Una catastrofe da sei milioni di dollari al giorno
Vi saranno anche conseguenze politiche, visto che aumenterà il volume delle proteste contro le nuove esplorazioni per la ricerca di petrolio
Una Marea Nera che vale sei milioni di dollari al giorno. E la cifra che costa alla British Petroleum l'intervento disperato sulle coste sudorientali degli Stati Uniti dopo che si sono cominciate ad avvistare le prime smagliature della marea nera fuoriuscita dalla piattaforma della Bp Deepwater Horizon, sprofondata nel Golfo del Messico il 22 aprile, che nel frattempo hanno raggiunto le coste della Louisiana costringendo a decretare lo stato di «catastrofe nazionale». «Siamo determinati a contrastare la marea su tutti i fronti», ha detto l'amministratore delegato del gruppo Tony Hayward nel comunicato pubblicato sul sito dell'azienda.
La fuoriuscita di petrolio è stimata sempre intorno ai 5.000 barili al giorno, mentre l'impegno per fronteggiare l'emergenza costa «sei milioni di dollari al giorno» al consorzio proprietario, di cui Bp detiene il 65%. Il gruppo petrolifero, recita la nota, ha allestito un altro centro di monitoraggio e coordinamento a Mobile, in Alabama, per fronteggiare l'emergenza in Mississippi, Alabama e Florida. Bp ha già installato 54 km di reti di protezione sulle coste e si prepara a piazzarne altri 90 chilometri nei prossimi giorni, ma non nasconde la preoccupazione legata alle condizioni meteo, che potrebbero «muovere la marea sempre più verso le coste». Il gruppo monitora in particolare le spiagge di Venice (in Louisiana), di Pascagoula e Biloxi (Mississippi), Mobile (Alabama) e Pensacola (Florida). Il vero problema, quindi, è quanto costerà, dal punto di vista economico oltre al disastro ambientale, alla Bp e al Paese quanto sta accadendo. Di sicuro colpirà il piano energetico di Barack Obama, che prevedeva l'ampiamento delle possibilità di ricerca di petrolio e gas. offshore, insieme allo sviluppo delle energie rinnovabili. Scrive il lime che i senatori del New Jersey Robert Menendez e Frank Lautenberg si sono già schierati contro l'espansione delle perforazione offshore, e il senatore democratico Bill Nelson della Florida ha annunciato giovedì una legge che sospende tutto in attesa di una indagine completa sull'incidente del Golfo. «Drilling è troppo vicino alla costa e pone una minaccia per l'economia e l'ambiente della Florida ed altri Stati», ha scritto Nelson in una lettera a Obama.
«Più che altro prevedo per l'azienda un danno d'immagine molto importante, con conseguenze anche politiche, visto che aumenterà il volume delle proteste contro le nuove esplorazioni per la ricerca di petrolio, proprio dopo l'apertura di Obama sul punto», dice Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni. «Credo sia difficile quantificare il costo dell'intervento immediato, più facile pensare che quello strutturale sarà comunque molto più alto». Il crollo del titolo di Bp in Borsa però è indice di una difficoltà, per lo meno così prevedono gli operatori finanziari. «Già, ma più che altro ci si aspetta che British Petroleum dovrà mettere mano al portafogli, e pesantemente, in un momento già congiunturalmente difficile; questo forse il motivo delle vendite, oltre magari a quelli che hanno venduto per "protesta" ovvero per l'indignazione presso l'opinione pubblica per quanto sta accadendo». La "verde" Bp insomma avrà qualche ripercussione... «Già. E magari rivedrà anche il budget che investe in comunicazione, per accreditarsi come amica dell'ambiente e così via. Magari, se si fosse investito di più nella sicurezza invece tutto questo non sarebbe successo>:..
«Il buco emette 200.000 litri di greggio al giorno e ha contaminato 70.000 chilometri quadrati, un'area grande quanto il bacino del Po. Il Medio Adriatico è pari a 130.000 chilometri quadrati, è l'estensione che fa spavento. Il paragone fatto da Romano Pagncrta, dirigente dell'Istituto di Ricerca delle acque del Cnr, dà un'idea immediatamente comprensibile della vastità della marea nera. «Quando affonda una petroliera - prosegue Pagnotta - tira fuori quello che ha dentro. Ricordo che quando ci fu il disastro della Haven, nel golfo di Genova, nell'aprile 1991, la petroliera conteneva circa 140.000 tonnellate di greggio e prese fuoco. È stato calcolato che una percentuale di circa il 30% di greggio se ne andò con la combustione, che la dissolse. Qui invece la domanda è: quanto durerà questa fuoruscita?». Già, quanto? BP e la Guardia Costiera stanno continuando a lavorare per fermarla. Quando l'impianto di perforazione Deepwater Horizon è affondato il 22 aprile, il tubo che collega il montante e il rg si è rotto, a 5.000 piedi (1,5 km) in fondo all'oceano. I tentativi di utilizzare i robot subacqueo per sigillarlo - il che potrebbe fermare la fuoriuscita - non sono finora riusciti, anche se BP dice che vuole continuare a provare. La società ha inoltre avviato le cosiddette bruciature controllate del petrolio in superficie - 100 barili di petrolio in un minuto nella prova di ieri - e può iniziare a usare disperdenti chimici subacquea presso il sito, una tecnica che non è mai stato provato prima. «Stiamo lavorando per fermare l'olio», ha detto Doug Suttles, Chief Operating Officer di BP. «Abbiamo persone che lavorano 24 ore al giorno su questo». Ma non basteranno, probabilmente.
Secondo esperti ambientalisti americani il danno provocato dalla percita del pozzo petrolifero Bp nel Golfo del Messico potrebbe eguagliare o superare quelli della marea nera della Exxon Valdez nel 1989 in Alaska. A sentire le ultime stime ci vorrebbero due mesi con il petrolio che sgorga dal fondo marino a un ritmo di 5.000 barili al giorno per eguagliare l'impatto della perdita della petroliera Valdez nel Prince William Sound dell'Alaska. Secondo gli esperti, tuttavia, anche se i numeri non eguagliano quelli della Valdez, l'impatto sulle coste del Delta del Mississippi potrebbe essere altrettanto grave per la fragilità di quell'ecosistema, dove numerose specie _n pericolo o in via di estinzione vengono a riprodursi. «L'80% di greggio si riverserà sulle coste. solo al massimo un 10-20% verrà recuperato dalla superficie», dice ancora Amato del CNR, il ricercatore che ha partecipato lo scorso autunno alle indagini sulla nave dei veleni a largo delle coste calabresi cosentine. I disperdenti «sono solo maquillage» in questa situazione, e per le coste non c'e più niente da fare, mentre il problema più grande è sul fondo dove occorre assolutamente fermare la fuoriuscita del greggio. «Si tratta di un'operazione di robotizzazione estremamente difficile a una profondità di 1.500 metri. li petrolio non esce da un pozzo come quello dell'acqua ma da minuscole porosità della roccia dalle quali il sistema di pompaggio con la pressione succhia il petrolio. Quindi i robot, filoguidati, con telecamere, sonar e due braccia manipolatrici che avvitano e svitano è come se dovessero rimettere un tappo a una bottiglia di champagne».
Intanto, dai momento dell'incidente, le azioni di Bp hanno perso 25 miliardi di dollari. Nel complesso, gli sforzi della Bp nell'investire in reputation avevano fatto levitare il valore del suo brand a 17 miliardi fino a prima del disastro. Bp è considerata la più ecologica tra le grandi compagnie petrolifere, è la "buona" almeno quanto la Exxon è la "cattiva" nell'immagine dell'opinione pubblica. Ora forse le cose cambieranno.Di certo l'effetto sull'opinione pubblica delle zone direttamente colpite sarà lungo e duraturo: difficilmente l'elettore medio dimenticherà tutto quello che ha visto in tv in questi giorni, e quel petrolio che ha visto "spillare" gli tornerà in mente ogni volta che qualcuno proporrà di sfrattare meglio industrialmente la costa. Durante le elezioni del 2008, ai verdi era rimasto difficile contrastare l'accattivante slogan conservatore «Drill, baby, drill (Trapana, baby, trapana)». Ora la risposta ce l'hanno: «Spill, baby, spill:?>. Difficile non pensare che questo non significherà, nel breve, un robusto ridirezionarsi verso altre fonti di approvvigionamento. Solare, eolico, e anche nucleare.
Da Liberal, 1 maggio 2010