I nemici del libero mercato sono in minoranza anche dopo la crisi. E ammettono: l’intervento eccessivo dello Stato può creare diseguaglianze
Sorge l’alba dopo la notte dei keynesiani viventi. La crisi avrebbe dovuto risolversi con l’espansione del perimetro pubblico. Ma la storia è vendicativa, e nello spazio di appena ventiquattro mesi la necessità di moderare e circoscrivere gli interventi statali ha ripreso vigore. In un mondo globalizzato e interconnesso, politiche fallimentari presentano il conto molto velocemente.
Nonostante siano in consonanza con un ampio senso comune, andando alla conta nei giornali e nelle università i dissenzienti rispetto al pensiero dominante restano una minoranza sparuta, ma si rifanno a una tradizione antica. Si ha solo qualche dubbio sul come chiamarli. Siccome «come sommo, sebbene involontario complimento» (Schumpeter) i nemici del libero mercato nel mondo anglosassone si sono appropriati della parola «liberalismo», nell’America in cui «liberal» sta per socialdemocratico si usa «libertarismo». Etichetta che s’adatta ad anarchici e paladini dello stato minimo, sostenitori del diritto naturale e utilitaristi, economisti della scuola di Chicago o di quella di Vienna.
A mettere ordine ci hanno provato in molti, fra cui con tempi e modi diversi David Boaz, vice presidente del Cato Institute, e Jeffrey Miron, economista di Harvard. Libertarismo. Silloge di Boaz (Liberilibri, Macerata, pagg. 452, € 20,00) ricostruisce il tragitto storico delle dottrine volte a limitare il potere arbitrario, da John Locke ai giorni nostri. Boaz sottolinea come l’essere libertario coincida con uno slancio a favore della libertà individuale in tutti gli ambiti. Significa saper difendere il “privato”, nella vita economica come sui temi sociali. Per Boaz, le due cose sono sempre andate assieme. È apartire dal tardo settecento che «l’individualismo, i diritti naturali e i mercati liberi condussero al fermento per l’estensione dei diritti civili e politici a coloro che erano stati esclusi dalla libertà come lo erano dal potere, in particolare gli schiavi, i servi della gleba e le donne». C’è un’abitudine alla libertà che è pervasiva. È un processo, che si mette in moto man mano che le donne e gli uomini prendono coscienza della loro individualità. È per questo motivo che il liberalismo ha combattuto e talora vinto battaglie contro la schiavitù, la segregazione, il maggiorasco, l’imperialismo. In nome di diritti pensati a misura del singolo. È per questo che per un’etica fondata sui diritti individuali, come ammoniva Ayn Rand, «il razzismo è la più bassa e rozza forma primitiva di collettivismo. È il concetto di ascrivere al lignaggio genetico un significato morale, sociale e politico, il che significa che un uomo viene giudicato non dalle sue azioni, ma dal carattere e dalle azioni di un collettivo di antenati».
«Sei tu a prendere le decisioni importanti della tua vita o è qualcun altro a scegliere per te?»: questa è, per Boaz, l’unica questione davvero politicamente saliente.
Sia chiaro: il diritto di scegliere implica la disponibilità a sopportare i costi delle scelte. Questo è chiaro anche nel piccolo test che chiude il volume, in cui per stimare il proprio grado di libertarismo vengono fatte assieme domande sulla possibilità di accedere a internet senza censure, sulla scelta della scuola per i propri figli, sulla pornografia e sul «creare una società di consegne per competere con le Poste statali». Questioni diversissime, ma in tutto è cruciale la possibilità per gli individui di assumersi dei rischi, incassando l’eventuale dividendo, sopportando in prima persona l’eventuale perdita.
Questione cruciale anche per Miron, che è invece un economista, con scarso interesse per la storia delle idee. Libertarianism from A to Z (New York, Basic Books, pagg. 224, $ 24,95) voce dopo voce ci aiuta a capire che cosa significhi, oggi, essere favorevoli a una rigorosa limitazione del potere politico. Se quella di Boaz è una prospettiva filosofica, quella di Miron è prettamente economica. Nell’argomentazione, geometrica e limpida, il suo modello è il Milton Friedman di Capitalismo e libertà.
Per citare proprio Friedman, nessun pasto è gratis, e questo è il tema ricorrente del libro di Miron. C’è una lezione che non può essere inattuale, quali che siano gli errori di valutazione eventualmente commessi dagli operatori economici e non solo dalle burocrazie: il primo passo verso la libertà è rifiutare di accettare a scatola chiusale formule politiche attraverso le quali i governanti legittimano i propri interventi.
Per esempio, alla voce «programmi contro la povertà», Miron assieme ne evidenzia le conseguenze inintenzionali (distorcono gli incentivi a lavorare e risparmiare) e i modesti risultati ottenuti: «quali che siano i loro meriti ex ante, queste misure in tutta evidenza non hanno ridotto la povertà nel mondo». Il libertario è per la concorrenza in tutte le cose ma è scettico rispetto ai tentativi dello Stato di farsi arbitro e regolatore del gioco competitivo. Per Miron, l’antitrust serve a consentire alle imprese di «lamentarsi contro la condotta suppostamente anticoncorrenziale dei loro competitori, anziché impegnarsi amigliorare il loro prodotto o ad abbassare i costi».
Tutt’altra cosa sono le barriere legali all’ingresso nel mercato (i vecchi monopoli garantiti dal sovrano) perché, come scrive Boaz, «il mercato funziona basandosi su un principio di eguaglianza. In un mercato libero, nessuno riceve privilegi speciali dal governo, e per restare sul mercato deve costantemente soddisfare i consumatori».
Nella crisi, tutto è stato salvato tranne i principi della concorrenza. Proprio il “principio di eguaglianza” su cui il mercato s’innesta né è uscito con le ossa rotte. La logica dell’emergenza si è risolta in un ampliamento dei pubblici poteri. La fretta di agire ha originato una liberalizzazione del potere dei decisori. Vacilla la disciplina di mercato, e big business e big government si “catturano” a vicenda. La corruzione nasce qui: nel conflitto d’interessi perenne, fra arbitri e giocatori delle partite dell’economia.
Prima di procedere coi bail-out, per Miron sarebbe stato meglio paragonare i loro effetti con quelli del fallimento delle istituzioni coinvolte, sotto almeno tre punti di vista: l’impatto sulla distribuzione della ricchezza, l’impatto sull’efficienza economica, e quello sulla «lunghezza e profondità della distruzione di ricchezza nel breve periodo».
I bail-out premiano paradossalmente imprese mal gestite e creano azzardo morale. Sovvertono la regola fondamentale del capitalismo: chi rompe paga. Che è complemento necessario della libertà. Né le nuove regolamentazioni, di cui ancora si discute, danno grande speranza. Esse sembrano essere soprattutto la contropartita dello «statuto speciale» concesso a quelle imprese finanziarie troppo grandi, che «non possono fallire» senza rovinosi effetti sistemici. Nessuna di esse ha restituito alla parola “rischio” il suo senso più autentico.
Per il libertario ogni comportamento è lecito, a patto che l’individuo non danneggi che (eventualmente) se stesso. Questo principio dovrebbe abbracciare ogni parte della vita: si discuta di fondi d’investimento, o di consumo di droghe. “Responsabilismo” non suona bene, ma sarebbe il nome appropriato per una filosofia politica che non rinuncia a considerare le persone adulte come tali.
Da Il Sole 24 Ore, 18 luglio 2010