Trasformare il Mezzogiorno in una "no tax area"
Per finanziare la detassazione degli investimenti al Sud, bisogna prima di tutto abolire i sussidi
Una “no tax region” per risolvere la questione meridionale. Ieri Pierluigi Bersani, candidato alla segreteria del Pd, ha parlato col Corriere della sera di “una no tax area per nuovi investimenti, a cominciare dal Sud. Stabilita automaticamente, senza intermediazioni”. Apparentemente, il consenso è bipartisan e vasto: va dal democratico Bersani al pidiellino Gaetano Quagliariello, fino a vari spezzoni della società civile, come le organizzazioni confindustriali di diverse regioni meridionali. Il vantaggio della detassazione sta, appunto, nella sua semplicità, che è anche il suo presupposto. Ma per capirlo, occorre porla sullo sfondo di un problema che ha radici antiche quasi quanto l’unità d’Italia.
E’ difficile rintracciare le origini dell’arretratezza del Mezzogiorno. Meno arduo è spiegare il fallimento delle politiche che, dal secondo dopoguerra (ma in parte anche prima), hanno tentato di innescare una convergenza virtuosa tra l’economia del Sud e quella, più avanzata, del Nord. Lo strumento è stato, sia pure in declinazioni diverse, quello dei sussidi: lo Stato erogava finanziamenti alle imprese disposte a scommettere le loro risorse sul Mezzogiorno. Tale politica faceva e fa acqua da due distinte falle: da un lato, spinge le imprese a investire non perché hanno un progetto, ma solo per accaparrarsi l’incentivo; dall’altro, fornisce alle caste politica e burocratica un potere di intermediazione immenso, in virtù del quale esse potevano decidere sulle fortune di aziende e imprenditori, virtualmente senza riguardo ai loro meriti di mercato.
Al contrario, l’abbattimento della pressione fiscale – come in Irlanda – attrae investimenti che non sono guidati dalla voglia di attingere a risorse pubbliche, ma dal desiderio di rendere ancora più cospicui dei profitti che comunque si ritiene di poter realizzare. Inoltre, la detassazione è un processo automatico, che non richiede alcun intervento esterno: quindi, priva i poteri politici e amministrativi di un’arma di ricatto, che sovente si è trasformata nel grimaldello del malaffare.
Se dunque i benefici della riduzione fiscale sono evidenti e dipendono soprattutto dalla trasparenza di questa strategia, è importante chiedersi se il gioco valga la candela. Anche ammesso che la detassazione possa avere un effetto pro-crescita economica (particolarmente rilevante in una fase recessiva), quanto costa e come è possibile finanziarla? L’economista Piercamillo Falasca, autore di uno studio sul tema, ha calcolato che nel 2005 l’erario avrebbe incassato circa 2,4 miliardi in meno, se le imprese meridionali fossero state esentate dal pagamento dell’Ires. Assumendo che il gettito Ires del Mezzogiorno sia cresciuto nel Sud come a livello nazionale, nel 2008 il costo sarebbe stato di 3,8 miliardi di euro, tanto quanto l’abolizione del bollo auto, ma con ben altri risultati. Per il 2010, il costo sarebbe presumibilmente inferiore, a causa della contrazione del prodotto interno lordo (e dunque del gettito delle imposte) dovuta alla recessione. E’ importante tener conto che queste stime, nel medio termine, tendono a esagerare i costi della manovra, perché è probabile che una detassazione importante e credibile stimoli la crescita economica, facendo lievitare il Pil e dunque allargando l’imponibile, a parità di altre condizioni.
Resterebbero, naturalmente, da reperire le risorse per coprire i tagli, almeno nel breve-medio periodo. Una fonte a cui pare logico attingere è quella dei sussidi: infatti, serve a poco correggere un sistema bacato, se poi lo si lascia in piedi. Inoltre, se l’operazione ha un senso politico, oltre che economico, è non solo quello di aiutare il Mezzogiorno, ma anche quello di rispondere al disagio del Nord. Quindi, quello che il Sud ottiene con una mano, al Settentrione deve essere restituito con l’altra. Si calcola che, nel quadriennio 1999-2003, siano stati erogati sussidi alle imprese per oltre 15 miliardi di euro, poco meno di quattro all’anno. I numeri sembrano tornare: in prima approssimazione, si potrebbe scambiare una politica inefficace e distorsiva con una potenzialmente efficiente. Per chiudere l’equazione serve la volontà politica di farlo, cioè la forza di sconfiggere le clientele, più o meno malavitose, che fino a oggi si sono nutrite degli aiuti. Maggioranze e opposizione hanno un’ottima occasione per dimostrare che, quando serve, sono abbastanza mature da mettere le beghe quotidiane dietro l’interesse di tutti. Se non ora, quando?
da Il Secolo XIX, 26 agosto 2009