Sogni verdi
Se le energie rinnovabili fossero pronte non ci sarebbe bisogno di Cancun
Il giorno di inizio del vertice di Cancun sul clima il Wall Street Journal pubblicava un articolato intervento di Ted Nordhaus e Michael Shellenberger del think tank "Break-through Institute", di Oakland. Il titolo era "How to change the global energy conversation". Già, come? La tesi sostanziale dell'analisi era: concentriamoci sulle alternative ai combustibili fossili in un'ottica di medio-lungo periodo. Guardiamo al presente, valutiamo il loro contributo e concetriamoci sulla riduzione dei costi finanziando la ricerca.

Spingiamo il nuovo: non alziamo i costi delle fonti tradizionali, abbassiamo quelli delle fonti rinnovabili. Le speranze rispetto all'esito di Cancun erano pari a zero, tanto che il mezzo successo del vertice, che salva il processo diplomatico dell'Onu più del clima, è stata una piccola sorpresa.

Si può parlare del cambiamento climatico partendo dall'energia? Sarebbe semplice ed entusiasmante se il mercato riuscisse a fare tutto da solo. Energie pulite competitive con quelle fossili, drastica riduzione delle emissioni di gas serra, una nuova rivoluzione industriale volàno di milioni di posti di lavoro. Il principio è chiaro, affascinante ed evocato da guru e visionari di mezzo mondo, solo che il presente è diverso. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di vertici internazionali e riunioni fiume fino all'alba in cerca di un accordicchio che lascia sempre un po' di amarezza.

La lotta al cambiamento climatico è la più grande legittimazione (o "driver" per dirla in termini economico-finanziari) verso le energie pulite e il nucleare, insieme alla sicurezza energetica. Nasce da lì il quadro normativo internazionale che spinge verso la riduzione delle emissioni di gas serra con l'aumento delle rinnovabili, come la famosa normativa europea nota come 20-20-20. Gli incentivi dei singoli governi spingono l'industria del fotovoltaico, l'eolico e le altri fonti che registrano una crescita a doppia cifra in anni di crisi.

E la green economy? «Negli ultimi anni è stato considerato sufficiente che fosse "green", mentre ora, con la crisi, ci si aspetta molto dalla "economy" - spiega Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'Istituto Bruno Leoni. E' per questo che tutti i paesi stanno tagliando gli incentivi. Sono stati troppo generosi finendo per favorire la speculazione e danneggiando le rinnovabili». Secondo Stagnaro le energie rinnovabili hanno «potenzialità enormi» ed è giusto concentrarsi sull'innovazione, con un'avvertenza: «Non per forza significa "cose nuove". Vuol dire anche lavorare sull'efficienza. Se, per esempio, tutte le nuove centrali costruite in Cina utilizzassero la tecnologia americana, per non dire europea, da qui al 2020 avremmo un risparmio di emissioni sei volte superiore rispetto a quanto previso dal protocollo di Kyoto».

«La vera green economy nasce da un'attenta valutazione della vocazione industriale di un paese», spiega Massimo Beccarello, docente di economia industriale all'Università di Milano-Bicocca e tra i coordinatori del rapporto Confindustria sull'efficienza energetica - l'Italia è il secondo paese in Europa nel manifatturiero e, secondo i dati del Wto, è al quinto posto nell'export dell'indotto industriale dell'efficienza energetica». I settori di riferimento sono illuminazione, trasporti, motori elettrici, riqualificazione energetica degli edifici, cogenerazione piccola e grande, elettrodomestici di classe A e oltre, caldaie a condensazione, pompe di calore, gruppi di continuità avanzati nelle utenze elettriche industriali e terziarie.

Un tessuto industriale fatto da 400mila imprese che operano in un settore, quello dell'efficienza energetica, che ha «grandissime potenzialità anche nelle economie emergenti». La green economy italiana è qui. La ricerca la prospettiva verso la competività con le fonti tradizionali. Non si tratta solo di nuove fonti, ma di infrastrutture di rete pronte a ricevere e distribuire in modo intelligente i Watt prodotti con le energie pulite. «L'interesse per le rinnovabili si accompagna a una vivace esperienza di ricerca, anche nelle università italiane», conclude Beccarello. Il futuro passa da qui.

Da Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2010
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