Eurosalvataggio
La flessibilità serve per creare nuovo lavoro
Nella lettera inviata alla Commissione europea, Silvio Berlusconi e il governo hanno preso impegni precisi.
Alcuni osservatori hanno immaginato che il governo starebbe caricando a molla il conflitto sociale - andando allo sbaraglio contro il fronte unito dei sindacati - con l'obiettivo di riesumare la battaglia persa sull'articolo 18 in modo da trovare la «bella morte» sulla via delle elezioni. Nel panpoliticismo italiano, comprendo sia una lettura delle cose che può far presa. Ma è anche una lettura profondamente sbagliata.
È un fatto, non un'opinione, che la liberalizzazione del mercato del lavoro in Italia resta incompleta. L'Istituto Bruno Leoni, nel suo Indice delle liberalizzazioni, sostiene che il mercato del lavoro in Italia è liberalizzato al 60 % rispetto al benchmark, il Regno Unito. Questo non a causa della «flessibilità in entrata», che ormai c'è, ma di quella «in uscita». È un fatto che mentre nel mondo è frequente che un licenziamento in assenza di giusta causa, accertata giurisprudenzialmente, debba vedere corrisposto un risarcimento, solo da noi - sottolineo: solo da noi - al risarcimento si accompagna l'obbligo di reintegro nelle vecchie mansioni.
La legge Biagi è stata fatta, è costata la vita a un uomo per bene, e prima era stato fatto il pacchetto Treu: elementi di flessibilità sono stati inseriti nel nostro mercato del lavoro, e ci hanno consentito una bassa disoccupazione, anche nella crisi. Questo governo ha a cuore la pace sociale come e più di quelli che lo hanno preceduto. E tutto si può dire del ministro Sacconi, tranne che abbia scelto il metodo delle scelte unilaterali e non quello del paziente coinvolgimento di tutti gli attori sociali. Ma c'è un fatto. La crisi è profonda, e noi dobbiamo tornare a crescere. Spiace che un bravo economista come Tito Boeri, diventato militante politico, oggi volti le spalle all'idea che sia necessaria una maggiore flessibilità.
Come ci hanno insegnato i grandi liberali, ogni misura presa da un singolo governo o sistema economico è in grado di produrre conseguenze intenzionali e inintenzionali. L'intenzione di garantire a tutti un posto di lavoro è lodevole. Farlo per legge significa porre in essere una catena di disincentivi ad assumere. L'impossibilità di potere ristrutturare l'azienda in un momento difficile porta gli imprenditori a essere molto più cauti nelle assunzioni. Questa cautela, oggi, avendo a disposizione gli strumenti predisposti da legge Biagi e pacchetto Treu, molto spesso diventa un abuso dei contratti a progetto e a tempo determinato. Regole illiberali producono diffusi «abusi di diritto», con conseguenze negative per il sistema nel suo complesso (diritto e diritti diventano questioni eminentemente formali) e per gli individui coinvolti in ciascun particolare rapporto di lavoro. Si crea incertezza, a scapito soprattutto delle categorie più deboli: giovani e donne. Si incentiva il ricorso al nero.
Oggi che il governo si muove si obietta che non si può dare più flessibilità in uscita, in assenza di un più esteso sistema di ammortizzatori sociali. Questo governo ha però speso ingenti risorse per finanziare la cassa integrazione in deroga, assicurando ai lavoratori ampie coperture in un momento di crisi. Ma una riforma degli ammortizzatori sociali che ampliasse le coperture, oggi, non è coerente con la situazione di finanza pubblica in cui versiamo.
La vera questione è che, giunti al punto in cui siamo, ci troviamo.-in una classica situazione uovo-gallina. In un mercato del lavoro flessibile, la libertà di licenziare non sarebbe avvertita come un problema perché è facile trovare un nuovo lavoro.
Ma perché un mercato del lavoro sia flessibile non si può prescindere dalla possibilità di risolvere in maniera più civile e veloce un rapporto di lavoro. È questo, dunque, l'uovo che dobbiamo covare.

Da Economy, 3 novembre 2011
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