Per Posner non ha più senso parlare di «scuola» Ma non siamo di fronte alla rivincita di Keynes
Dio è morto, Marx è morto, e Milton Friedman? Guardacaso, passato a miglior vita pure lui. È perlomeno dallo sventato fallimento di Bear Stearns che si denuncia il progressivo inaridirsi di una scuola di pensiero - quella che, a costo d'ignorare mille sfumature, possiamo chiamare "liberista" - dopo un presunto ventennio di egemonia.
L'ultimo nel coro è il giudice Richard Posner, che insegna a Chicago, centro d'irradiamento del "pensiero unico neoliberista" nel mondo. In un'intervista sul
New Yorker, Posner ha osservato che varrebbe la pena mettere in soffitta la stessa etichetta "scuola di Chicago" (altri colleghi interpellati dopo di lui però, come gli economisti Eugene Fama e John Cochrane, si sono detti di altro parere: si veda il sito dello stesso
New Yorker). La fine di un'epoca? L'evoluzione di un'università: per Posner quella "unitarietà di metodo", essenziale per definire i contorni di un progetto di ricerca coerente, a Chicago s'è persa. La facoltà di economia è più plurale che in passato: come è normale in uno dei migliori atenei degli Stati Uniti, che deve accogliere specialisti versati nelle diverse branche della disciplina.
Nume tutelare della scuola era un economista della generazione precedente a quella di Friedman, Frank Knight. Ma è con Friedman e Stigler che Chicago diventa serra di una nuova leva di studiosi. Friedman, vero intellettuale pubblico, è un accanito diffusore d'idee. Con la sua rubrica su
Newsweek, con un libro che aveva la struttura e il respiro di un programma politico come
Capitalismo e libertà (1962), poi ancora con una serie televisiva di grande successo da cui sortisce un altro volume (
Liberi di scegliere, 1980). Le ricette sono note: "costituzionalizzazione" della politica monetaria per sottrarla agli arbitri del potere poltico (l'inflazione è sempre un fenomeno monetario), abolizione dei controlli sui prezzi, tasse basse, concorrenza anche nella fornitura di servizi monopolizzati dal pubblico come la sanità o l'istruzione (il buono-scuola). Questo è un catalogo liberale che non qualifica l'approccio metodologico della scuola. Al contrario, è in buona parte condiviso da altri che altrove cercano di combattere l'egemonia keynesiana consolidatasi nel Dopoguerra, forte dell'apparente successo del New Deal.
Nella stagnazione delle economie occidentali e innanzi alla progressiva compressione delle libertà economiche, Jim Buchanan (sulla scorta dell'italianissima scienza delle finanze) e Gordon Tullock ricominciano a cercare «ciò che non si vede» nel processo politico: è nata la "public choice". Friedrich von Hayek è il più noto pensatore liberale della seconda metà del Novecento: e alla sua ombra risorge la "scuola austriaca" dell'economia, così chiamata perché i fondatori erano viennesi, che sul piano della metodologia è l'opposto del positivismo di Chicago. Grazie ad autori come Posner, s'impone l'analisi economica del diritto (law and economics). A Chicago trova casa un economista empirico e poco inquadrabile come Ronald Coase. A Harvard nel 1974 è un filosofo a suggellare la ritrovata rispettabilità scientifica dell o Stato minimo: Robert Nozick.
Tutto questo nel dibattito pubblico viene frullato in una serie di cliché. In parte, gioca il fatto che la comparsa quasi contemporanea di testi ormai classici ha preceduto l'affermazione, in America, di Ronald Reagan e, in Inghilterra, di Margaret Thatcher: dando la sensazione di un cambio di marea. In parte, per un mondo degli studi pressoché statolatrico, è difficile distinguere il diverso modo in cui questi autori riconoscono che transazioni libere e volontarie fra individui sono più efficienti dell'intervento pubblico.
L'effettiva influenza sulle politiche è altra questione. Se è cambiato in molti Paesi il vocabolario, la retorica della politica, molte proposte sono rimaste sulla carta. Ma con la crisi ai sostenitori del mercato è stato presentato il conto di parole cui non sono seguiti fatti. Lo stesso Friedman aveva messo in guardia cotro la "tirannia dello status quo". Già Sam Petzman (Chicago) a conclusione della decade reaganiana osservava che più che "deregolamentazione", si era avuto "solo" un cambiamento nella regolazione esistente. Il "capitalismo reale" reca inevitabilmente i segni deLa politica e dei gruppi d'interesse. Per i keynesiani, oggi è tempo di rivincita. È l'ora della nostalgia: «era una beatitudine in quell'alba essere vivi, ma essere giovani era un paradiso» (Wordsworth). Eppure, a dispetto di quanto accade dove si decide, nei luoghi in cui si pensa l'orolgio non sta correndo indietro agli anni Settanta. È vero che, in un suo recente pamphlet, Posner è parso incline a considerare la crisi finanziaria un prodotto dei fallimenti del mercato tanto quanto dei fallimenti dello Stato. Ma su c'è tanto lavoro da fare per scandagliare questi ultimi: errori di regolazione, conflitti d'interesse, problemi insormontabili nel reperire e utilizzare conoscenza. Certo, è sotto attacco l'ipotesi dei mercati efficienti, che si deve a Eugene Fama (Chicago), per cui il prezzo di mercato riflette sempre tutta l'informazione disponibile. Dalla crisi la tesi esce per alcuni distrutta, ma per altri bisogna solo metterla meglio a fuoco. E vero che i mercati sono vittime di carenze informative. Bisogna capire modi e tempi degli aggiustamenti, sapendo (come ammoniva già Hayek) che non saranno mai "perfetti" nel senso dei libri di testo. Insomma: ai mercati serve più informazione, ma per creare più informazione serve più mercato.
L'intervento pubblico, inclusi quelli emergenziali dello scorso anno, intorbidisce. Crea opacità. John Cochrane (Chicago Booth) l'ha scritto in più di un'occasione: «L'attuale sistema regolatorio finisce per indurre un'oscurità artificiale, e fragilità». E infatti è stata la parte più regolata e più supervisionata dei mercati finanziari a soffrire maggiormente.
Per il governatore della Fed Bernanke, il problema era la deregolamentazione e non la politica monetaria. Ma tanto i monetaristi di stretta scuola quanto gli "austriaci" sono d'opinione radicalmente diversa. L'economista monetario John Taylor (Stanford) è stato fra i critici più spietati delle azioni della Fed nella tempesta. I tassi d'interesse sono stati "too low for too long", la politica monetaria lasca ha sballato i segnali di mercato, di lì gli investimenti sbagliati e la bolla.
La lettura della crisi che addossa le colpe ai mercati, e che trova il suo eroe positivo in Keynes redivivo, è più semplice e seduttiva. È una storia di cappa e spada, capitalisti avidi e banchieri cattivi, non obbliga a ragionare sui tempi dell'economia e le insidie nascoste di regole scritte con altre, migliori intenzioni.
Nessuna resa, allora, e nessuna ritirata. È la battaglia delle idee che prosegue. Ricordando, con George Stigler (
The Economist as Preacher), che le "prediche" economiche più importanti non sono necessariamente le più popolari.
Da
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2010