Istituto Bruno Leoni
Bocciati in liberalizzazioni
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Secondo il rapporto dell'istituto Bruno Leoni sono ancora insufficienti i risultati raggiunti dall'Italia per liberalizzare la propria economia

Libertà d'impresa, legge annuale sulla concorrenza, misure taglia-carta e anti-burocrazia. Il dizionario delle liberalizzazioni è più che mai fertile ma non sempre alle espressioni felici corrispondono svolte tangibili per i mercati. Il confronto politico è ancora aperto; intanto dall'annuale classifica internazionale realizzata dall'Istituto Bruno Leoni emerge una situazione ancora ingessata. Il governo ha ormai spostato il focus sull'alleggerimento degli oneri per avviare un'impresa mentre ha perso appeal la legge annuale sulle liberalizzazioni che il ministero dello Sviluppo economico avrebbe dovuto confezionare già entro giugno. E' pronta da settimane una bozza dei tecnici dello Sviluppo, ferma al momento, inattesa del via libera di Berlusconi e Tremonti.

L'Ibl ha messo a confronto, nel rapporto che verrà presentato lunedì a Milano, l'Italia in 15 mercati chiave con i paesi europei al top per apertura a nuovi concorrenti e per regolamentazione. Usciamo con un punteggio poco gratificante nel complesso - 49 fatta 100 l'eccellenza - che soprattutto non rappresenta un passo avanti rispetto al passato: 48% nel 2007,47% nel 2008, 50% nel 2009. Come nelle precedenti edizioni dell'Indice, íl mercato più liberalizzato risulta essere quello dell'energia elettrica. Significative le differenze tra settori che già avevano un buon grado di apertura e hanno compiuto ulteriori passi avanti e settori che invece partivano da situazioni più critiche e sono rimasti quasi fermi.

Nel suo quarto Indice delle liberalizzazioni l'Istituto Bruno Leoni parla di «stagnazione», «attrito» dopo oltre un quindicennio dall'avvio dei principali processi di deregulation, di persistente difficoltà «per un nuovo entrante di bussare alla porta dei consumatori». Rimarcano, gli esperti del Bruno Leoni, che per liberalizzare davvero nei prossimi anni occorrerà agire sul contesto entro cui si svolge la competizione, in una parola «deregolamentando». Anche se Carlo Stagnaro, che ha coordinato le relazioni sui singoli settori curate da dodici esperti, rileva come l'attuale congiuntura internazionale remi a sfavore. «L'attenzione per i temi delle liberalizzazioni era molto più forte alla vigilia della crisi economica». 

L'indice non è stato composto in relazione a un benchmark assoluto bensì rispetto al paese più liberalizzato d'Europa, settore per settore: nel caso dell'elettricità e del gas il riferimento è il Regno Unito. Il mercato elettrico, con il 71% rispetto all'eccellenza inglese, è tra i 15 settori analizzati quello piazzato più in alto, grazie a miglioramenti in tutta la filiera. Il gas si piazza invece al sesto posto nella classifica generale (55%). Per le tlc (41%) il discorso è diverso: il Regno Unito, anche in questo caso assunto come benchmark, offre un ventaglio di soluzioni tecnologiche più ampio agli utenti anche in virtù della storica presenza del cavo. Su questo fronte novità significative per l'Italia potrebbero arrivare se il progetto della rete di nuova generazione entrerà in una fase operativa. È invece la Spagna il benchmark considerato per la televisione (65%). Rispetto all'Italia - secondo l'Ibl - Madrid «registra una significativa tendenza all'apertura del mercato e conferma una già assodata marginalità dell'operatore pubblico».

Tre settori sono in significativa discesa. Nel trasporto aereo, secondo il rapporto, la normativa ha fatto dei passi indietro e l'accesso al mercato si è ridotto. Il trasporto ferroviario, sottolinea Ibl, sconta problemi storici come il doppio ruolo di Fs (proprietario e gestore della rete) ma anche «l'incremento dei sussidi pubblici a favore di Trenitalia». Il giudizio scivola ancor più verso il basso in materia di autostrade (29% rispetto al benchmark spagnolo), soprattutto per «la durata eccessiva delle concessioni». Il peggior risultato, tra i settori analizzati, lo mettono a segno i servizi idrici (17%) nonostante il decreto Ronchi.

L'unico settore in sensibile miglioramento è il lavoro, dal 55 al 60% (il benchmark è il Regno Unito). Merito della reintroduzione di strumenti precedentemente cancellati (lo staff leasing) ma anche di alcune sperimentazioni introdotte con la manovra per aumentare la produttività del lavoro. L'Italia è invece costretta a uno sprint estremo nel settore postale, visto che deve adeguarsi alla terza direttiva europea che dal 1° gennaio 2011 per l'apertura al mercato anche della corrispondenza sotto i 50 grammi. ll risultato è pari a 43 rispetto al top della Svezia. Per quanto riguarda gli altri settori, l'Italia fa qualche passo avanti nella «libertà dalla pubblica amministrazione», pur rimanendo nelle retrovie europee, e resta al di sopra del 50% per il fisco rispetto al modello inglese.

da Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2010

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