I pannicelli caldi di Giavazzi
Un’economia meno asfittica non è un’assicurazione migliore contro la perdita del posto di lavoro?
Enoch Powell era un parlamentare conservatore che, nell’Inghilterra pre-thatcheriana, combatteva battaglie solitarie, a vantaggio di un liberismo all’epoca impopolare nel suo stesso partito. Una volta ebbe un curioso dibattito con Milton Friedman. Il decano di Chicago presentava in quell’occasione un articolato progetto di riforma dell’istruzione. Powell chiese: «Professor Friedman, ha considerato le implicazioni della sua proposta in termini di consenso?». Certo, rispose il futuro Nobel, pronto a snocciolare argomenti. «Non lo faccia mai più», l’interruppe Powell troncando la conversazione. Questa storiella è una versione elaborata di un vecchio detto lombardo: ofelé fa el to mesté. Che non è ancora entrato nella cassetta degli attrezzi degli economisti.
Mi spiego. La crisi c’è e si vede. La disoccupazione sta crescendo: stima l’Ocse che in Italia raggiungerà in un anno l’8%. Intanto, a fine 2008 scadono 300mila contratti a tempo determinato. E in tempi di vacche magre, con le imprese che abbassano il punto di pareggio e si interrogano su quale possa essere il loro futuro, è lecito chiedersi se saranno rinnovati. L’anno prossimo, ha scritto Francesco Giavazzi, se 2 contratti a tempo determinato su 5 non venissero confermati, si perderebbe un milione di posti di lavoro. È per questo motivo che anche ieri l’economista del Corriere è tornato a predicare la riforma degli ammortizzatori sociali, per risolvere l’asimmetria fra lavoratori “precari” e “normali”.
Il consigliere del principe per mestiere consiglia. E in questo caso suggerisce misure che possano depotenziare il malcontento popolare, l’inevitabile frutto avvelenato della frenata. La base del ragionamento di Giavazzi e dei suoi è politica: bisogna fare qualcosa per una certa fascia della popolazione, che, quando le cose peggioreranno, esprimerà una domanda molto forte, in quel senso, all’indirizzo dei decisori. Di qui, la resurrezione di una proposta - ammortizzatori universali - che non è nuova ma che quando è stata originariamente avanzata faceva parte di un patto, da proporsi a industria e sindacato. Rendere più flessibile il lavoro, ampliando le tutele. Il gioco può essere a somma positiva, ma solo se si comincia dal fronte sul quale le norme possono inibire la produzione di ricchezza, e non dalla sua redistribuzione.
La riforma degli ammortizzatori non è stata in agenda né dei governi Berlusconi, né dei governi di centrosinistra che si sono succeduti negli scorsi dieci anni. Non è stata fatta perché è costosa, e il sindacato, pur di non concedere più flessibilità, si è fatto bastare le tutele che ci sono. Come mai l’impossibile in condizioni “normali” dovrebbe diventare fattibile sotto i morsi della recessione?
Ipotizziamo che Giavazzi abbia ragione, che mali estremi chiamino estremi rimedi, e che incredibilmente si apra una finestra di opportunità per cambiare qualcosa. Se bisogna fare ripartire l’economia, non è più urgente concentrarsi su quelle riforme che possono rendere meno inutilmente complicata e gravosa l’attività delle imprese che sono, alla fine, gli attori della crescita? Un’economia meno asfittica non è un’assicurazione migliore contro la perdita del posto di lavoro? O le cose vanno talmente male che possiamo solo distribuire pannicelli caldi?
L’ipotesi di una riforma degli ammortizzatori finanziata attraverso una riforma delle pensioni è suggestiva. Ma si sa che le pensioni chi le tocca muore. Così il consigliere del principe parte più realista del re, per naufragare nella fantascienza, o nell’invito al suicidio politico.
Da Il Riformista, 9 dicembre 2008