Non si può emarginare politicamente e culturalmente una fetta del paese e poi pretendere che paghi senza fiatare
Esiste "un grande problema politico della ricchezza e della rappresentanza politica dei ceti abbienti". Ne ha scritto domenica scorsa sul Corriere Ernesto Galli della Loggia. Partendo da temi a lui più congeniali, come lo sfarinamento dell'"identità italiana" e del senso delle istituzioni, Galli della Loggia arriva a focalizzare il tema della sostanziale inadeguatezza della nostra classe dirigente. Vista, per una volta, non sul versante pubblico ma su quello privato: a cominciare da quanti, per disponibilità di mezzi e per ciò che tradizionalmente la disponibilità di mezzi porta con sé (sono le classi agiate ad avere inventato il paternalismo), dovrebbero pensare di più all'interesse generale. E invece, tra l'interesse proprio e quello di tutti «la stragrande maggioranza degli italiani ricchi non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo».
Per Galli della Loggia, è incredibile e dunque impossibile che meno di 76mila italiani abbiano un reddito superiore a 200mila curo, che solo il 20% di questi sarebbero lavoratori autonomi, e che soltanto «6.253 (dicesi 6.253) "percettori di reddito da imprese" avrebbero guadagnato più di 200 mila euro annui».
L'evasione fiscale viene letta allora come un sintomo di una sorta di secessione dei "ricchi" da qualsiasi preoccupazione per i destini del Paese, un vulnus nel patto sociale che ha radici culturali profonde e immiserisce la "destra". Berlusconiana per forza, per così dire, perché costretta a dare voce a "una ricchezza asociale e antistatuale".
Il ragionamento potrebbe anche tenere, se non tralasciasse un semplice dato di fatto. Siamo tutti abituati a pensare che l'evasione fiscale sia appannaggio esclusivo dei signorotti della Brianza, con la Porsche intestata alla moglie, la casa al mare registrata a nome dell'amante, il capannone della fabbrichetta rigorosamente abusivo, e nel portafogli la tessera del Pdl o della Lega. Ma l'evasione fiscale è concentrata al Sud, e non al Nord.
Alcuni mesi fa, una lettura della media cittadina dei redditi Irpef 2008 confermava la tesi di un'assoluta incommensurabilità, dal punto di vista del reddito, fra Nord e Sud. L'hit parade per città vedeva Milano 17esima, con 30mila curo di media, e Roma al108esimo posto (24.500). La città dei più ricchi è Medea, in provincia di Gorizia: 54mila curo di media a contribuente. La prima città al di sotto del Po risulta essere Fiesole, cinquantaduesima. Che il Nord sia più prospero non è una grande scoperta: ma in questi dati conta anche "la lealtà fiscale", come ebbe modo di notare all'epoca Luca Ricolfi.
Sempre Ricolfi, nel suo Il sacco del Nord, ha calcolato un coefficiente di "intensità dell'evasione" (gettito evaso/gettito proveniente da redditi occultabili): in soldoni, per ogni cento euro di tasse quante sono quelle evase. La media delle regioni del Nord era 24,5, quella delle regioni del centro 33,2, quella del Sud 59,3.
È stato Carlo De Benedetti a dire recentemente, con urticante schiettezza, che «se facciamo qualcosa di serio per l'evasione fiscale ci sono regioni dell'Italia del sud che vanno al collasso». Anche lui depositario di una "ricchezza asociale ed antistatuale" che sceglie di farsi rappresentare dalla destra?
Diverse stime ci restituiscono una fotografia analoga, della "distribuzione geografica degli evasori". Che in qualche modo deve per forza a portarci a distinguere fra un'evasione che è un sottoprodotto dell'economia criminale, e un'evasione (o, più spesso, elusione) che semplicemente risponde al legittimo obiettivo individuale di pagare meno imposte possibile in una cornice di regole date. Certo che è una gara che vince chi ha il commercialista più bravo e creativo, e quindi chi si può permettere il commercialista più bravo e creativo. Ma proprio questo dovrebbe suggerirci che gli incentivi contano. Per questo motivo, a differenza di quanto scrive Galli della Loggia, "credere che le tasse verrebbero pagate se solo fossero più basse" non significa credere alle favole. Significa semplicemente ragionare sul fatto che la "lealtà fiscale" come tutte le cose nella vita ha un costo-opportunità. Questo costo-opportunità è la parcella del commercialista. È più oneroso pagare le tasse, o stipendiare qualcuno che mi tamponi l'emorragia di quattrini a vantaggio dello Stato? Tutto qua.
Questo non ha nulla a che fare con l'avere spirito civico o meno. Come che siano allineate le stelle nel cielo della politica, gli individui cercheranno sempre di avere la vita più facile possibile.
Si parva licet, sono convinto anch'io che ci sia un cortocircuito fra mondo dell'impresa e mondo della politica. Ma se si pensa al problema della "rappresentanza dei ceti abbienti", non si può fingere di non vedere che questi ceti sono stati considerati dalla politica come mucche da mungere sul piano fiscale (si sono difesi come hanno potuto), e come avanguardie di una subcultura vanziniana su quello sociale. Se da trent'anni (prima con Craxi, poi con Bossi e Berlusconi) la parte dinamica del Paese non trova una rappresentanza culturalmente attrezzata, forse (dico forse) è anche perché è sempre stata a malapena tollerata, come un fastidioso esercito di parvenu. Un pezzo del Paese con cui convivere: non da valorizzare. E difficile sentirsi parte di un club, se non ti lasciano entrare.
Da Il Riformista, 26 luglio 2010