Charles Murray e la guida al liberalismo possibile
Il guru del conservatorismo americano nel suo nuovo saggio cerca di unire i valori della tradizione e i diritti dell'individuo

Nel corso dell'ultimo secolo il pensiero libertario è stato soprattutto l'elaborazione intellettuale di economisti teorici oppure di filosofi politici. In un caso come nell'altro, si è spesso trattato di costruzioni assai sofisticate e per forza di cose un po' astratte. Una delle peculiarità del lavoro di Charles Murray, Cosa significa essere un libertario (edito da Liberilibri,17euro), è che si tratta invece della riflessione assai concreta di uno scienziato politico che mostra interesse perle politiche sociali, le autorità regolamentari, le strategie contro la povertà, la disuguaglianza.
Quello che Murray perde in rigore in parte lo guadagna in spendibilità politica, dato che il testo propone è un «libertarismo possibile» che intende attirare a sé quanti hanno a cuore tutte le libertà individuali (compresa la facoltà di drogarsi, per intendersi) e anche quanti sono affezionati al ruolo delle virtù tradizionali e alla funzione sociale della famiglia e delle altre aggregazioni comunitarie, quanti vogliono ridurre il peso dello Stato e pure quanti ritengono importante favorire le condizioni dei meno fortunati. Questa attenzione per le questioni più concrete porta Murray ad assumere una strategia sincretica. Nato nel 1997 quale sviluppo di una relazione tenuta in occasione del venticinquesimo anniversario di Reason (grintosa rivista libertaria di Los Angeles), il volume - per ammissione dell'autore - appare debitore non solo verso studiosi di scuola liberale e libertaria: da Friedman a Hayek, da Nozick a Epstein, da Hess a Buchanan. Non mancano infatti espressioni di ammirazione per intellettuali conservatori come Bill Buckley e Irving ICristol, e perfino per liberal di stampo moderno quali John Stuart Mill e John Rawls.
Interessante, in tal senso, è il modo in cui Murray tratta la questione del «bene pubblico», che non è risolta con l'intransigenza degli studiosi di scuola austriaca, che tendono a negarne l'esistenza, ma è fortemente ridimensionata da una serie di considerazioni assai opportune sul carattere prevalentemente strumentale di ogni pretesa del governo di intervenire al posto del mercato. In questo senso, Cosa significa essere un libertario è un libro profondamente americano: non già perché le tesi contenute siano necessariamente legate a quel Paese, ma perché forse solo lì può essere scritto un testo che in fin dei conti ha il coraggio di proporre un netto ridimensionamento del potere statale senza troppo richiamarsi a principi e valori, ma invece insistendo sul senso comune e sulle conseguenze positive che possono derivare dall'uscita dello Stato dalle gestione dell'ambiente, dalla fine della lotta alla droga, dalla deregolamentazione del settore sanitario.
Non a caso molti capitoli sono introdotti da un gruppo di proposte riformatrici, tutte orientate a tagliare le unghie a politici e funzionari. Ciò che «tiene assieme» le diverse tesi è la convinzione che l'apparato della burocrazia statale sia inefficace e che però esso sia in grado di ostacolare soluzioni spontanee: per iniziativa di imprenditori, associazioni, comunità, evia dicendo. Proprio perché lontano dalle diatribe teoriche e determinato, invece, aindividuare un terreno comune per concrete trasformazioni, questo studio di Murray ha anche qualche tratto «fusionista», per riprendere la nota formula coniata da Frank Meyer. Esso mostra insomma di voler favorire una qualche convergenza tra quelle tradizioni culturali americane variamente liberali, conservatrici e libertarie che mirano a rivitalizzare la società civile. C'è poco dell'America di Barack Obama in tutto ciò. Ma anche questo è un elemento di interesse.

Da Il Giornale, 11 gennaio 2011

Privacy Policy
x