A Hong Kong i regolatori hanno mantenuto la calma, senza scendere la china del populismo. In Occidente lo Stato neointerventista semina promesse e raccoglie catastrofi
I mercati falliscono? Provate lo Stato. Alla fine le notizie di questa settimana potrebbero riassumersi così. Dopo un anno e mezzo nel quale la grande crisi economica globale era servita come spauracchio per propiziare un “ritorno dello Stato” che a dir la verità non se n’era mai andato, ci viene presentato il conto.
Anche al di fuori dei momenti di crisi economica, gli Stati esibiscono sempre un certo senso d’impunità. I parametri morali con cui si confrontano sono altri da quelli in cui è costretto il singolo. Per esempio, se un individuo si procura delle fotografie, dal Fabrizio Corona di turno, per ricattare un’altra persona, è reato. Se uno Stato si procura in spregio alle norme di un altro Stato la lista dei clienti di una banca, per giunta ottenuta illegalmente da chi gliela vende, sta combattendo l’evasione fiscale.
Questo senso d’impunità, quest’idea che lo Stato, nascendo “sovrano” e quindi libero dalle leggi che a sua volta impone ai suoi sudditi, possa tutto, ha portato negli anni a una perversione intellettuale di cui siamo, chi più chi meno, tutti vittime. Quella per cui la legge di gravità, semplicemente, non vale nel recinto del “pubblico”, dove puntualmente i fiumi s’ingegnano a scorrere in salita.
Più di ogni altro, ne era ottenebrato Keynes, per cui spendere senza costrutto, “ciò che ridurrebbe un individuo alla povertà”, paradossalmente “porterebbe una nazione alla prosperità”. Sana ricetta da riesumare dopo anni di “liberismo selvaggio”? Chiedetelo ai greci. Nouriel Roubini e Arnad Das, sul “Financial Times”, hanno proposto una “amara medicina” per il Sud d’Europa - si scrive Grecia perché Spagna intenda. Lasciamo perdere il farmaco (una robusta riduzione della spesa pubblica per rientrare del debito), e concentriamoci sulla loro descrizione della malattia. I sintomi sono “incontinenza fiscale e assenza di competitività”, cui sopravvengono “una burocrazia eccessiva e rigidità nei mercati della lavoro, manifatturieri e dei servizi” che “scoraggiano l’investimento in settori ad alto valore aggiunto, a dispetto di salari ben sotto la media europea”. Nulla di tutto questo dipende dalla grande crisi. I greci erano così prima, e lo sono adesso. Le turbolenze nei mercati internazionali, l’incertezza e la paura, possono averli spinti a fare qualche passo più lungo della gamba. Ma le scelte politiche che ora sono venute al pettine sono di lungo periodo.
Per un anno, ci è stata ricordata praticamente ogni giorno una banale verità: gli operatori economici sbagliano. Più di rado si è rammentato un dettaglio per nulla trascurabile: c’è un problema di scala. Fra gli esecrati e sregolati hedge fund, si stima che nel 2008-2009 siano stati 327 i casi di bancarotta. Eppure, l’effetto “sistemico” è stato risibile - mentre non lo è stato il crac di una manciata di banche: visibili e stringentemente regolate. La dimensione di un’impresa finanziaria, ma soprattutto la tipologia dei rischi presi, fanno la differenza. Il genere di pericolo che rappresento per gli altri è diverso se corro in un autodromo, oppure nel centro di Milano alle due del pomeriggio.
Cè una rischiosità dei comportamenti, ma c’è anche una pericolosità che è correlata al numero di persone che potrebbero subire i costi di una scelta. E’ diverso se gli errori di pochi vengono pagati da un numero ristretto e consapevole di sottoscrittori di un fondo, oppure da un vasto numero di azionisti, impiegati e creditori. Nel caso dello Stato, gli errori di pochi vengono pagati da tutti. Sia o meno una premonizione sul futuro prossimo del nostro Paese, quello che sta accadendo in Spagna e in Grecia ci ricorda che la pretesa della classe politica di offrire pasti gratis è sempre illusoria. Lo è quando la mensa è apparecchiata a beneficio di pochi banchieri, lo è quando si vorrebbe sfamare la popolazione in generale. Per Luigi Einaudi (La mia crisi non è quella di Keynes), il risanamento della congiuntura è impossibile finché “gli scemi, farabutti e i superbi [fra gli imprenditori] non sono stati cacciati via [dal mercato]... Non l’euforia della carta moneta occorre, ma il pentimento la contrizione e la punizione dei peccatori. Fuor del catechismo di santa romana chiesa non c’è salvezza: dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virtù”. Nell’ultimo anno, gli Stati occidentali hanno fatto di tutto e di più per evitare di “purificarsi”. Vittime ancora di un’illusione di stampo keynesiano: quella per cui si deve cercare di avere un “boom economico permanente”, senza comprendere che le ragioni del boom affondano in valutazioni sbagliate, errori imprenditoriali possibili proprio perché si erano ingarbugliati i segnali di mercato.
Gli errori politici di alcuni sono opportunità per altri. Nel 2009, le borse di Hong Kong e Shanghai hanno assieme visto 52 miliardi di euro fluire in offerte pubbliche iniziali, contro i 27 miliardi di New York e Nasdaq, e i 2 miliardi di Londra. E’ stato un anno particolarmente, nel quale sicuramente a pochi imprenditori è balenata l’idea di quotarsi in bocca, per raccogliere capitale? Può darsi, ma il fatto che le IPO nell’orbita cinese siano valse poco meno del doppio di quelle che hanno avuto luogo in casa americana non è un dato privo di significato. A Hong Kong i regolatori hanno mantenuto la calma, senza scendere la china del populismo. In Occidente lo Stato neointerventista semina promesse e raccoglie catastrofi. Si salvi (almeno) chi può.
Da Il Riformista, 7 febbraio 2010