Stabilire la “priorità delle attività produttive” è “una questione molto al di sopra dell’umana comprensione e che la Natura risolve molto facilmente da sola”
Adam Smith è comunemente considerato il padre dell’economia politica, ma questa attribuzione di paternità è sempre stata controversa. I precursori non mancano. La polemica antimercantilista era moneta corrente nel Settecento, e un po’ ovunque: non solo nella Francia dei fisiocrati, ma anche al Nord, come dimostra
La ricchezza della nazione (al singolare), aureo libretto di Andeers Chydenius (1729-1803) sottratto alle polveri della storia da Liberilibri. Chydenius, medico e naturalista al pari di Quesnay (come ricorda Francesco Forte nella sua prefazione), fu un allievo di Linneo che dette alle stampe questo trattatello nel 1765, ovvero con undici anni di anticipo sulla grande opera smithiana.
L’aria che vi si respira, però, è la medesima. Ai mercantilisti non viene contestato il fine (”non si può mettere in dubbio che ogni nazione abbia la ricchezza come principale obiettivo della sua legislazione economica e politica”), quanto piuttosto i mezzi. È, come in Smith, l’enfasi sulla divisione del lavoro che porta Chydenius ad apprezzare appieno la pacifica cooperazione attraverso i commerci. “I nostri bisogni sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi i beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre. L’Onnipotente stesso ha creato la nostra specie in modo tale che dovremmo aiutarci l’uno con l’altro”.
A partire da qui, il saggio di Chydenius si propone come una appassionata difesa del “sistema della libertà naturale” di cui poi avrebbe parlato Smith. Non ha senso per i governi “spostare i lavoratori da un sistema all’altro”, scrive (oggi si direbbe: contro la politica industriale), perché i fattori produttivi sono meglio allocati nell’incrocio di domanda ed offerta determinato dal mercato. Per aumentare la ricchezza nazionale, non servono “né incentivi alla produzione, né all’esportazione”. Perché? L’analisi di Chydenius è semplice e lucida. “Se in un dato settore c’è un numero sufficiente di lavoratori e malgrado ciò vengono distribuiti premi alla produzione, ne consegue che troppe persone saranno tentate di lasciare altre attività, e che ci sarà carenza di operai in altri rami d’attività remunerativi”. Ovvero: “se la gente non intraprende una determinata attività economica senza la concessione di speciali incentivi, è evidente che essa rende di meno di altre nelle quali non mancano mai lavoratori”.
Ciò che questo misconosciuto finlandese va spiegandoci è che il mercato è uno strumento “segnalatore”. Esso fornisce indicazioni agli attori economici, ponendo in essere una sorta di “intelligenza collettiva” attraverso la quale riusciamo a dare un valore alle cose. I prezzi e i profitti e le perdite fatti registrare dalle imprese hanno proprietà comunicative: è in questo modo, grazie a questo costante scambio di informazioni, che i fattori della produzione trovano ognuno il suo posto. L’intervento pubblico sortisce lo stesso effetto di un fastidioso “rumore di fondo”: rende più difficoltosa e meno immediata la comunicazione (mentre “se si permette a un corso d’acqua di scorrere agevolmente, ogni goccia è in movimento”). Chydenius si chiede se mai si possano studiare “leggi ideali” per governare la produzione e i consumi, e risponde che difficilmente “il legislatore sarebbe capace di dire quante migliaia di persone potrebbero, oggi, lavorare [in un certo settore] per il profitto della nazione e se lo stesso regolamento avrebbe l’effetto desiderato per un certo numero di anni”. È impossibile che abbiano “tutta la conoscenza necessaria per questo”. Stabilire la “priorità delle attività produttive” è “una questione molto al di sopra dell’umana comprensione e che la Natura risolve molto facilmente da sola”.
Sono annotazioni come questa, che stupiscono ne
La ricchezza della nazione. È vero che gli oggetti dell’attenzione di Chydenius sono quelli del suo tempo: la dislocazione dei lavoratori in città oppure in campagna, per esempio. E che il lessico è quello dei moralisti che furono (”limitare la produzione rende le mani inoperose e care le merci”). Tuttavia, egli impressionisticamente anticipa Hayek sul ruolo della conoscenza nell’economia. Come Hayek, non traguarda l’orizzonte di un’economia “statica” ma comprende la natura essenzialmente dinamica dell’economia di mercato, sempre tesa verso il progresso merceologico e tecnologico (“per il popolo è assai utile scoprire nuovi settori di attività”).
Ma queste continue nuove scoperte possono situarsi soltanto in un quadro istituzionale adeguato: “quando ho consultato l’esperienza, mi sono reso conto che a quanta più libertà fosse permesso di regnare in un’attività economica, tanto più essa s’ingrandiva e viceversa”. “Libertà a tutte le attività economiche legali, ma non a spese di altri”, propone Chydenius, liberista allergico ai privilegi. A 245 anni dalla pubblicazione, un insegnamento serenamente inattuale.
Anders Chydenius, “La ricchezza della nazione”, Prefazione di Francesco Forte, Macerata, Liberilibri, pp.83, € 13
Da
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2010