Le pericolose illusioni del colbertismo all'italiana
Il bene dello Stato sopra e al di là delle necessità concrete dei singoli cittadini, è stato la più pericolosa invenzione degli ultimi due secoli
“Non inquietiamoci se l’industria italiana interessa agli stranieri”

L’interesse dell’Italia disgiunto da quello degli italiani, il bene dello Stato sopra e al di là delle necessità concrete dei singoli cittadini, è stato la più pericolosa invenzione degli ultimi due secoli. È per questo che è appropriato e triste assieme che, passato il dì di festa, i giornali siano passati prontamente dal viva l’Italia al viva l’italianità. Denunciando preoccupati le mosse di Lactalis, nemico d’Oltralpe che s’accinge a vendicare Napoleone III a suon di fermenti lattici vivi, gli alchimisti dell’opinione pubblica fanno quel che gli riesce meglio: predicano l’armiamoci e partite. L’interesse dell’Italia disgiunto da quello degli italiani, appunto.

Pochi giorni fa, il controllo di Bulgari era scivolato nelle mani di Bernard Arnault, il più grande imprenditore del lusso d’Europa, da anni dedito alla costruzione di un colosso del bello. Prima la discussione s’era arroventata su Pioneer, che UniCredit vorrebbe vendere.

Ci sono un pretendente inglese e due francesi, ma c’è chi caldeggia una “soluzione nazionale”. Adesso la stampa s’inquieta perché Parmalat, dopo essere stata ripescata dalle acque dell’Acheronte da Enrico Bondi, va verso un’assemblea degli azionisti dove due delle liste presentate rispondono una a tre fondi americani, l’altra a un’azienda casearia francese.

Il giornalismo economico, in Italia, è sempre l’Eneide. Fazioni in lotta, condottieri coraggiosi, tradimenti infidi. E le odi all’italianità, questa curiosa creatura, che se le leviamo ogni orpello sembra consistere nella seguente idea: stipendi italiani vanno pagati da padroni italiani. A che pro?

Esaminiamo l’interesse degli italiani tutti. Lo si può leggere come interesse degli italiani in quanto consumatori, in quanto lavoratori, e in quanto risparmiatori. In quanto consumatori, essi vogliono prodotti migliori a prezzi inferiori: ciò è ottenibile soltanto con più concorrenza. Più concorrenza può esserci solo se vi sono meno barriere all’entrata: quando il governatore della banca d’Italia Antonio Fazio venne messo alla porta, gli si rimproverava di avere discrezionalmente impedito l’arrivo in Italia di gruppi bancari stranieri, a vantaggio di un “consolidamento interno”. In buona sostanza, si sosteneva che agevolando i banchieri tricolori aveva svantaggiato i correntisti. L’idea per cui il motivo del profitto dei produttori non diventa rapace nei confronti dei consumatori solo perché esposto alla concorrenza è molto diffusa: non si capisce perché non debba valere solo fra aziende con il quartier generale nel medesimo Paese.

L’interesse degli italiani in quanto lavoratori consiste, presumibilmente, nel conservare la propria occupazione nel breve, e nell’avere maggiori opportunità di lavoro nel medio e lungo termine (obiettivi che non vanno automaticamente assieme). Le imprese a capitale estero vengono sospettate di fare razzia: arriverebbero solo per “smontare” le aziende e “rimontarle” altrove. Non c’è settore che, in un momento come questo, non veda pesanti ristrutturazioni. Chi compra una ditta non acquista solo il brand, ma gli stabilimenti, le competenze, in senso lato: il portafoglio di consumatori. Il brand è poi il risultato di una storia. Sarebbe una strategia ben curiosa (e assurdamente costosa), comprarlo per svuotarlo. L’interesse degli italiani in quanto risparmiatori e in quanto azionisti è quello più facile a dirsi e più difficile a farsi. In tutta evidenza, esso coincide con la valorizzazione delle imprese in cui hanno investito. L’attivismo dei tre fondi americani Skagen, Zenit e MacKenzie ha segnalato come in Parmalat vi fosse un valore inespresso. È quello che pensa, tipicamente, chi cerca di “crescere” in un’azienda. Se ci riesce, se dimostra d’aver avuto ragione e fa le scelte giuste, i risultati della sua intuizione produrranno un innalzamento della marea, che farà guadagnare pure quanti hanno fatto un investimento molto piccolo. Se costoro sono di diversa opinione, possono disinvestire per tempo – scegliendo di non correre il rischio.

Ciò significa che l’interesse degli italiani in quanto risparmiatori è avere un mercato dei capitali il più aperto e libero possibile. Tanto meglio quanti più sono i fondi, i gruppi o gli individui che possono “guardare” un’azienda, e mettere sul piatto le loro idee per la sua valorizzazione: indipendentemente dal passaporto. L’alternativa è un capitalismo dei soliti noti, in cui l’establishment si palleggia le opportunità buone, e per il resto si tira di fioretto nella consapevolezza che in qualche modo le cose si aggiustano. Questo è un capitalismo in cui hanno qualcosa da guadagnare alcuni italiani, ma a spese degli altri: dei consumatori che dovranno pagare la tassa dell’italianità in termini di prodotti meno competitivi, dei lavoratori che avranno imprese più deboli e quindi un futuro meno limpido, degli investitori per cui l’italianità significa ritorni più esili.

La scelta è semplice: o l’italianità, o gli interessi degli italiani.

Da Il Riformista, 19 marzo 2011



Difendere l’italianità delle nostre imprese può danneggiarle

La citazione di Samuel Johnson sul patriottismo è forse abusata. Ma è difficile maturare opinione diversa, quando si parla di “patriottismo economico”. Ieri su queste colonne abbiamo sbrigativamente ripercorso i motivi per cui, a noi come italiani, interessa poco se un’azienda batte bandiera tricolore o meno. Altro è quello che ci deve importare: che quell’impresa faccia buoni prodotti, che abbiamo piacere a comprare; che quella impresa faccia investimenti e sia messa in condizione di crescere, dandoci lavoro; che il titolo aumenti di valore, creando ricchezza a beneficio di chi l’ha acquistato. In una battuta: ai consumatori, lavoratori e investitori italiani non interessa che un’azienda che opera in Italia sia a capitale italiano. Interessa sia ben gestita, e questo è più facile possa accadere quando la sua proprietà può essere contesa da chi, mettendo sul piatto denaro sonante, dimostra di avere le idee chiare su come farla rendere. Il Ministro Tremonti è di diversa opinione ed ha convocato l’ambasciatore francese, per esprimere tutta la sua contrarietà al rastrellamento di azioni Parmalat da parte di Lactalis. In precedenza, il governo si era mosso con passo neppure troppo felpato su Edison, contesa fra la municipalizzata italiana A2A e l’impresa pubblica francese EDF. E prima ancora, aveva più cautamente fatto sapere di guardare con simpatia ad una offerta italiana per Pioneer, che UniCredit vorrebbe mettere in vendita e che per ora è palleggiata da francesi e britannici. L’esecutivo promette a breve anche un “decreto antiscalate”. Il Tevere mormorerà: non passi lo straniero.

Ancora una volta, il povero liberista finisce per rimpiangere che in questo Paese non esista un’opposizione degna di questo nome. Non tanto perché il liberismo debba essere “di sinistra”, come auspicavano Giavazzi e Alesina. Il secondo governo Prodi accompagnò affettuosamente il merger che avrebbe generato la prima banca italiana per numero di sportelli: Intesa San Paolo. La notizia delle nozze non fece in tempo a trapelare, che il premier aveva già dato la sua benedizione. Come poi avrebbe stoppato il possibile ingresso degli americani di AT&T nel capitale di Telecom.

Adoperandosi, con tanto di telefonata del compianto Tommaso Padoa Schioppa ad Antoine Bernheim, perché prendesse l’assetto societario che ha oggi, che tutto pare facilitare fuorché scelte incisive. Insomma, chi rispetta il mercato scagli la prima pietra: non se lo possono permettere né la destra né la sinistra.

Si rimpiange la latitanza di quest’ultima per un solo motivo. Perché ci vorrebbe qualcuno che avesse l’onestà intellettuale di dire che difendere il tricolore che sventola sulle nostre aziende vuol dire una cosa soltanto: difendere i padroni attuali, nella bizzarra assunzione che siano i migliori possibile. Non la pensa così Susanna Camusso, che ha incoraggiato Tremonti fingendo di schiaffeggiarlo: “Siamo di fronte a una serie di disattenzioni della politica industriale del governo. Da Bulgari a Parmalat i punti di eccellenza della nostra attività produttivi e, nel caso di Parmalat, anche dei risparmiatori, vengono venduti all’estero”.

Proviamo a entrare nella testa del leader della Cgil. Se ha una preoccupazione sincera per la nazionalità delle aziende in cui lavorano i suoi associati, è perché presume che i capitalisti italiani siano più inclini a impiegare gli italiani, fra cui i membri della Cgil. Ora, una delle accuse dei sindacalisti verso i “padroni”, è che da un po’ di tempo in qua delocalizzano: cioè aprono nuove unità produttive, minacciando di chiudere le vecchie, in Paesi in cui l’equivalente locale del capo della Cgil non fa il bello e il cattivo tempo. Per la Cgil, dal momento che tutte le risorse sono scarse, lo sono anche i quattrini per gli investimenti: se vanno in Serbia non andranno in Italia.

Se il sindacato ha ragione a temere delocalizzazioni, vedendole come una minaccia concreta per il benessere dei lavoratori, allora di Lactalis dovrebbe occuparsi la Cgil francese – perché quello che il gruppo caseario sta facendo, in un mondo in cui tutte le risorse sono scarse incluso il capitale, è portare quattrini in un’azienda italiana anziché usarli per aprire nuovi stabilimenti in Francia. È normale che la sinistra sia insofferente nei confronti dei padroni. Un mercato aperto e nel quale le aziende siano contendibili dà loro una speranza: provarne di nuovi. Un sindacato responsabile non dovrebbe difendere aprioristicamente la proprietà vecchia contro le nuove. In quel caso, l’aggettivo giusto non è “responsabile”: è “colluso”.

Ci permettano i difensori dell’italianità di ricordare loro un banale dato di fatto. Ciò che ha portato il nostro capitalismo in condizioni tali da far sì che ci sia il bisogno di tutelare, con la moral suasion e con le leggi, l’italianità, è stata proprio la difesa, con la moral suasion e con le leggi, dell’italianità. Se i nostri capitalisti non sono “abituati a difendersi”, è perché per troppo tempo abbiamo tolto loro il fastidio di doverlo fare. Per carità, si può sempre sperare che questa sia un’altra storia, che questa volta i difesi meritino lo zelo dei difensori: poffarbacco, non stiamo parlando di banche e Fazio, o di telefoni e Prodi, ma di latte e Tremonti, ben altri i protagonisti, ben altro sarà l’epilogo. Einstein diceva che la follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi. Anche la politica industriale.

Da Il Riformista, 20 marzo 2011
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