deluse le organizzazioni dei consumatori, come Cittadinanzattiva e Federconsumatori. «Occorreva liberalizzare tutta la fascia C e portare avanti la riforma Bersani del 2006, mettendo fine al monopolio delle farinacie, in favore delle parafarmacie», dice Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori.
L'arrivo di circa 5.000 nuove farmacie (nella seconda parte del 2012), grazie alla revisione delle "pianta organica" (con quorum, ovvero il rapporto farmacia/cittadini, abbassato a 3.000), è comunque un dato forte. Tutti gli esercizi hanno da subito libertà di orario, oltre gli obblighi stabiliti dai turni già in vigore. C'è poi la possibilità di aprire farmacie nei vari scali, nelle aree di servizio e nei centri commerciali.
In giro si vedranno, dunque, più esercizi e probabilmente meno laureati in farmacia disoccupati. La differenza si sentirà soprattutto nei piccoli centri: per fare alcuni esempi, in un comune con 6 mila abitanti, mentre ora c'è una sola farmacia, ce ne potranno essere 2; in un centro con 10 mila abitanti, si passerà dalle 2 attuali alle 4 possibili; in uno di 12.500, da 3 farmacie a 5.
Ma i nuovi parametri, questo è senza dubbio un difetto, non tengono conto dei flussi demografici temporanei, cioè della migrazione ciclica della popolazione nei periodi di vacanza o a causa del pendolarismo lavorativo. In un piccolo comune balneare o di montagna, per esempio, spesso la popolazione nei mesi di alta stagione si moltiplica esponenzialmente e certo una o due farmacie in più non possono bastare.
Un punto potenzialmente positivo per gli utenti è la facoltà immediatamente conferita alle farmacie di praticare sconti sul prezzo delle medicine. Da qui potrebbero arrivare risparmi per i cittadini, ma occorrerà capire, per la reale efficacia dei ribassi, se tra le farmacie si stabilirà un effettivo spirito concorrenziale, mettendo da parte i cartelli. Cosa che al momento, date le barricate di Federfarma (le farmacie sciopereranno il 1° febbraio), sembra difficile.
È un'incognita, infine, anche la questione dei cosiddetti "equivalenti". Il dottore che prescrive una medicina, infatti, deve apporre la dicitura: "sostituibile con equivalente generico", oppure "non sostituibile" («nei casi in cui - afferma il testo del decreto - sussistano specifiche motivazioni cliniche contrarie»). Qui i risparmi potenziali sono nelle mani dei medici e della loro eventuale fiducia nei prodotti "no logo".

Da Repubblica - Affari e Finanza, 30 gennaio 2012

Sanità e politica vanno separate

Caro direttore,
è giusto che un malato, all'uscita dall'ospedale, si veda consegnare un documento che riassume le spese affrontate per lui dal servizio sanitario? Per il senatore Ignazio Marino (La Stampa, 24 gennaio 2012) si tratterebbe di un contributo a una «democrazia partecipata». I malati informati del costo che rappresentano per la collettività potrebbero organizzarsi in «appositi comitati» e dare così un contributo per individuare miglioramenti nell'uso delle risorse.
E davvero così? Questa «bolletta sanitaria» male non fa ma attenzione a caricarla di troppe aspettative.
L'idea si fonda su una non automatica identificazione di ruoli. Il paziente è anche un contribuente, ma non tutti siamo pagatori e beneficiari del Ssn alla stessa maniera.
Le difficoltà nel controllare la spesa sanitaria sono legate in parte allo «spreco» che contraddistingue in questo ambito come in molti altri i sistemi pubblici, ma anche alle dinamiche demografiche. Gli over 75 consumano, dal punto di vista della spesa, 11 volte le risorse che «costano» i 25-34enni. Il 70% della spesa è assorbito dalla popolazione di pazienti cronici.
Informare i pazienti circa il costo delle prestazioni può servire a ricordare loro che nessun pasto è gratis: la sanità «gratuita» non lo è affatto. Tuttavia, questo è il classico caso in cui non ci si può appellare a una maggiore «morigeratezza» dei consumi individuali, per controllare la spesa.
La discussione dovrebbe avere luogo su ben altro: il problema non è avvicinare sanità e democrazia, ma allontanare sanità e politica.
Buona parte delle inefficienze del Servizio sanitario nazionale affonda le proprie radici nell'uso strumentale al consenso che ne è stato fatto. Di questo si discute quando si sottolinea la cronica incapacità di razionalizzare la rete ospedaliera italiana, ad esempio.
Uno studio dell'Istituto Bruno Leoni curato da Lucia Quaglino, di prossima pubblicazione, confronta la domanda (posti letto effettivamente occupati) con l'offerta da parte degli ospedali pubblici, dal 1995 al 2007, in una Regione pure «virtuosa» come la Lombardia. Grazie all'innovazione tecnologica, nell'ultimo quindicennio la durata media dei ricoveri si è molto ridotta: passiamo meno tempo in ospedale. Tuttavia, l'effetto sui posti letto offerti dal pubblico non si vede.
La domanda in capo al settore pubblico scende del 33% ma l'offerta si riduce solo del 7,6%. Si è determinato insomma un eccesso di capacità produttiva: che, se la sanità fosse un settore economico esposto alla concorrenza, sarebbe il segnale di una crisi imminente.
Questo accade persino nell'unica regione italiana che non è cronicamente in disavanzo - e che usa consapevolmente privati che hanno un ruolo non ancillare.
L'eccesso di capacità produttiva è frutto di una spesa per investimenti che risponde a una domanda di consenso. Non c'è esponente politico cui non piaccia tagliare il nastro di un nuovo ospedale.
Esattamente come da esigenze di consenso dipende la riottosità a tagliare la spesa corrente, che significa: personale, appartenente a categorie efficacissime (medici e infermieri in primis) nel «volantinaggio verbale» caro alla politica a tutti i livelli.
Gli ospedali privati lombardi sono riusciti ad adattare con più elasticità l'offerta alla domanda di posti-letto, minimizzando gli sprechi, proprio perché seguono il «motivo del profitto» e non quello dei consenso.
Informare il paziente dei costi che si sono sostenuti per lui è un appello alla sua buona coscienza, ma non gli mostrerà il conto delle promesse elettorali e delle appassionate orazioni circa una sanità «pubblica e gratuita». La sanità italiana a livello «micro» è fatta di professionalità eccellenti e dedizione alla cura. Sono le decisioni macro che vanno «de-politicizzate».

Da La Stampa, 28 gennaio 2012

Italian pharmacists, professions aim to foil reforms

Pasquale Brandi owns a 130-year-old pharmacy in the center of the southern Italian city of Potenza, on Via Pretoria, the street where the townspeople take their evening stroll or "passeggiata."
Despite the heavily frequented central location, revenue has been falling since sales of non-prescription drugs were deregulated in 2006, and as the country heads into a prolonged recession things have got worse, he said.
These drugs can now be bought at so-called "para-pharmacies" that also sell soaps and cosmetics, as well as in special sectors of some supermarkets.
If prime minister and former European competition commissioner Mario Monti gets parliamentary approval for his so-called "Grow Italy" measures to open up the country's highly regulated services sectors, then Brandi said he may have to let go both his employees.
"I feel like a dog chasing his tail," said the 43-year-old, who runs the pharmacy with his sister, Stella, also a pharmacist. They inherited the pharmacy and the license to run it from their mother, who in turn received them from her father.
Monti's reforms are intended to encourage competition by loosening the strict rules that govern a host of professional groups in Italy, from pharmacists and journalists to notaries and taxi drivers.
However, his efforts to open up the "closed shop" mentality that has grown up behind the professions is being fiercely opposed by the insiders who benefit from the way things have worked for years.
The first set of deregulation measures came up for discussion by the cabinet on Friday and Industry Minister Corrado Passera says similar packages will be passed every month.

Debt crisis
With Italy in the frontline of the euro zone debt crisis, the stakes are high. Monti is desperate to convince markets that a chronically sluggish, hidebound economy can be reformed, even if some commentators question the growth-boosting potential of the raft of micro-measures.
"Maybe liberalizing taxis and pharmacies won't have a big impact on growth, but not doing it would give the impression that Monti can't even liberalize taxis and pharmacies," said Alberto Mingardi, director of the Istituto Bruno Leoni, a Milan-based free-market think tank.
In Italy, pharmacy licenses are limited to one every 4,000 inhabitants, and they are often passed down for generations, effectively blocking newcomers unless they purchase a license at a high cost from a current owner.
"I don't like to consider people who buy medicine as consumers," said Susanna Sbarigia, who owns a pharmacy with a staff of eight in Rome. Like Brandi, she inherited her license. "People who buy medicine are sick and are looking for the proper medicine to make them healthy again. It's a public service."
Currently all prescription pharmaceuticals can be sold only in a pharmacy. The new law would boost the number of licenses and allow some prescription drugs to be sold by para-pharmacies.
Unlike in the United States or Britain, there are no drugstore chains in Italy.
Guilds representing lawyers, notaries, accountants and journalists have pledged to fight the abolition of minimum fees, while petrol stations and many others are digging in against deregulation measures that would affect them.
Paradoxically however, the fact that Monti has taken on such a broad swath of groups may end up helping him because it means no vested interests can say they are being unfairly picked on.
"The only way to overcome this kind of opposition is to pass a whole battery of changes together," said Mingardi.
With Italy mired in recession - the International Monetary Fund expects the economy to contract in both 2012 and 2013 - and businesses fighting to hold on to their privileges, the deregulation battle is a key part of Monti's goal to make the country more competitive in the long term.
"The world wants to see if there's a new Italy, or whether it's still blocked by the crossfire of vetoes from special interest groups," said Daniel Gros, director of the Centre for European Policy Studies in Brussels.
But the professions have powerful allies in parliament. Of Italy's 945 lawmakers, almost a third are members of one guild or another. More than 130 are lawyers, 90 are journalists, 23 are accountants, 13 are architects and four are notaries.
Monti insists deregulation is "not against anyone, but in favor of all citizens." The aim is to lower costs, open up jobs for young people and plant the seed for long-term growth needed to pay down a debt worth 1.2 times the nation's annual output. A third of Italians between the age of 15 and 24 are unemployed.
The draft legislation before the cabinet on Friday combines an increase in the number of licenses for taxis and pharmacies with numerous other measures that, among other things, scrap minimum fees for all professions, deregulate discount sales by retailers, cap toll-road tariffs and open up the market for train transport.
The aim of the package is to boost Italian growth, which has trailed the euro zone average every year since 1996 when the European Union's statistics office Eurostat first began calculating comparative data.
By deregulating services, Italy could increase growth by 11 percent in the long run, with half of that coming during the first three years after the reforms, according to a 2009 study by the Bank of Italy.
As European competition regulator, Monti took on some of the world's biggest companies including Microsoft and General Electric. Failing to open up competition among Italy's taxi drivers and pharmacists would send the wrong message to investors whose confidence in the country is already low.
In 2006, former Prime Minister Romano Prodi's government passed two deregulation packages, but was forced to reverse those aimed at taxi drivers and to scale back the ones regarding pharmacies because of fierce lobbying.
Silvio Berlusconi's subsequent government then restored some of the old, more restrictive laws when he took over in 2008.

Da Chicago Tribune, 20 gennaio 2012

Mingardi: tra spese e nuovo Tax freedom day gli italiani diventano "impiegati" dello Stato

Il “Calendario 2011 della spesa familiare”, ricerca realizzata dal Sole24Ore/CentroStudiSintesi utilizzando le medie Istat, ha rivelato che nell’anno appena concluso una coppia di lavoratori dipendenti con due figli ha iniziato a risparmiare solamente dopo il 7 dicembre, mentre prima di questo giorno tutto il reddito è stato destinato alle spese della famiglia e per pagare tasse e contributi: venti giorni di lavoro al mese sono andati per le spese, che riguardano l’abbigliamento, l’alimentare, i trasporti e così via, mentre altri 8,6 giorni di lavoro sono stati utilizzati per imposte e contributi. Cambia poco per una coppia di dipendenti con un solo figlio, che ha potuto cominciare a risparmiare dal 3 dicembre, quindi appena qualche giorno prima, e resta il fatto che il 2012 in cui siamo appena entrati non lascia presagire niente di buono, con nuovi rincari e una pressione fiscale ancora più alta.
Come se non bastasse, a causa dell’Imu, dell’Iva e dell’accise sui carburanti, nel 2012 saremo costretti a lavorare una settimana esatta in più per pagare tasse e contributi: il Tax Freedom Day, infatti, il giorno fino al quale sarebbe necessario lavorare solo per pagare le tasse, è stato spostato in avanti di sette giorni dalle varie pesanti manovre del 2011: così potremo cominciare a mettere qualche risparmio da parte solo dal 20 giugno prossimo e non più dal 14 dello scorso anno. «Questi dati parlano chiaro: fino al 20 giugno prossimo siamo di fatto, volenti o nolenti, impiegati dello Stato», commenta Alberto Mingardi, Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, intervistato da ilsussidiario.net. «L’Italia è un Paese ad alta tassazione non certo da oggi e credo che principalmente sia cambiata la percezione da parte degli italiani del fatto che un aumento della fiscalità debba essere un destino sostanzialmente ineludibile. Si tratta in realtà di un cambiamento che era già tale da due o tre anni: in Italia paghiamo troppe tasse ed è chiaro ormai da tanti anni, eppure tutte le varie riforme che si sono succedute negli anni non sono state sufficienti a decidere davvero sulla dimensione dello Stato italiano e quindi anche sul carico fiscale che grava sulle spalle dei cittadini. Naturalmente il fatto che tutti questi tentativi che si sono succeduti negli anni abbiano sostanzialmente fallito ha un effetto di compressione delle speranze per il futuro».
Secondo Mingardi, «in queste settimane sono state pubblicate numerose stime e riflessioni su come l’aumento fiscale colpirà principalmente questo gruppo piuttosto che un altro, ma il fatto è che soffriamo e soffriremo tutti, e andare a cercare la vittima dell’inasprimento è sostanzialmente come giocare a illuderci da soli. La contrazione delle disponibilità economiche degli italiani è negativa per tutti e l’effetto è certamente depressivo. Le ultime due manovre hanno portato un inasprimento fiscale fortissimo su diversi fronti, e tutto questo si è reso necessario dal fatto che ci troviamo in una forte emergenza. Il problema è che solamente aumentando le tasse non sarà possibile uscirne, e quello che serve davvero, oltre a un nuovo patto fiscale tra gli stati europei, è soprattutto un nuovo patto sociale tra istituzioni e cittadini: abbiamo bisogno di una leadership coraggiosa che spieghi queste cose alla gente, perché se non c’è una presa di coscienza da parte della collettività, qualsiasi altro intervento è necessariamente destinato a non cambiare in alcun modo le cose».

Da ilsussidiario.net, 9 gennaio 2012

Il cittadino deve essere informato

Non ha trovato molte condivisioni la decisione della Regione Lombardia di obbligare medici e ospedali a esporre nei referti, nelle lettere di dimissione e in ogni tipo di comunicazione ai pazienti il prezzo sostenuto dalle casse pubbliche per ciascuna prestazione. Per ogni esame, per ogni visita, per ogni ricovero, il malato verrà a conoscere quanto la mano pubblica sborsi. È verissimo che il cittadino paga già le tasse per essere curato dal servizio sanitario nazionale, come è stato fatto osservare da un responsabile dell’Ordine dei medici. È però altrettanto vero che nessuno ha una diretta cognizione di quanto costi ogni prestazione da lui richiesta alla collettività. Basterebbe, del resto, verificare i prezzi delle medicine che “passa la mutua” per rendersi conto del carico della spesa farmaceutica. Similmente, la spesa ospedaliera potrebbe essere così conosciuta da chi venga ricoverato. Si tratterebbe, insomma, di aprire un piccolo spiraglio sui costi della sanità prestata a tutti.
In tal modo ci si renderebbe (forse) conto di una verità che viene taciuta: il sistema è insostenibile. Quando, nel 1978, si decise, vigente il compromesso storico, d’istituire il servizio sanitario nazionale, con asserita gratuità di prestazioni per il cittadino, la riforma fu salutata come una conquista storica. L’ha di recente citata Giorgio Napolitano, nella rimpatriata partenopea con gli antichi compagni di fede politica, quando ha ricordato che, in cambio della “stabilità salariale” richiesta agli operai, si ottenne la “grande” riforma sanitaria, approvata con i voti della Dc e del Pci. Per esoso che sia il fisco italico, è palese che il sistema non regge. Infatti, bisogna ogni anno correggerlo, per “tagliare gli sprechi”. L’impalcatura, tuttavia, resta e la spesa sale.
Bene sarebbe quindi averne contezza, sia pur parziale, vedendo quanto ciascuno pesi sul sistema sanitario per le proprie necessità. E per documentare, invece, i prelievi, bene sarebbe se non ci fosse il sostituto d’imposta, ma ciascuno di noi ricevesse quanto gli spetta al lordo di contributi previdenziali e d'imposte. Inutile fu una proposta referendaria al riguardo, perché venne bocciata dalla Corte costituzionale.
Se ciascuno si rendesse conto di quanto della propria ricchezza gli sia sottratto dalla mano pubblica, e insieme si rendesse conto di quanto incidano le spese, forse propenderebbe per un sistema meno socialista di quello attuale, e più libero, oltre che più liberale. Un sistema nel quale vi fosse spazio per le assicurazioni private, per la concorrenza, per la libera scelta e la libera decisione del cittadino. Allora, altro che “grandi riforme” magnificate dal capo dello Stato! Aprendo gli occhi, si vedrebbe il baratro della crescente tassazione e della crescente spesa, con una rincorsa che nessuno, governo di destra, governo di sinistra, governo tecnico, non riesce mai a fermare (probabilmente perché non lo vuole nemmeno).

Da Italia Oggi, 6 gennaio 2012

Lo stato obeso porta all’infarto

Giulio Tremonti è tornato a farsi sentire, intervenendo sul Corriere della Sera con un articolo dedicato al debito pubblico. Secondo un suo abituale vezzo, ondeggia fra poderose riflessioni storiche e considerazioni d’attualità, ambendo sempre a scrivere, più che per il contingente, per la storia. Verosimilmente, si tratta di un acconto del suo nuovo volume, annunciato da qualche settimana e dato in uscita entro febbraio.
La responsabilità del debito sovrano è da Tremonti relegata nella prima repubblica, asserendo invece (ma i dati smentiscono la tesi) che la seconda repubblica si sarebbe impegnata, con gli esecutivi di entrambi i versanti, per ridurre l’indebitamento. La soluzione viene individuata in un risorgere dell’unità nazionale o compromesso storico, col dichiarato scopo “di aprire il cantiere del cambia-mento costituzionale”.
Tremonti in queste riflessioni, come del resto la quasi totalità dei politici di centro-destra e di centro-sinistra e, almeno a quel che si capisce, come gli stessi professori tecnici seduti al governo, omette d’individuare con chiarezza le cause del debito e, quindi, di segnalare con coerenza la necessità di rimuoverle. L’ex superministro ha ragioni da vendere quando rammenta che “più si spendeva a debito, più voti si prendevano; peggio si spendeva, più preferenze si prendevano”. Ebbene, a dirla con schiettezza e semplicità, le spese furono (e sono) alimentate da uno Stato sociale insostenibile. La dilatazione delle pensioni facili e l’incremento dei costi della politica, la pervasione della mano pubblica e il pullulare dei servizi pubblici, l’offerta del corso di laurea sotto casa e il moltiplicarsi di società ed enti a tutti i livelli (dal quartiere al continente), hanno determinato il folle indebitamento che è causa delle difficoltà finanziarie in cui siamo immersi.
Peccato che pochi riconoscano che la crescita abnorme dello Stato sociale è all’origine del tracollo odierno. Quando pure lo ammettono, come in parte fa Tremonti, non ne traggono le ovvie conseguenze: bisogna ridurre, comprimere, smi-nuire, se proprio non si vuole abbattere, quello Stato sociale. Invece, tutti gli amministratori locali, per fare un solo esempio, ripetono la fermissima volontà di non voler toccare i mitizzati servizi. Ovviamente, poiché nessun servizio è gratis, per pagarli dovranno ricorrere al sistema più immediato: l’imposizione fiscale. Infatti, già stanno facendo i conti per vedere fin dove salire con le tasse di competenza propria. Si può essere facili profeti ove si preveda che gli appetiti di sindaci e assessori si scateneranno con le tasse di scopo, altro regalo del federalismo fiscale così caro alla Lega. “Tassa di scopo” è poi una formula graditissima a tutti i livelli, posto che nuove forme impositive si studiano (tanto per citare un caso soltanto) al ministero della Salute, con lo scopo di contribuire all’edilizia sanitaria.
Senz’altro, le grandi riforme, costituzionali, istituzionali, legislative, sono indispensabili. Ma la prima, assoluta riforma, indispensabile per alleviare il fardello del debito pubblico, consiste nell’abbattere lo Stato sociale che abbiamo creato senza averne i mezzi e che vorremmo mantenere avendo ancor meno mezzi di prima.

Italia Oggi, 31 dicembre 2011

San Raffaele senza controllo

Come sia stato possibile per il San Raffaele arrivare ad avere un miliardo e mezzo di debiti, non lo sapremo mai. E' importante invece chiedersi perché la situazione dell'ospedale milanese ha potuto incancrenirsi. Non basta, a spiegare il crac, la megalomania di un uomo, la stessa, per inciso, che in altri tempi lo aveva portato a costruire dal nulla una meraviglia della sanità. Dietro al dramma del San Raffaele, sta l'opacità dei suoi conti. Come ha ricordato Massimo Mucchetti sul Corriere della sera (26 luglio), la Fondazione Monte Tabor, da cui dipende la struttura, è un ente non commerciale che non ha mai depositato un bilancio. Il fatturato del San Raffaele è stimato attorno al mezzo miliardo l'anno: valori significativamente più alti di quelli della tipica associazione non profit. Ma proprio questo essere "senza scopo di lucro" ha permesso a Don Verzé di giocare con regole diverse da quelle cui sono soggette altri ospedali privati lombardi.
Se domattina Humanitas (Rocca) o Gruppo San Donato (Rotelli) acquisissero il nosocomio, dovrebbero immediatamente assoggettarsi alla stessa disciplina di bilancio cui sono sottoposte le aziende private. A posteriori, è proprio questo fatto a mettere in luce non bella la scelta, fatta in estate, di puntare su una sorta di salvataggio ad opera di una cordata guidata dal Vaticano, anziché prendere la via delle procedure fallimentari che avrebbero presumibilmente portato alla discesa in campo di acquirenti imprenditoriali. Appare come l'ultimo tentativo di mantenere `riservati' i conti del gruppo. Non a caso, le stime iniziali erano di circa 700 milioni di buco: la metà del valore ora acclarato. Innanzi a cifre di questa rilevanza, c'è da chiedersi dove avessero la testa i creditori, e perché non abbiano esercitato quella funzione di controllo che, secondo i libri di testo, dovrebbe essere loro propria. Avranno ragionato da 'banche di sistema': per proteggere un patrimonio del territorio', hanno finito per scavargli la fossa. A dover essere messo in discussione non è il `modello lombardo', in cui la concorrenza ha consentito lo sviluppo di un privato d'eccellenza. Ma il fatto che per qualcuno le regole della concorrenza non valessero fino in fondo: un privato `non profit' e opaco. Protetto dalle dure leggi del mercato troppo a lungo. E reso cieco e spavaldo proprio da quelle protezioni.

Da QN, 5 gennaio 2012

Inchiesta sine ira ac studio sulle farmacie ancora troppo poco europee

“Ora dobbiamo avviare una fase organica e ben meditata di riforme, delle quali abbiamo messo i semi in questo decreto ma che vanno sviluppate con coraggio e sistematicità”, ha detto ieri il presidente del Consiglio, Mario Monti, nel suo intervento al Senato prima del voto definitivo sulla manovra. E tra le prossime azioni del governo, Monti ha indicato esplicitamente le liberalizzazioni, dicendosi pronto ad accogliere i “suggerimenti” “su settori delicati come quello delle farmacie”. La manovra “salva Italia” infatti, almeno in linea teorica, apre a interventi sulla distribuzione farmaceutica, ampliando - nelle intenzioni – le “lenzuolate” di PierLuigi Bersani. La liberalizzazione di Bersani, giudicata dai critici insufficiente ma avversata dai farmacisti, consentiva l’apertura di spazi al di fuori della cosiddetta “pianta organica” (le parafarmacie) abilitati alla vendita dei farmaci da banco, cioè quelli non rimborsabili dal Sistema sanitario nazionale (Ssn) e vendibili senza ricetta medica; restava obbligatoria la presenza di un farmacista laureato. In più, veniva garantita la “libertà di sconto”. Ora il decreto Monti interviene ulteriormente, estendendo questa libertà anche a un gruppo di farmaci di fascia C (cioè quelli non rimborsabili ma vendibili solo dietro ricetta), ancora però da identificare, nei comuni superiori ai 15 mila abitanti che siano in possesso di una serie di requisiti, anch’essi da determinare in futuro con un apposito decreto. L’attuazione di questi cambiamenti sarebbe, di per sé, una piccola rivoluzione, anche se i suoi effetti sono temperati, nella pratica, dall’incertezza sulle scelte ancora da compiere. I successivi decreti diranno se la rivoluzione è in atto o è stata neutralizzata.
I farmacisti, dal canto loro, ribadiscono la visione del sistema italiano di distribuzione come “presidio del Sistema sanitario nazionale”, all’interno del quale il controllo dell’offerta è essenziale a garantire la qualità del servizio e il rapporto tra farmacista e cliente orientato non alla vendita, ma all’assistenza. Chi ha ragione? Fino alle lenzuolate, la vendita di medicinali al dettaglio si caratterizzava per due anomalie: in primo luogo, il numero degli esercenti autorizzati a vendere i farmaci era limitato con un sistema di licenze; secondariamente, il prezzo di vendita dei farmaci era fissato per legge in tutte le sue componenti, incluso il margine da destinare al farmacista nel caso dei farmaci rimborsabili (circa il 27 per cento, al lordo dello “sconto” per il Servizio sanitario nazionale).
La maggior parte degli altri paesi hanno normative meno rigide. In Gran Bretagna, per esempio, le tariffe dei farmaci sono fissate in modo da incorporare una stima sull’efficienza media della distribuzione, con l’obiettivo di indurre i rivenditori a tagliare continuamente i costi e ottimizzare la propria organizzazione, anche per l’ambiente altamente competitivo in cui operano, con la presenza dei colossi della distribuzione organizzata. Pure in Francia, come in Italia, il prezzo di vendita è ancorato a quello di produzione, ma attraverso una serie di scaglioni che mettono il farmacista in condizione di competere coi colleghi. In Germania, invece, la situazione è in qualche maniera più vicina alla nostra, perché ogni scaglione che compone il prezzo del farmaco è fissato in modo rigido e, oltre tutto, con effetti regressivi. Infine, la Spagna ha il modello più vicino a quello italiano, in quanto la remunerazione del farmacista è una quota fissa del prezzo di vendita che si trasforma in forfait solo al di sopra di una certa soglia. Sebbene forme di regolamentazione esistano ovunque, insomma, la somma di contingentamento numerico degli esercizi e rigidità nella determinazione dei prezzi determinava condizioni di profonda inefficienza e, a parità di altri elementi, maggiori costi per i clienti. L’effetto era molto ben visibile in una serie di indicatori: in uno studio per il Cerm del 2007, Fabio Pammolli e Nicola Salerno hanno mostrato come i farmacisti italiani avessero i più alti margini unitari di tutta Europa (7,6 centesimi di euro per unità standard, contro una media di 6 centesimi).
Lo stesso decreto Monti, se applicato in modo estensivo, potrebbe comportare rilevanti risparmi per i consumatori, intensificando le pressioni competitive. Alcuni anni fa, la Coop sosteneva che la piena liberalizzazione dei farmaci “Otc” (quelli non rimborsabili e vendibili senza ricetta) avrebbe consentito sconti tra il 25 e il 50 per cento. Nei tre anni successivi all’emanazione del decreto Bersani, sono nate 2.700 parafarmacie e oltre 260 corner nei supermercati, che hanno raggiunto quote di mercato piccole ma comunque significative (nel 2009, la grande distribuzione aveva il 3,4 per cento del mercato, le parafarmacie il 4,2 per cento). In questo modo, secondo il periodico rapporto del Cermes sulle liberalizzazioni coordinato da Roberto Ravazzoni, nel 2008 gli italiani hanno risparmiato almeno 16 milioni di euro, senza che questo comportasse un aumento indiscriminato nel consumo di farmaci. Sempre secondo il Cermes, in presenza di uno sviluppo ulteriore del mercato i risparmi per le famiglie italiane potrebbero arrivare alla cifra di 35-45 milioni di euro, solo nei farmaci senza obbligo di prescrizione. Tale traguardo potrebbe essere raggiunto attraverso un più profondo ripensamento della distribuzione farmaceutica. Uno studio dell’Istituto Bruno Leoni suggerisce l’adozione di un modello “tripartito”: affiancando alle farmacie “presidio del Ssn” (cioè le attuali farmacie) sia parafarmacie con la presenza di un farmacista (che potrebbero vendere tutti i farmaci di fascia C), sia esercizi gestiti da personale non qualificato per i farmaci da banco.

Da Il Foglio, 23 dicembre 2011

Liberalizzazioni, vincono le lobby

In fondo non ci è voluto molto. E' bastato cancellare poche frasi o aggiungere qualche riga giusto lì dove serviva per disinnescare le liberalizzazioni del decreto "Salva Italia". Chi pensava che il trio Mario Monti - Antonio Catricalà - Corrado Passera si sarebbe abbattuto come una furia su corporazioni e rendite di posizione sbagliava di grosso. Quello che doveva essere un colpo di scure si è rivelato un buffetto.
"Mi sono preso un'arrabbiatura pazzesca, ma non finisce qui" ha tuonato il superministro Passera a "Che tempo che fa" di Fabio Fazio. Il bello, però, è che alcune liberalizzazioni potrebbero non cominciare mai. Un esempio su tutti: gli esercizi commerciali. Approvati i principi toccherà alle Regioni tradurli in realtà. "Abbiamo già visto cos'è successo con la lenzuolata dell'allora ministro Pierluigi Bersani", spiega Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'Istituto Bruno Leoni, "quando le Regioni hanno introdotto tutta una serie di vincoli urbanistici e altre trovate pur di svuotare le liberalizzazioni. Per non parlare degli ordini professionali, ai quali il governo chiede una auto-riforma. E' la classica non-scelta. E lascia poco spazio all'ottimismo".
Andiamo a vedere, nel dettaglio, in cosa consiste il pacchetto liberalizzazioni approvato a fine 2011. Il confronto tra la bozza presentata dall'Esecutivo e il testo approvato dopo gli emendamenti in aula è a tratti impietoso.

Ordini professionali
Tutto parte dalla legge di stabilità della scorsa estate, che ha affidato la riforma degli ordini agli ordini stessi. I nuovi regolamenti dovranno diventare realtà entro agosto 2012 e attenersi ad alcuni principi, tra i quali:

- libero accesso alla professione (unica eccezione nel caso di imprecisate ragioni di "interesse pubblico");
- libertà di pubblicizzare i propri servizi;
- tirocinio pagato e mai più lungo di tre anni;
- compenso pattuito per iscritto al momento dell'incarico.

La differenza tra la bozza iniziale e il testo approvato è sostanziale. Se il testo originale, di fatto, aboliva gli ordini facendo tabula rasa di tutte le leggi che li hanno istituiti, la legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale farà decadere solo quelle singole norme in contrasto con il nuovo regolamento. Chi non si adeguerà entro agosto 2012 vedrà comunque abrogate tutte le norme in contrasto con i principi fissati della legge attuale.

Farmacie
In questo ambito, il decreto Salva Italia ha fatto due grossi passi indietro e uno piccolo in avanti rispetto alle intenzioni bellicose di Monti e Passera. Tra la bozza e il testo approvato ci sono molte differenze:

- I farmaci con obbligo di ricetta si continueranno a vendere esclusivamente nelle farmacie;
- Supermercati e parafarmacie potranno vendere i farmaci di fascia C non rimborsabili, ma solo quelli senza obbligo di ricetta.
- La liberalizzazione che aveva in mente il governo era più ampia, visto che permetteva a supermercati e parafarmacie di vendere tutti i medicinali di fascia C, senza far differenza tra quelli soggetti e non soggetti all'obbligo di ricetta;
- L'apertura si applica solo a farmacie e supermercati nei comuni al di sopra dei 12.500 abitanti. Nella bozza il raggio era più ristretto, visto che considerava solo i centri dai 15.000 abitanti in su. Il piccolo passo avanti è proprio questo;
- Entro 120 giorni dall'approvazione del decreto il ministero della Salute dovrà aggiornare la lista dei farmaci con obbligo di ricetta che non potranno essere liberalizzati. Un comma che nella prima versione non c'era. Si potranno vendere medicinali scontati;
- Le farmacie potranno scontare anche quelli con l'obbligo di ricetta medica.

Il fatto che il Parlamento abbia scelto di delegare al ministero (su parere dell'Aifa) la lista dei farmaci liberamente vendibili è visto da alcuni come un escamotage per limitare ancora di più l'effetto liberalizzatore. Il rischio, infatti, è che la lista dei farmaci vendibili ovunque si restringa ancora di più. Secondo Altroconsumo e Codacons la mancata liberalizzazione delle medicine manderà in fumo un risparmio di 500 milioni l'anno. Federdistribuzione è più cauta e parla di 250 milioni. Una cosa è certa: se il decreto non fosse stato depotenziato in Parlamento, i consumatori ne avrebbero beneficiato.

Da L'Espresso, 2 gennaio 2012

Quelle Regioni speciali che «rubano» i soldi alla Liguria

Caro Direttore, in questo bizzarro clima in cui la parola «equità» viene pronunciata ogni minuto ed è intesa come sinonimo di «tasse» vorremmo segnalare un'iniquità macroscopica che viene perpetrata costantemente e da decine di anni: il trattamento tributario riservato alle Regioni a statuto speciale. Com'è noto, le Regioni a statuto speciale sono 5 (Valle d'Aosta, Trentino - Alto Adige, Friuli - Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia) e sono state istituite per ragioni storiche certamente commendevoli alcuni decenni fa, ma ormai del tutto anacronistiche.
Ebbene, in virtù della loro pretesa «specialità», queste regioni trattengono una media del 90% dei tributi riscossi sul proprio territorio: si va dal 100% (circa) della Sicilia al 60% del Friuli. Come se non bastasse, lo Stato provvede diligentemente ad attribuire e trasferire loro risorse «aggiuntive», cioè, evidentemente, sottratte dai contribuenti di altre regioni e dirottate verso questi mirabili esempi di «specialità». Non a caso, in queste regioni, la spesa pubblica in rapporto al Pil è nettamente più elevata rispetto alla media italiana: in alcuni casi (Valle d'Aosta, Trentino e Sicilia) è più che doppia rispetto alla media!
È «equo» che la solidarietà debba valere per tutti gli enti locali, tranne che per le regioni «speciali»? È «equo» che solo queste regioni abbiano il diritto di far permanere sul proprio territorio i proventi dei tributi ivi riscossi? È «equo» che queste regioni possano tenere la spesa pubblica a livelli elevatissimi facendosi ripianare quasi ogni disavanzo «a piè di lista»?
Diciamo le cose come stanno: i contribuenti delle altre 15 regioni italiane stanno sostanzialmente finanziando cinque piccole repubbliche socialiste che, peraltro, possono permettersi di offrire condizioni molto più favorevoli alle imprese che vogliano trasferirvisi: basti ricordare l'incredibile esodo registrato dal Veneto al Trentino. Tutto ciò è «equo»?

No, non lo è per niente, perché tutte le regioni dovrebbero essere poste nelle stesse condizioni, e sul punto ci permettiamo di avanzare cinque proposte:
1) le principali imposte (quantomeno Irpef e Ires) dovrebbero essere regionalizzate, ma la stessa Irap (che è «regionale» solo di nome) dovrebbe divenire un tributo completamente regionale. In conseguenza di ciò dovrebbero essere massicciamente regionalizzati i servizi attualmente finanziati dallo Stato, con correlato trasferimento di beni e personale;
2) le regioni dovrebbero essere libere nel decidere la propria politica tributaria: ogni cittadino e impresa dovrebbe quindi poter scegliere - semplificando al massimo - tra regioni con alta pressione fiscale ed elevato numero di servizi finanziati con il gettito e regioni a bassa pressione fiscale e pochi servizi pagati dai contribuenti.
Il federalismo è competitivo o non è;
3) la finanza statale dovrebbe divenire, nella sua maggior parte, una finanza derivata. In altri termini: lo Stato dovrebbe finanziarsi con i (pochi) tributi che rimarrebbero di sua competenza, ma, soprattutto con quote di tributi regionali trasferite dalla Regioni allo Stato solo con un assenso unanime delle Regioni;
4) nell'ambito di questa impostazione, le Regioni dovrebbero poter trattenere sul proprio territorio almeno il 75% del gettito: il restante 25% dovrebbe essere diviso in una quota (ampiamente minoritaria) trasferita allo Stato (su base consensuale unanime, vedi punto 3) e una quota finalizzata ad alimentare un «fondo perequativo» indirizzato afare in modo che anche le regioni meno produttive siano in grado di tutelare alcuni dirittifondamentali;
5) l'esistenza del fondo perequativo, pur necessaria, non dovrebbe diventare unascusaper continuare atrasferire risorse a fondo perduto alle regioni «più sprecone»: l'uso del fondo perequativo dovrebbe essere subordinato alla sottoscrizione di un patto interistituzionale in forza del quale le regioni che percepiscono risorse prodotte in altre zone d'Italia si debbano impegnare a ridurre e, inprospettiva, ad eliminare, i propri deficit. Le regioni «deboli» dovrebbero essere lasciate libere di scegliere se tagliare i servizi o aumentare i tributi, ma, in caso di mancato rispetto della tempistica tassativa determinatanel patto, esse perderebbero progressivamente il diritto a poter usufruire del fondo perequativo.
Siamo ben consci che un sistema come quello delineato non possa essere creato dalla sera alla mattina, ma di certo vi si potrebbe giungere con pochi anni di transizione e una ferma volontà politica: si tratterebbe di sviluppare l'Italia nell'unico senso possibile, quello confederale, e verso la più fondamentale forma di equità, quella territoriale.

Da Il Giornale, 27 dicembre 2011

Addio curriculum, meglio assumere i «raccomandati»

Sei imprese su dieci assumono tramite «conoscenze personali» piuttosto che affidarsi ai curricula dei candidati. A rivelarlo è un'indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro. I cv quindi cedono il passo ai «canali informali», ovvero alle segnalazioni e alla conoscenza diretta. Un passo indietro oppure un'ulteriore garanzia di affidabilità? Che cosa garantisce la maggior meritocrazia tra il rapporto personale e la trasparente esperienza lavorativa?
Capisco che la cosa non piaccia a quanti vorrebbero una società italiana meglio in grado di valorizzare il merito personale, e quindi meno legata a talune logiche da clan. Però non c'è da sorprendersi se quanti assumono, specie in una situazione caratterizzata da un mercato del lavoro ingessato (che difficilmente verrà liberalizzato in tempi stretti, come mostrano le recenti polemiche), sembrano orientatia scegliere soprattutto sulla base di esperienze dirette, rapporti di amicizia, relazioni familiari. Una delle ragioni sta nel fatto che le qualità che davvero interessano la maggior parte degli imprenditori sono difficilmente desumibili da un semplice foglio di carta riportante gli studi compiuti e le precedenti occupazioni, mentre possono essere meglio riconosciute grazie al giudizio proveniente da persone fidate e a contatti in prima persona.
In linea di massima, chi è alla guida di un'impresa privata vuole innanzi tutto favorirne la crescita: e se le segnalazioni informali hanno la meglio sugli altri metodi non si deve necessariamente credere che questo discenda dalpermanere di un acultura della raccomandazione. Ci sarà anche questo, ma va detto che sul mercato il titolare della piccola azienda che assuma come contabile un amico, sacrificando un candidato migliore, potrebbe pagare a caro prezzo questa decisione. Tali situazioni sicuramente esisteranno, ma non descrivono per intero la realtà.
In effetti, se i rapporti personali sono tanto importanti questo discende dal fatto che in azienda talora è cruciale poter contare sulegami in senso lato «comunitari» che inducano ognuno a dare il meglio, essere corretto, evitare comportamenti opportunistici. In questo senso talvolta può essere razionale privilegiare il parente e lasciare a casa uno sconosciuto un po' più competente, se nel primo caso si è in condizione di evitare sorprese. Questo significa che se le abilità sono importanti, non bisogna sottovalutare quelle caratteristiche morali - anche connesse a dati culturali e temperamentali - che si possono comprendere meglio grazie ai canali informali. E non a caso nel diffondere questi dati l'indagine Excelsior 2011 ha rilevato l'importanza crescente degli stage, che aiutano l'impresa a «pesare» il candidato in tutte le sue potenzialità.
Se questo studio forse mette in crisi il mito del curriculum, è perché nel mondo reale conta il curriculum e contano le esperienze professionali, ma ancor sono importanti quelle qualità e attitudini che emergono solo alla prova dei fatti. E' una rivincita dell'esperienza sulla teoria, dei fatti sulle teorie, della concretezza sull'astrazione. Ed è anche la presa d'atto che il mercato reale non è un meccanismo anonimo e vive di rapporti personali assai più di quanto non si creda.

Da Il Giornale, 27 dicembre 2011

Il governo delle riforme non può fare le riforme. Lo dice l'articolo 18

Con la querelle sull'articolo 18, anche il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha avuto il suo battesimo del fuoco. Più ancora che l'intervento sulle pensioni, toccare l'illicenziabilità del lavoratore e quindi superare la natura "duale" del nostro mercato del lavoro è un intervento che ha valore sia sostanziale, sia simbolico. Implica infatti voltare pagina rispetto a un passato di rigidità lavoristiche e sindacalismo "politico" che è una delle ragioni per cui l'Italia è così indietro in tutte le classifiche internazionali.
Trasformare un contratto di lavoro, per le imprese con più di 15 dipendenti, nell'equivalente di un matrimonio non può che avere due effetti: ridurre, a parità di altri elementi, la propensione ad assumere a tempo indeterminato (perché il rischio è troppo grande) e indurre le imprese a sottodimensionarsi. Nessuna delle due cose dipende unicamente dall'articolo 18, né queste soltanto spiegano la scarsa competitività italiane: ma entrambe rappresentano una parte dei "perché". Non c'è nulla di nuovo in questa analisi: si tratta di questioni che sono state ampiamente approfondite, e che trovano una certa convergenza nelle analisi di studiosi anche molto diversi nei loro approcci, come Michele Tiraboschi, da un lato, e Pietro Ichino, dall'altro.
La novità di questi giorni sta nell'effetto che la reazione rabbiosa della Cgil di Susanna Camusso - e, a ruota, degli altri sindacati e rispettivi interlocutori politici - ha prodotto. La combattiva Fornero è stata costretta (pare dai colleghi di governo) a una precipitosa marcia indietro, negando qualunque intenzione di sfiorare l'articolo 18: chi tocca i fili, muore. Solo che questo immediato "contrordine compagni" alimenta la percezione che il governo, nato "tecnico", sia in realtà un governo "tecnico-politico", dove la componente politica - che si materializza nei veti e imboscate parlamentari - conta molto più di quanto non si credesse inizialmente.
Se l'incarico a Mario Monti venne giustificato con l'esigenza di fare riforme impopolari, di cui i partiti non intendevano assumersi la responsabilità, allora il giocattolo richiede un po' di manutenzione, perché le cose non funzionano come dovrebbero.
Quello che è clamorosamente vero per l'articolo 18 lo è stato, in questi giorni, anche su una serie di interventi minori, che teoricamente avrebbero dovuto colpire gruppi sociali assai meno influenti della triplice sindacale: dalle farmacie ai tassisti.
Ma a cosa serve un esecutivo incaricato di fare le riforme, se poi non riesce a fare le riforme? Naturalmente è ancora troppo presto per esprimere giudizi definitivi, anche perché la manovra - pur snaturata in molti dei suoi contenuti e palesemente sbilanciata sul fronte delle maggiori entrate - contiene almeno un provvedimento di grande portata (le pensioni). Tuttavia, se il buongiorno si vede dal mattino, i facili ottimismi della vigilia oggi devono fare i conti con un dato di realtà molto preoccupante. Cioè che l'Italia è un paese con anticorpi fortissimi contro ogni cambiamento.
Evidentemente, cambiare i suonatori non basta perché anche la musica cambi.

Da La Provincia di Varese, 23 dicembre 2011

«Riformare tutto il lavoro, anche lo Statuto»

Sfruttando l'esperienza di economista (insegna a Tor Vergata) e di politico (eletto col Pd, gravita ora nell'orbita di Montezemolo) il senatore Nicola Rossi ritiene che l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori vada toccato, ma nel quadro di una riforma complessiva.

Il giuslavorista Tiraboschi dice che metter mano all'articolo 18 servirebbe solo ad esacerbare il clima sociale.

«Io faccio una valutazione diversa. Ritengo che il punto non sia l'articolo 18, ma ritengo anche che l'articolo 18 non possa essere escluso da una riforma».

Si spieghi meglio.
«Vede, l'intera architettura del mercato del lavoro è visibilmente superata, ma se, come è giusto, si introducono ammortizzatori sociali o si mette mano alle regole della contrattazione allora diventa necessario toccare anche l'articolo 18».

Toccare solo su quello sarebbe inutile?
«Credo che gli errori debbano servire da esempio. Prenda il caso delle pensioni: se si fosse applicata la riforma del '95, col passaggio al contributivo pro rata, oggi non avremmo problemi. Invece la riforma è stata disattesa e si è preferito procedere con aggiustamenti parziali. Evitiamo ora di ricaderci col mercato del lavoro».

Lei è anche favorevole al contratto unico di lavoro.
«Ho firmato la bozza Ichino per la stessa ragione di cui sopra: è un intervento utile e sistematico».

Non si rischiano forzature e semplificazioni eccessive?
«Non direi. Oggi attorno allo stesso macchinario in fabbrica lavorano un anziano assunto a tempo indeterminato e un giovane con contratto atipico. Il principio fondamentale è invece che davanti al lavoro tutti debbono essere uguali».

E ugualmente precari, chioserebbe un dirigente della Cigl.
«Ma perché? Una tutela di carattere monetario per chi perde il lavoro non fa un precario. E poi non è che i datori di lavoro si divertano a licenziare, assumere significa investire su una persona...».

Nel suo ex partito, il Pd, si accusa il ministro Fornero di aver affrontato con troppa leggerezza il tema del lavoro.
«La Fornero ha svolto un'opera encomiabile con la riforma previdenziale e, dopo aver discusso con le parti sociali, farà altrettanto col mercato del lavoro».

L'impressione è che Bersani fatichi a tenere il partito...
«Sull'argomento rischio di dirle solo delle banalita...».

Ad esempio?
«Ad esempio che nel Pd convivono a fatica posizioni diverse. Il punto vero e capire quali sono le posizioni più significative»

Cioè come lo pensi Bersani?
«Mah, vede, io credo che la cultura dell'elettorato del Pd sia in larga misura vicina alle posizioni di chi intende difendere l'articolo 15».

E' mancata un'opera pedogica?
«Completamente, ma non da oggi: negli ultimi vent'anni».

Per capirci, un Enrico Letta è in minoranza?
«Mi pare di sì. Il tentativo di introdurre elementi di carattere liberale nelle posizioni tradizionali della sinistra non ha avuto alcun successo e lo sa perché?».

Lo sospetto.
« Perché lo si e fatto solo per tattica e non per strategia. Senza crederci, insomma».

Da QN, 22 dicembre 2011

Manovra più equa? Forse ora sì, ma le tasse restano troppe

Maggiori detrazioni per l’Imu, regole meno severe sui trattamenti di anzianità, tagli alle pensioni d’oro, patrimoniale sulle case all’estero e una parziale marcia indietro sulle liberalizzazioni. Sono davvero tanti i cambiamenti apportati dal governo alla manovra economica per redistribuire i sacrifici tra i cittadini, su richiesta dei sindacati e delle forze politiche.
“Ora le misure sono più eque”, ha detto il premier Mario Monti, presentendo i provvedimenti. Non ne è del tutto convinto però Carlo Stagnaro, responsabile dell’ufficio studi dell'Istituto di ricerca Bruno Leoni, forte sostenitore del pensiero economico liberale: “alcune modifiche alla manovra vanno nella direzione giusta “, dice,”ma ci sono anche molte cose che non contribuiscono certo ad accrescere l’equità”.

Quali?
Ad esempio un atteggiamento troppo timido, o una vera e propria marcia indietro, sulle liberalizzazioni degli ordini professionali, delle farmacie o dei taxi.

Che c’entra questo con l’equità?
C’entra eccome. Le liberalizzazioni sono una grande opportunità per ridare potere di acquisto ai cittadini e rendere più dinamico il nostro sistema produttivo. La deregulation degli orari dei negozi, che per fortuna è stata salvata dal governo, probabilmente porterà maggiore concorrenza sul mercato e avrà effetti positivi nel tenere a bada l’inflazione, a vantaggio soprattutto dei consumtori che guadagnano meno.

Cosa condivide, invece, della manovra?
Senza dubbio il provvedimento che estende l’indicizzazione al costo della vita delle pensioni fino a 1.400 euro, contro la soglia di 960 euro prevista in precedenza. È una misura che porterà probabilmente un po’ più di pace sociale, visto che i sacrifici richiesti dal governo sono già tanti.

Sono troppi?
Direi piuttosto che ci sono molte misure che non condivido, perché provocheranno un sensibile aumento della pressione fiscale, con conseguenti effetti negativi sull’andamento dell’economia.

Quali?
Ad esempio l’aumento delle accise, la patrimoniale sugli immobili all’estero o il prelievo sui capitali rimpatriati con lo scudo fiscale. Mi sembrano misure straordinarie e non strutturali, fatte soltanto per coprire alcuni buchi che si sono aperti nei saldi della manovra, dopo le ultime modifiche.

Colpire i capitali scudati non è un modo per redistribuire i sacrifici e far pagare i più ricchi?
Non mi sembra ragionevole che lo stato italiano tradisca una promessa fatta qualche anno fa, giusta o sbagliata che fosse. Chi ha riportato nel nostro paese i soldi esportati all’estero, pagando una tassazione ridotta, credeva di essersi messo definitivamente in regola e di non dover subire più altre imposizioni straordinarie. Ora le istituzioni si rimangiano la parola e perdono credibilità.

Da Panorama.it, 14 dicembre 2011

Imprese sotto scacco

Avvocato e assegnista di ricerca in Diritto comparato presso l’Università di Firenze, Serena Sileoni è anche responsabile editoriale della casa editrice Liberilibri e fellow dell’Istituto di studi e ricerche intitolato a Bruno Leoni, filosofo del Diritto ed economista liberale. Con lei affrontiamo una questione cruciale per il paese e le nostre imprese, cioè il funzionamento del sistema fiscale e gli equilibri fra quest’ultimo e il contribuente.

Come definirebbe il rapporto tra fisco e imprese in Italia?
Lo definirei miope e vessatorio. La miopia sta nell’insistenza del legislatore e del burocrate, quando non addirittura del giudice, a non voler comprendere che, specie nei momenti di difficoltà economica, la crescita e lo sviluppo di un paese passano attraverso un alleggerimento del carico fiscale.
E per “carico”, non intendo solo il livello della pressione fiscale, ma anche l’insieme di adempimenti burocratici, complessi oneri formali, affannanti scadenze che, oltre a sottrarre tempo prezioso all’imprenditore, scoraggiano nuove iniziative economiche e incidono sulla competitività delle nostre imprese.

E il carattere vessatorio?
I profili sono due. Il primo è quantitativo e si riferisce al livello di pressione fiscale, secondo una prospettiva contraria allo Stato di diritto.
Sebbene nel nostro ordinamento esista un principio per cui al contribuente non può essere chiesto quanto va oltre la sua capacità contributiva, questa stessa non viene stabilita prima della fissazione delle imposte condizionandone l’ammontare, ma consiste in quel che resta dopo che le tasse sono state fissate. Il secondo profilo è meno scontato, ma forse ancor più grave, e riguarda la posizione di assoluta supremazia dell’amministrazione fiscale rispetto al contribuente. Un’asimmetria tipica del potere dispotico.
A fronte di un fisco che nulla deve provare per accusare e persino per riscuotere, che non ha termini perentori di rimborso per imposte non dovute, che agisce secondo presunzioni e deduzioni e inversioni dell’onere probatorio, in posizione subalterna sta il contribuente, impresa o privato cittadino, a cui non è concesso il minimo errore e su cui ricade il peso degli eventuali procedimenti giurisdizionali.

Il rapporto fra cittadini e fisco cosa ci dice della salute di uno Stato di diritto e di una democrazia?
Ci comunica due informazioni essenziali. La prima è se la democrazia è viva.
In altre parole, ci dice se coloro che sono sottoposti all’ordinamento di uno Stato sono considerati cittadini al cui servizio le istituzioni si pongono oppure sudditi al servizio del sovrano e se i loro averi sono intesi come proprietà privata, che concorre al benessere generale tramite un’equa tassazione, oppure patrimonio del sovrano, chiunque esso sia, e dunque esposto a vessazione fiscale. La seconda informazione che il rapporto tributario ci dà è se la democrazia è vitale, cioè quale sia la sua aspettativa di vita, che dipende appunto anche da un sistema fiscale tollerabile. Un rapporto tributario sano è essenziale per continuare a dire di vivere in una democrazia.

Spesso s’invoca la necessità di una semplificazione normativa in materia fiscale. Lei pensa che sarebbe una soluzione sufficiente?
Anche per il grado di tecnicismo che le caratterizza, le norme tributarie non sono né semplici né chiare, renderle più comprensibili sarebbe dunque già qualcosa. Non bisogna però illudersi perché il problema vero sta in cosa quelle regole prevedono, nel grado di arbitrarietà e discrezionalità che esse lasciano all’amministrazione fiscale e nel capovolgimento degli oneri probatori tra accusa-fisco e difesa-contribuente.
Il problema risiede insomma in quel sistema giuridico che consente una vera caccia alle streghe e che ha un intrinseco effetto deterrente sulla crescita delle imprese esistenti e sulla nascita di nuove.

Quali misure concrete dovrebbe prevedere una riforma ideale del fisco in grado di ammodernare il paese?
In concreto, la selva di detrazioni e deduzioni e agevolazioni fiscali deve lasciare il passo a un abbassamento generale delle imposte; vanno ridotte le imposte indirette, di cui i contribuenti non hanno nemmeno la percezione; e ai sussidi alle imprese si devono preferire le esenzioni fiscali. Si otterrebbe così anche l’effetto di rendere più evidente l’ammontare del carico fiscale. Ma è necessario anche ristabilire un rapporto più rispondente ai canoni della rule of law tra diritto, Stato e contribuenti.

Da L'Impresa, dicembre 2011

Stati Uniti in declino? Il mondo dei «pensatoi» parla ancora americano

Negli Stati Uniti continuano a regnare le «teste d'uovo» progressiste della Brookings Institution di Washington, seguite da quelle del Council on Foreign Relation di New York, mentre tutti i grandi «pensatoi» conservatori - dall'American Enterprise Institute alla Heritage Foundation, fino al Cato Institute - perdono colpi. Nel resto del mondo svetta la Chatham House, l'Istituto di affari internazionali di Londra, seguita dal Sipri di Stoccolma, da Amnesty International e da istituti tedeschi, francesi, russi, cinesi, norvegesi, egiziani, polacchi, danesi, persino libanesi.

Ma tra i primi 50 centri «non Usa» di questa particolare «hit parade della materia grigia» stilata ogni anno dalla University of Pennsylvania (qui il rapporto 2011 in PDF) non c'è nessuno dei 90 organismi di ricerca italiani. Che sono pochi rispetto ai 1815 dell'America, ai 286 della Gran Bretagna o ai 176 della Francia, ma non pochissimi: siamo all'undicesimo posto al mondo per numero di istituti, davanti a Paesi come Brasile e Spagna. Per trovare ricercatori italiani in classifica bisogna, però, andare a consultare le classifiche regionali. In quella dei Paesi dell'Europa occidentale troviamo al 32esimo posto l'Istituto Affari Internazionali e, al 50esimo, l'Istituto Bruno Leoni: il più attivo punto di riferimento del pensiero liberale che ha anche ricevuto un premio per il suo contributo alla diffusione dei principi di libertà dalla fondazione filantropica creata da John Templeton, un grande finanziere scomparso qualche anno fa.

E la quinta volta che l'università americana compila questa particolarissima classifica dell'autorevolezza, cercando di usare criteri il più possibile oggettivi. Questa volta i suoi analisti hanno passato al setaccio 6545 centri studi, 5329 dei quali sono finiti in classifica. Le tendenze più interessanti riguardano la rapida crescita della diffusione di questi istituti nei Paesi emergenti: nei «top 50 del mondo» per la prima volta compaiono in forze centri di Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Singapore e perfino Libano, Azerbaijan ed Egitto (con l'Al Ahram Center di studi politici e strategici). Gli istituti italiani non riescono ad entrare, invece, nemmeno nelle classifiche di settore come quella delle politiche sociali, della tutela ambientale e della scienza e della tecnologia. Eppure in quest'ultima compaiono, ad esempio, centri spagnoli, turchi, coreani, austriaci e del Kenya.

Per trovare un po' di Italia bisogna scandagliare i centri che l'asettica classifica attribuisce al Belgio ma che, in realtà, sono istituti europei indipendenti come l'autorevolissimo Bruegel (nono nella classifica mondiale), fondato da Mario Monti, che ne è stato anche il primo presidente, dal 2005 al 2008. Google Ideas, il «think thank» guidato da Jared Cohen che, ad appena trent'anni di età, è gia un ex consigliere di Condoleezza Rice e di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, è stato giudicato il migliore tra gli istituti creati negli ultimi 18 mesi. Il Council of Foreign Relations è quello che sa usare meglio le tecnologie digitali e le reti sociali come Twitter e Facebook.

Lo studio della Pennsylvania University è, ovviamente, molto tecnico: prescinde dai ruoli individuali giocati da chi anima questi centri. Ma è evidente che, ad esempio, la Brookings riesce a restare al vertice della classifica dell'eccellenza per la capacità di Strobe Talbott - l'ex diplomatico (e compagno di stanza di Bill Clinton all'università) che lo anima - di attirare grossi personaggi e produrre ricerche all'avanguardia non solo in politica estera, ma anche in materia di finanza, di congiuntura economica (area affidata al vicepresidente William Gale) e perfino nel campo delle tecnologie militari.

Gli istituti del pensiero conservatore, invece, probabilmente risentono del venir meno - o dell'eclisse - di alcuni grossi personaggi: ad esempio Paul Wolfowitz, che ha animato l'American Enterprise negli anni Novanta, è rientrato nell'istituto dopo le esperienze governative con Bush e la presidenza della Banca Mondiale. Ma oggi il suo ruolo è piuttosto laterale, mentre il centro è nelle mani di Arthur Brooks che gli ha dato una caratterizzazione politica molto aggressiva nei confronti dell'Amministrazione Obama, avvicinandolo alle posizioni della destra radicale dei Tea Party.

Dal Corriere della Sera, 27 gennaio 2012

"Più che porte e finestre il decreto spalanca spioncini"

«Più che porte e finestre, mi pare che questo decreto spalanchi qualche spioncino», valuta Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni.

Secondo il governo, però, potrebbe far salire il Pil dell'11 %, i consumi dell'8%, i salari di quasi il 12...
«Intanto, bisogna vedere qual è il numero di anni entro cui questo succede, e poi bisogna tenere presente che quando si fanno questi calcoli si pensa a una liberalizzazione complessiva che tocchi tutti gli ambiti. Diciamo la verità: se la giustizia resta quella che è e la pressione fiscale anche, questo scenario non è credibile».

Come giudica il decreto?
«Dal punto di vista simbolico è importante per quello che c'è stato prima ancora del testo: per una settimana questo Paese ha parlato di liberalizzazioni e ha imparato a considerarle un'opportunità. Va dato atto al presidente Monti di averle spiegate bene».

Dal punto di vista simbolico. E nel merito?
«Viene fatto qualcosa atteso da tempo, come la separazione di Eni da Snam, ma altre sono scelte di natura omeopatica. E poi come sempre conta quello che c'è e quello che non c'è: in una settimana è sparito ogni riferimento a poste e ferrovie. Non è un bel segnale: lascia l'impressione che ci siano ambiti in cui il governo non vuole intervenire».

Quanto incideranno queste liberalizzazioni sulla vita quotidiana dei cittadini?
«Posto che incideranno sul medio-lungo periodo, i due ambiti in cui i cittadini potranno aspettarsi di più sono quello del gas e dei servizi pubblici locali, dove, con l'abbassamento della soglia in house, si dovrebbe stimolare la concorrenza».

Oltre a poste e ferrovie, dove c'è stata troppa timidezza?
«Sono grandemente deluso dalle decisioni sulle farmacie: non si cambia la distribuzione del farmaco, si allarga solo l'offerta, non è quel passo avanti che avrebbe potuto essere. Sul tema era meglio il decreto Bersani. Qualcosa di analogo si può dire per i notai: si è scelto di aumentare il numero anziché incidere sulle tipologie di atti per cui bisogna consultarli. Sul commercio molto si è fatto col salva-Italia: fa sorridere che non si sia arrivati fino al punto finale di liberalizzare i saldi».

Sui taxi?
«Mah... Nel decreto le idee sono buone, però tutto passa alla nascente Autorità delle reti... Invece una cosa non eclatante ma significativa è la parziale liberalizzazione della Siae».

Il presidente del Consiglio ha molto insistito sul fatto che il governo lavora pensando ai giovani. Pensa avranno beneficio da questo decreto?
«Mi ha colpito l'enfasi sui giovani, e l'ho trovata positiva. Però la possibilità di aprire un'impresa con un euro di capitale mi sembra il coniglio tirato fuori dal cilindro in mancanza di meglio. Un atto simbolico. Il vero problema dell'impresa è avere credito».

Dove quindi il Parlamento dovrà concentrarsi per migliorare il provvedimento?
«Non c'è legge che esca migliorata dal Parlamento... Però c'è una cosa che la politica potrebbe fare: sarebbe il caso che i vari leader ragionassero di liberalizzazioni, che questo tema fosse impiegato per costruire consenso. "Stiamo facendo crescere il Paese e staremo meglio tutti": questo dovrebbe essere un ragionamento che innerva il patto sociale tra politica e cittadini».

Da La Stampa, 22 gennaio 2012

When rules are seen as injunctions

Sir, John Kay persuasively argues (December 14) that whereas “markets are an effective discipline on profligate individuals”, fiscal rules can be lobbied and circumvented by the political class.

This point notwithstanding, one could argue that it is still better to have fiscal rules than not. Since the incentives for the political class so overwhelmingly incline them towards inordinate spending to gather the favour of their constituencies, any constraint – however small – to their spending propensities may surely help.

The problem with fiscal rules superimposed by an international institution is that they may fail to perform one of the very few functions such rules can play: to educate the public on the need for fiscal discipline. Whereas, at national level, a balanced budget rule may be instrumental to persuade the public that socially desirable goals can be pursued in other ways than by increasing spending, superimposed rules are likely to be seen as injunctions.

One of the benefits of fiscal rules is that they need to be “sold” to electorates, and by the virtue of this very fact they may renew and transform politics. The European Union has unfortunately decided to bypass this “marketing” stage.

Da Financial Times, 20 dicembre 2011

L'Argentina è un modello per la Grecia? Un Focus di Vito tanzi

Secondo alcuni, l'esperienza del default argentino dovrebbe renderci meno timorosi circa la possibilità di un fallimento della Grecia o di altri Paesi dell'eurozona. Nel Focus “C’è un default ‘all’Argentina’ nel futuro della Grecia?” (PDF), Vito Tanzi - già direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo Monetario Internazionale ed autore di un libro proprio sull'Argentina, "Questione di tasse. La lezione dall'Argentina" (UBE 2010) - spiega perché si tratta di un'impressione affrettata.

"All’epoca del default", spiega Tanzi, "il debito pubblico argentino era pari al 50 per cento del PIL e il disavanzo (che pure, secondo alcuni osservatori, era stato forse sottostimato) raggiungeva appena il 2,5 per cento del PIL. Con questi dati, l’Argentina sarebbe tranquillamente rientrata nei criteri di Maastricht". Impossibile, dunque, il paragone con la Grecia, Paese che nel 2011 aveva un debito pubblico pari al 165 per cento del PIL e diversissimo per storia economica e dotazioni naturali.

"Nel 2001, in Argentina, la spesa pubblica a carico del governo centrale era inferiore al 30 per cento del PIL", continua Tanzi. "Nel 2010-2011, in Grecia, tal valore si aggira intorno al 50 per cento del PIL greco. Questo elevato livello di spesa pubblica deve coprire le pensioni e svariati sussidi, di disoccupazione e di altro genere, a favore di una notevole percentuale della popolazione: i dipendenti pubblici (che godono di contratti garantiti per legge e sono tutelati da potenti sindacati) e i beneficiari di pensioni e altre prestazioni non meno tutelate e, pertanto, difficilmente modificabili. Vi è un’enorme resistenza all’idea di modificare la situazione attuale, per quanto appaia chiaramente insostenibile e le manifestazioni di piazza siano eventi quasi quotidiani".

"In questo film senza lieto fine che è la crisi europea", commenta Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL, "la tentazione di molti diventa quella di affidarsi a qualche mago di Oz, che promette soluzioni alternative alla riduzione strutturale della spesa pubblica. Non c'è alternativa a un deciso ridimensionamento delle ambizioni e della sfera d'azione degli Stati: prima i cittadini europei - greci e non solo - se ne accorgono, meglio è".

Il Focus “C’è un default ‘all’Argentina’ nel futuro della Grecia?” di Vito Tanzi è disponibile qui: (PDF)

Liberalizzazione del commercio: sì ai saldi liberi

L'Istituto Bruno Leoni è favorevole alla completa liberalizzazione di sconti e saldi, che secondo le bozze circolate sarebbe contenuta nel decreto "liberalizzazioni". Le ragioni della liberalizzazione vengono illustrate nel Briefing Paper “I saldi: storia di un’assurdità italiana” (PDF) di Silvio Boccalatte, fellow dell'IBL.

Lo studio di Boccalatte ricostruisce l'evoluzione storica delle normative sui saldi, mostrando come essa sia motivata da una profonda sfiducia verso il mercato. Per Boccalatte, "sul territorio nazionale esiste attualmente una selva di disposizioni, complesse, confuse e irrazionalmente diversificate; in secondo luogo, la nozione stessa di “vendita di fine stagione” è delineata come precipua forma di limitazione alla libertà economica, giustificata attraverso una pretesa di tutela del consumatore e di eliminazione delle “storture” del mercato. In realtà nulla giustifica una specifica disciplina avente ad oggetto le vendite di fine stagione". Pertanto esse vanno totalmente deregolamentate.

Il Briefing Paper “I saldi: storia di un’assurdità italiana” di Silvio Boccalatte è liberamente scaricabile qui: (PDF).

Ma davvero il mercato è iniquo? Un testo di Ludwig Lachmann

Con l’intenzione di aiutare una migliore riflessione sul futuro della società, l’Istituto Bruno Leoni offre ai lettori la traduzione di un testo di Ludwig M. Lachmann (”Il mercato e la redistribuzione della ricchezza”, qui disponibile (PDF) quale Occasional Paper IBL n. 85), scritto nel 1956 per un volume in onore di Ludwig von Mises. Economista liberale tedesco legato alla scuola detta “austriaca”, Lachmann è noto soprattutto per i suoi contributi alla teoria del capitale.

In queste pagine Lachmann muove da considerazioni di etica sociale sul fatto che la società di mercato è accusata di essere “iniqua” da quanti chiedono una redistribuzione di tipo politico. Ma egli evidenzia come ogni ordine basato sul libero mercato ridefinisca di continuo le gerarchie sociali, dato che la mutabilità dei giudizi sulla realtà e le stesse trasformazioni tecnologiche obbligano a modificare a varie riprese investimenti e “portafoglio”: creando nuovi ricchi e nuovi poveri.

A giudizio di Carlo Lottieri, direttore del dipartimento Teoria politica dell’IBL, “il testo di Lachmann aiuta a riflettere meglio su cosa sia un ‘capitale’, ma al tempo stesso permette di comprendere come l’ostilità alla proprietà e al mercato non provenga soltanto da legittime preoccupazioni per le sorti dei più deboli, ma anche e soprattutto dall’attitudine conservatrice di quanti temono di perdere il proprio status e per questo avversano la libertà, insieme al mondo nuovo che sempre essa sa generare”.

L’Occasional Paper di Ludwig M. Lachmann è scaricabile qui: (PDF).

Libertà economica, l'Italia in caduta libera: 92a al mondo

Nel 2012 l’Italia vede ulteriormente scendere la sua libertà economica. Secondo la classifica annuale Heritage Foundation-Wall Street Journal, di cui l’Istituto Bruno Leoni è partner, il nostro Paese si ferma al 58,8 per cento, 1,5 punti percentuali in meno dell’anno scorso, conquistando la 92ma posizione (cinque in meno rispetto al 2011). L’Italia è classificata penultima nella graduatoria dei Paesi europei: peggio di noi solo la Grecia. Si tratta del terzo anno consecutivo nel quale si registra una riduzione della libertà economica italiana. Questa volta, a incidere negativamente sono soprattutto l’aumentare della corruzione percepita e l’incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, incidendo sullo stock del debito. Più in generale, i punti strutturalmente deboli per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica (valutata ad appena il 19,4 per cento, 9,2 punti in meno dell’anno scorso) e la libertà del lavoro (43 per cento), oltre alla più ampia incertezza del quadro normativo e all’insostenibile pressione fiscale.

Commenta il Presidente dell’Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi: “La stampa riporta, pressoché quotidianamente, nuove ipotesi allo studio per stimolare la crescita italiana ormai scomparsa da oltre un ventennio ma – com’è noto – non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere: la strada per ritrovare la crescita è scritta infatti con chiarezza e da anni nella graduatoria dell’Index of Economic Freedom. In particolare, il governo italiano – che si propone di fare «un decreto al mese» per rilanciare la crescita – forse potrebbe fermarsi a riflettere: tutto lascia pensare che non sia quella la strada giusta”.

Il calo italiano si colloca in un contesto globale che, pure, sconta una crisi della libertà economica, frutto della reazione keynesiana di molti Paesi (specie nel mondo sviluppato) alla recessione. È proprio l’aumento della spesa pubblica, infatti, ad aver determinato l’interruzione di una tendenza verso la maggiore libertà economica nel mondo che si era manifestata quasi ininterrottamente da quando la redazione dell’Indice è iniziata, 18 anni fa, fino al 2008.

“A dispetto delle letture neokeynesiane, resta robusta l’evidenza della correlazione tra la libertà economica e la crescita, da un lato, e la riduzione della povertà, dall’altro. A questo proposito, è significativo che la classifica della libertà economica di quest’anno veda il ritorno del Cile e l’ingresso delle Mauritius fra i 10 Paesi più liberi al mondo”, nota il Direttore Generale dell’IBL Alberto Mingardi.

La classifica è ancora una volta guidata da Hong Kong, Singapore e Australia, mentre gli Stati Uniti occupano la decima posizione. All’interno dell’Unione Europea, il Paese più libero è l’Irlanda (76,9 per cento, nona posizione), mentre il meno libero è la Grecia (55,4 per cento, 119ª posizione). L’Italia è penultima tra gli Stati membri dell’UE.

L’Indice della libertà economica è costruito attraverso dieci indicatori sintetici che, sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali, consentono di “schematizzare” la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l’invadenza dello Stato (come la pressione fiscale e la spesa pubblica), la qualità della regolamentazione e la certezza del diritto, l’autonomia degli attori economici nel condurre le loro attività (per esempio il mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive), la qualità del sistema giudiziario, la corruzione, eccetera.

L’Indice della libertà economica è scaricabile integralmente sul sito www.heritage.org/index. La scheda relativa all’Italia è disponibile, in italiano, anche sul sito dell’Istituto Bruno Leoni www.brunoleoni.it.

IV Premio Bruno Leoni: Liberilibri, Arena, Pinna e Penati

Sono Giuseppe Arena, Lorenzo Pinna, la casa editrice Liberilibri e Alessandro Penati i vincitori del IV Premio Bruno Leoni – attribuito ogni anno dall’Istituto Bruno Leoni a figure o realtà che si siano distinte nella promozione delle idee della libertà individuale, della concorrenza e del mercato.

Giuseppe Arena, fondatore e amministratore delegato di Arenaways, è stato premiato per avere cercato di costruire una reale alternativa competitiva al più odioso dei monopolisti italiani.

Lorenzo Pinna, giornalista scientifico e uno degli autori della popolare trasmissione “Quark”, ha ricevuto il Premio Bruno Leoni per il suo libro Autoritratto dell’immondizia. Come la civiltà è stata condizionata dai rifiuti, per avere raccontato, da un punto di vista autenticamente originale, la storia dello sviluppo economico attraverso i rifiuti, sottolineando il ruolo fondamentale delle istituzioni capitalistiche per valorizzare l’ingegno umano e produrre innovazione e benessere.

La Casa Editrice Liberilibri e Aldo Canovari sono stati premiati per venticinque anni di lavoro nella promozione delle idee liberali in Italia.

L’economista Alessandro Penati ha ricevuto il Premio Bruno Leoni per il miglior articolo dell’anno, per il suo editoriale “Se Steve Jobs fosse nato in Italia”, pubblicato su Repubblica l’8 ottobre 2011.

“Ancora una volta”, dice il Presidente dell’Istituto, Nicola Rossi, “il Premio Bruno Leoni è stato per noi tutti un modo di dire grazie a chi, in modo diverso, sa promuovere quelle idee di libertà così necessarie al progresso civile del nostro Paese – con le parole e coi fatti. Mai come oggi, non si tratta di ‘prediche inutili’”

Maxiemendamento, no al "commissariamento" dell'Autorità per l'energia

Per l'Istituto Bruno Leoni, la norma che impone all'Autorità per l'energia di allineare le tariffe delle infrastrutture energetiche alle medie europee "va ritirata subito".

Dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell'IBL: "questa norma è priva di senso perché, tra l'altro, l'Autorità ha già la missione di contenere le tariffe, compatibilmente con gli obiettivi di sviluppo delle reti. Di conseguenza, l'obbligo di convergere verso le 'medie europee' contenuto nel maxiemendamento non ha nulla a che fare con lo sviluppo; è piuttosto l'ennesimo segno di interventismo politico che limita la libertà di movimento del regolatore (contraddicendo la normativa nazionale e comunitaria) e aumenta la percezione dell'Italia come paese rischioso. Come la Robin Tax, questa norma avrà l'effetto paradossale di disincentivare gli investimenti e aumentare i costi energetici".

Il festival dell'illusionismo

Dubito che nei futuri libri di storia gli odierni governanti europei verranno ricordati come grandi uomini e donne di Stato. È più probabile che vengano menzionati nel libro d'oro degli illusionisti. L'illusionismo è l'arte di fare apparire come reale quello che reale non è. Sappiamo tutti che c'è il trucco, ma siamo lieti di non scoprirlo per non sciuparci la bella illusione.
La Grecia ha 400 miliardi di euro di debito pubblico; di questi, 14,4 miliardi di euro debbono venir ripagati in marzo. Non essendo in grado di far fronte a questa né a successive scadenze, la Grecia è sostanzialmente fallita. Nulla di sorprendente, è un'affermazione che vien ripetuta da oltre un anno. Ma questo non sta bene per l'orgoglio dei burocrati e politici di Bruxelles, che per nulla al mondo avrebbero la modestia di chiedersi se nella costruzione dell'UE qualcosa è sbagliato. Men che meno ammettono che l'euro è stata una decisione avventurosa e improvvida volta ad ottenere per vie traverse un'unione politica che popoli e governi non hanno mai deciso. Si ricorre quindi all'illusionismo. Duecento dei 400 miliardi di debito sono detenuti da investitori privati, in prevalenza banche, assicurazioni, casse pensioni, fondi d'investimento. L'UE, la Banca centrale europea (BCE), governi di Paesi europei fanno pesanti pressioni per convincere questi creditori a rinunciare al 50% del credito (100 miliardi) e per i restanti 100 miliardi di euro accettare in pagamento nuove obbligazioni dello Stato greco con scadenza a 30 anni (campa cavallo). Si discute ancora sul tasso dal 3% al 4%: non sono noccioline, perché un mezzo percento di 100 miliardi per 30 anni ammonta a 15 miliardi. Se l'operazione riesce, la Grecia - si dice - non può venir considerata fallita. Ma l'illusionismo continua. Gli altri 200 miliardi sono detenuti da governi, dalle banche greche, dall'FMI e dalla BCE (quest'ultima per oltre 40 miliardi di euro) che non ne vogliono sapere di rinunciare come i privati al 50% del credito. La BCE, che tra l'altro ha comperato una spropositata mole del debito greco per frenare la valanga (se l'avesse fatto un privato si sospetterebbe una manipolazione del mercato), infrangerebbe il divieto di finanziare le spese degli Stati euro se ammettesse una decurtazione. Prossimo atto di illusionismo: per risolvere il problema, perché non passare il credito dalla BCE all'EFSF (European Financial Stability Facility)? I soldi vengono comunque persi, l'operazione della BCE resta sempre discutibile, chi paga sono sempre i contribuenti dei Paesi euro, però l'illusionismo permette di dire che tutto è in perfetto ordine. Nuovo colpo da illusionista. I Paesi dell'euro/ UE si uniscono, danno la loro garanzia per l'emissione di obbligazioni dell'EFSF (o più tardi EMS). Data la presenza e garanzia da parte di Germania e qualche Paese del Nord Europa si raccolgono soldi a tassi più favorevoli. Vi sono molte similitudini con i vituperati subprime, oggetto di scandalo, e le tecniche delle grosse banche di suddividere questi crediti in diversi livelli di rischi in modo da dare l'illusione che parte del credito fosse solidissimo (AAA). Sono operazioni tecnicamente legittime ma sostanzialmente da illusionismo. Il gioco, tuttavia, comincia a piacere meno al mercato, tant'è vero che banche centrali e fondi statali asiatici e del Medio Oriente, che nel giugno scorso avevano sottoscritto il 54% delle emissioni delle obbligazioni dell'EFSF, in gennaio ne hanno comperati solo il 12%.
Altro colpo di illusionismo. Viste le condizioni della Grecia, già dal 2010, un investitore che avesse voluto acquistare obbligazioni greche avrebbe fatto bene ad assicurarsi. Esiste un mercato (tecnicamente CDS) dove operatori specializzati assicurano con premi che ritengono adeguati il possibile fallimento del debitore. Ora, nel caso della Grecia, che è fallita ma non lo si deve dire, chi si è assicurato pagando anche premi cospicui non può riscuotere il valore nominale dell'obbligazione come avrebbe diritto e chi ha incassato il premio non deve far fronte all'impegno assunto, cioè pagare. Colpo di illusionismo che travolge un accordo regolare tra due operatori e penalizza ingiustamente uno dei due. Sistema ideale per devastare un mercato. Intanto coloro che dovrebbero rappresentare i cittadini (partiti, associazioni di categoria, sindacati, ONG) irresponsabilmente chiedono sempre più atti di illusionismo, sempre più arrischiati e difficili. Il Paese del Bengodi, dove si può spendere più di quanto si ha e non si pagano i debiti se non facendo altri debiti, deve durare infinitamente. Purtroppo è questione solo di tempo, perché anche questa è un'illusione. Quando la stessa folla se ne renderà conto si imbufalirà e come i bufali caricherà tutto e tutti senza discernimento e raziocinio. Allora saranno cavoli amari, specie per gli illusionisti.
Nel 2010 i membri del Parlamento europeo hanno speso più di 280 milioni di euro in viaggi (!). Oltre 1 milione di euro è costato il viaggio di 50 (!) parlamentari in Congo per studiare la povertà (!). Non è vero: studiavano magia nera...

Dal Corriere del Ticino, 3 febbraio 2012

"Ma la solidità di un paese non si misura confrontando i suoi bond con quelli tedeschi"

«Non crediate che una super Bce vi possa salvare. Né tantomeno che lo spread sia un totem intoccabile. Anche la Germania può essere vulnerabile».
Anzi, per George Selgin, professore di economia alla University of Georgia e Senior Fellow del Cato Institute, le banche centrali sarebbe meglio abolirle del tutto.

Professore, lei propone di di abolire le banche centrali e di sostituirle con le banche private che emettano valute in concorrenza tra di loro.
Ma come sarebbe possibile arrivare a questo obiettivo?
«Il mio è più un ideale che una proposta concreta. So bene che non si potrebbe arrivare a questo né in un giorno, né in un anno. Ci sono troppe regole da eliminare o perlomeno da cambiare.
Fino all`inizio dell`800 in Scozia c`era un sistema di free banking, molto più stabile di quello inglese che invece si basava sul modello oggi dominante. Anche in Italia fino alla fine dell`800 c`erano diverse banche che emettevano valuta, ma era un sistema spurio, che non funzionava bene come quello scozzese. Il quale dimostra come ci sia un`alternativa all`attuale situazione».

George Selgin, l`Ue sembra andare in un`altra direzione: molti politici ed economisti dei paesi più indebitati come Grecia e Italia chiedono che la Bce compri i titoli di debito dei singoli paesi. Perché sostengono che così fa anche la Fed.
«Attenzione: la Fed non fa niente del genere. Nessuna obbligazione emessa dai singoli Stati federati viene comprata dalla Banca centrale. Se fosse stata fatta una cosa del genere, la situazione adesso sarebbe ben peggiore e l`inflazione sarebbe incontrollabile. E questa secondo me è una delle poche cose buone del nostro sistema. I paesi indebitati per uscire dal pantano devono trovare qualche altra soluzione».

E quindi, quale salvezza ci può essere per questi paesi? Sono destinati inevitabilmente al default?
«Queste economie vanno aiutate, ma senza causare danni irreparabili all`intero sistema. Se ogni nazione potesse rivolgersi alla Bce, l`euro perderebbe la sua stabilità, che fino ad adesso ha mantenuto. Questo succedeva in Brasile, in passato e la diretta conseguenza era l`iperinflazione, con il valore del cruzeiro che crollava. Se l`Europa seguirà questo modello, andrà incontro allo stesso destino».

In Europa è percezione comune che la Bce sia un`anomalia storica, che non sia mai esistita una banca centrale indipendente dalla volontà del governo, che in realtà i governi abbiano sempre dettato legge alle banche centrali. E così?
«In un certo senso sì, anche se una banca centrale non può mai essere completamente libera dal controllo politico. La Fed è stata quasi sempre alle dirette dipendenze del Tesoro e anche ultimamente la sua autonomia è a rischio, visto che le politiche fiscali finiscono per influenzare la politica monetaria. Ma quando le pressioni da parte dei governi cominciano ad aumentare, sia nel caso della Fed che della Bce, la loro indipendenza viene meno».

Altra opinione diffusa è che un buon modo di valutazione dell`affidabilità di un paese sia lo spread tra i suoi titoli e quelli tedeschi.
«Ed è falso: finché l`euro rimane la moneta tedesca, la Germania sarà trascinata giù nella crisi iperinflattiva. E anche i suoi titoli di stato crolleranno. Quindi assolutamente no: lo spread è un concetto relativo».

Il governo Monti ha promesso un ampio pacchetto di liberalizzazioni e privatizzazioni: ma dopo una lunga estenuante mediazione tra i partiti, certi settori strategici come le ferrovie e le poste non sono stati toccati. Anche stavolta, non c`è modo di uscire dall`impasse?
«La privatizzazione delle aziende pubbliche però è l`unico modo di uscire dalla crisi del debito evitando nel contempo nuove misure di austerità. Monti ha una grande occasione. E non deve lasciarsela sfuggire».

Da Il Secolo XIX, 3 febbraio 2012

Ecco quanto pesa il debito pubblico

Novemila (9.697, per la precisione) euro al secondo. È il ritmo col quale cresce il debito pubblico italiano ogni frazione di minuto. Quello stesso debito pubblico che pesa su ogni bambino che nasce per oltre 30 mila euro e su ogni famiglia italiana per oltre 90 mila euro.
Un "mostro" che lievita ogni giorno più o meno di 780 milioni di euro.

DEBITO AL 120% DEL PIL
I numeri sono dell'Istituto Bruno Leoni, che attraverso un orologio virtuale aggiorna ogni 3 secondi la stima dello stock di debito, basata e corretta con i rapporti mensili della Banca d'Italia. L'obiettivo è di aiutare chiunque a capire cosa significa quando si dice che siamo gravati di un debito pari a circa il 120 per cento del prodotto interno lordo.

LA SPESA PUBBLICA
La letteratura economica dimostra che dalle crisi si esce meglio tagliando la spesa e abbassando le tasse ma in Italia, se sulla gravità della situazione (crisi/debito) non ci sono divergenze di vedute, sulla cura da mettere in atto per risanarla, le posizioni contrastanti si sprecano. L'eccesso di spesa pubblica, evidenziano gli esperti del Bruno Leoni, è la vera causa di tanto debito. E in quest'ottica, un ruolo cruciale lo avrà il lavoro denominato spending review avviato per individuare e poi cancellare le sacche di inefficienza, quindi gli sprechi della spesa pubblica italiana. A patto, ovviamente, che ai tavoli di lavoro seguano le azioni.

LA CURA DELL'IBL
Gli spread finalmente in discesa, continuano gli economisti Ibl, non possono essere un alibi per non intervenire sul debito: «L'emergenza, a vedere il differenziale di rendimento tra Btp e Bund, si è calmata per via dell'aspettativa di interventi seri sulla crisi - evidenziano Mingardi e Stagnaro, rispettivamente direttore generale e responsabile ricerche e studi dell'Ibl - ma non perché l'Italia stia meglio di prima». Dunque, è il ragionamento, dopo una manovra deludente perché giocata dal lato delle maggiori entrate (con il prelievo fiscale tornato in pole position) e poco dal lato delle minori spese, è arrivato il momento di tagliare seriamente la spesa pubblica e privatizzare sia in termini di immobili che di partecipazioni.

IL RUOLO DELLA CRESCITA
Con un debito pari a circa il 120% del Pil, tornare a crescere risulta cruciale. La storia più recente dimostra che non basta concentrasi sul rigore finanziario per ridurre quel rapporto se poi, per effetto di dinamiche economiche recessive, il denominatore di questa frazione diminuisce. Ma siccome un debito pubblico mostruoso, pari a circa 1900 miliardi, dà la cifra degli oggettivi vincoli di finanza pubblica a cui l'Italia deve sottostare, risulta necessario intervenire per superare quei vincoli. Non solo.

L'ANALISI DI FORTE
«Dovremmo tornare a crescere, ma soprattutto, dovremmo cercare di abbattere il debito agendo non solo sul deficit ma anche sullo stock», spiega l'economista già ministro del Tesoro Francesco Forte.
Come? «Mediante una politica di vendita, sia pure graduale, di beni pubblici: se noi avessimo debito intorno al 100% del Pil saremmo in una situazione abbastanza tranquilla in quanto il totale del debito posseduto dagli operatori italiani rimarrebbe invariato e la componente estera si ridurrebbe». Considerato che oggi circa il 45% del debito è in mani straniere, proprio quest'ultimo passaggio è, secondo Forte, la chiave per risolvere il problema. Con una precisazione: «Il debito estero si è formato anche in relazione al deficit della bilancia dei pagamenti, dovuto in gran parte a fughe di capitali all'estero soprattutto per ragioni fiscali e di preoccupazioni circa nuove imposte o confische». Chi ha orecchi per intendere...

Da L'Unione Sarda, 3 febbraio 2012