Obama continui a concedersi qualche sigaretta
Sarà la sfida simbolo all'America bacchettona
Può l’uomo più potente del mondo fumarsi una sigaretta in santa pace? Se mai fosse chiamato a decidere se scagliare una bomba atomica sul nemico, potrà pensarci su brandendo un sigaro? Teoricamente, nel caso di Barack Obama la risposta è no. E’ dagli anni Novanta, quando Bill Clinton regnava sull’impero americano, che non è più consentito indulgere nei piaceri del tabacco all’interno della Casa Bianca. All’epoca, il divieto funzionava a corrente alternata, cioè solo quando la first lady, Hillary Clinton, che l’aveva voluto, era nei paraggi. Furono numerosi ed eccellenti gli avvistamenti di funzionari che, sentendosi liberi da sguardi indiscreti, aprivano la finestra e accendevano una bionda. Lo stesso presidente fu beccato mentre si godeva un sigaro. Poi venne il regime change, e l’arrivo del non fumatore George W. Bush non sconvolse le abitudini né produsse incidenti diplomatici. La moglie Laura, fumatrice occasionale, era troppo attenta al protocollo per lasciar prevalere il suo vizio. Adesso, però, le cose potrebbero cambiare.
Il presidente eletto, Obama, è un fumatore moderato ma costante, pur essendo, da tanti altri punti di vista, un salutista: rispondendo alle domande dei giornalisti, ha confessato le sue da tre a otto sigarette quotidiane ma ha promesso che rispetterà il divieto. Naturalmente, resta da vedere se ne farà un elemento del cambiamento che vuole imprimere al paese oppure no. Cioè: si limiterà a non fumare dentro gli uffici, ma si concederà un’occasionale sigaretta nel giardino? Oppure smetterà? La domanda può sembrare banale e forse pruriginosa, ma non lo è. E’ piuttosto una questione simbolica. La psicosi antifumo è una delle caratteristiche più singolari della cultura americana, che, per quanto sia attenta e gelosa della libertà individuale, coltiva pure dentro di sé un nocciolo di puritanesimo impiccione. H.L. Mencken diceva che il desiderio di salvare il prossimo nasconde sovente desiderio di controllarlo. La crociata contro il tabagismo ricade perfettamente in questa definizione, e non sorprende che si sia progressivamente allargata per andare a invadere altri aspetti della vita privata. I divieti di fumo sono stati inizialmente chiesti e applicati agli uffici pubblici, quindi ai locali aperti al pubblico (che pure sono privati, come ristoranti e bar) e infine, in alcune zone, sono arrivati nei parchi, nelle strade e addirittura nei condomini e nelle case. Poi dal fumo si è passati ad altre “epidemie” che non sono contagiose e dipendono unicamente da scelte individuali: l’obesità, l’alcol, addirittura il “profumo passivo”.
Gli argomenti generalmente utilizzati per giustificare norme e regole sempre più draconiane sono due. Il primo riguarda il rischio di danneggiare il prossimo: si suppone che l’esposizione al fumo passivo possa favorire l’insorgere di numerosi mali, determinando conseguenze simili a quelle dell’assunzione attiva di fumo. Sebbene l’evidenza scientifica sui danni del fumo passivo sia meno solida di quella che correla il fumo eccessivo a patologie quali cancro ai polmoni e le malattie cardiovascolari, il fatto fondamentale è che c’è, spesso, una dimensione di volontarietà anche nell’esposizione al fumo passivo: in un mondo privo di regole specifiche, per esempio, esisteranno – come esistevano in Italia prima dell’entrata in vigore della legge Sirchia – locali riservati ai non fumatori, e altri aperti a tutti. I non fumatori tolleranti, che entravano in questi ultimi, dimostravano con la loro scelta di non ritenere sgradevole l’odore del tabacco, o comunque di ritenere il sacrificio di sopportarlo inferiore al piacere di frequentare i fumatori. Ovviamente, esistono casi in cui tale libertà di scelta non esiste – per esempio, gli uffici pubblici che tutti sono obbligati, loro malgrado, a visitare – e in questi casi una qualche regolamentazione può essere giustificata.
Il secondo tipo di argomento è quello del “costo sociale” del tabacco. Poiché il fumo è associato a malattie che devono essere curate, si afferma che questo impone al sistema sanitario nazionale degli extracosti che si scaricano sulla collettività. Nella misura in cui questo è vero, è ugualmente vero che, statisticamente, i fumatori muoiono prima, quindi costano meno al sistema pensionistico: quindi, se si accetta che essi siano puniti per il maggior costo sanitario, dovrebbero essere premiati per il risparmio previdenziale.
Comunque, il comportamento di Obama travalica questi temi e ha un valore ancor più etereo, per così dire. Perché Obama non chiede e non vuole fumare mentre proclamerà il discorso sullo Stato dell’Unione, o quando riceverà scolaresche in gita alla Casa Bianca. L’interrogativo è se si potrà concedere una sigaretta dopo essersi allentato la cravatta nel chiuso del suo ufficio. Come ha scritto sul Corriere della sera di ieri Maria Laura Rodotà, “se un povero neopresidente con tre guerre in corso e la peggiore crisi economica degli ultimi decenni si vuole accendere una sigaretta nei momenti di tensione deve poterlo fare”. Dicono gli avversari del fumo, che sono invero nemici dei fumatori: per la posizione che occupa, Obama deve dare il buon esempio. Palle. Obama non è stato votato ed eletto per dare il buon esempio, ma per governare bene. Ha conquistato gli americani promettendo il cambiamento, perché, si presume, è stato capace di incontrare un disagio diffuso nel paese, che investe mille aspetti della vita sociale. Sarebbe un peccato se, appena entrato alla Casa Bianca, Obama lasciasse al contrario che fosse l’America più bacchettona e occhiuta a cambiare lui.
Da Il Secolo XIX, 3 gennaio 2009