Il tesoro fa finta di privatizzare
Non si può escludere a priori la cessione di quote delle imprese ancora statali
Il governo ha annunciato un piano di privatizzazioni per 54,5 miliardi. Curiosamente, è stata compresa nella cifra la cessione di nuovi permessi per le emissioni inquinanti per 10 miliardi che in nessun senso è una "privatizzazione". Al netto di questa ambiguità, si tratta di introiti stimati dalla dismissione di parte dell'immenso patrimonio immobiliare dello Stato, ma parte piccolissima. Se l'intera «manomorta pubblica da cui creare ricchezza» vale per il Tesoro 1815 miliardi, solo il patrimonio immobiliare "alienabile" è stimato attorno ai 400 miliardi. Se ne privatizza, quindi, meno del 10%.
"Too little too late", troppo poco troppo tardi? C'è il rischio che il resto del mondo pensi questo.Avremmo bisogno di privatizzazioni ben più coraggiose. Anche perché si tratta della classica fava con cui si possono prendere due piccioni. Da una parte, fare cassa per abbattere il debito. Dall'altra, far si che in settori cruciali della nostra economia arrivi l'apporto di imprenditori privati, che siano in grado di fare meglio di quanto ha fatto sino ad oggi il pubblico.
Per poter varare un piano di privatizzazioni credibile non si può escludere a priori la cessione di quote delle imprese ancora statali. Si dirà: è sbagliato privatizzare oggi perché,i valori di mercato sono troppo bassi. E un modo di ragionare seducente ma sbagliato. Primo, perché "privatizzare" oggi vuol dire in realtà avviare un processo di mesi, dal momento che lo Stato deve munirsi di strumenti i più trasparenti e opportuni per collocare quelle imprese sul mercato. Secondo, perché se i valori dei mercato fossero alti, non si privatizzerebbe esattamente per lo stesso motivo. Ma più privato e più concorrenza farebbero bene a tutti: agli ex monopolisti per recuperare efficienza, ai consumatori per avere servizi migliori, agli imprenditori per potere cimentarsi in nuovi settori. A rimetterci sarebbe solo la politica, che dovrebbe rinunciare al potere di nominare gli amici degli amici.
Da L'Unione Sarda, 1 ottobre 2011